
MauroTozzi
Direttore artistico del Festival Visionaria (Siena)
Visionaria è ormai un appuntamento fisso per i videomaker di tutta Italia e non solo. Nonostante il successo ed il consolidamento, gli organizzatori non hanno mai strizzato gli occhi al cinema facile anzi hanno sfruttato la loro posizione per valorizzare gli autori indipendenti. Tra i primi ad aderire al marchio Provideo, sono i primi ad ammettere che questa istituzione "non dà certezze a nessuno"; sempre disposti a dar spazio nei propri palinsesti alle selezioni di altri festival, ammettono che questa cosa può essere "controproducente": Mauro Tozzi, scende dagli stessi altarini dove si arroccarono altri direttori artistici, ed esattamente come ci aspettavamo, affronta a viso aperto i nodi cruciali dell'ambiente dei festival e dei cortisti italiani, affermando le sue perplessità e offrendo le sue soluzioni. Gli abbiamo chiesto di lasciare da parte la sintesi spesso richiesta per queste "interviste" e di affrontare la questione con la dovuta cura. Il risultato è una buona panoramica sull'esperienza Visionaria, cioè su cosa significhi fare e promuovere video di questi tempi a Siena, ed in Italia.
Visionaria è giunta al decimo anno di attività, in un continuo crescendo qualitativo e quantitativo: uno sguardo aperto verso il mondo delle produzioni indipendenti, sostenuto dalla passione per il cinema sia come ricerca sia come intrattenimento. So che siete impegnati anche nella fondazione della Mediateca del Cortometraggio, che raccoglierebbe tutte le opere accumulate durante questi anni di Visionaria, e quant'altre.
Un decennio dedicato al video è un tempo che ci consente di dire alcune cose. Per esempio che non è cambiato quasi niente nei rapporti di forza e che i festival continuano ad essere, sebbene il loro numero sia aumentato, fenomeni marginali nel mondo della cultura e in quello dell'audiovisivo in particolare. Non tragga in inganno il nostro radicamento in terra di Siena o di qualche altra manifestazione analoga, il video in Italia annaspa nel "sommerso" più o meno come dieci anni fa, nonostante lo sviluppo dei supporti e dei linguaggi e l'affinamento delle tecniche. Il digitale ha consentito a molti autori di fare un grande salto nella qualità dei propri prodotti e oggi non esiste più quel limite del formato che relegava il video indipendente tout court tra i prodotti amatoriali. Un qualunque video girato in DV e montato su PC è oggi in grado di competere con produzioni di alto livello e di poter essere trasmesso da qualsiasi emittente. A questo grande salto qualitativo non è però corrisposto un effettivo allargamento degli orizzonti e delle possibilità produttive per gli autori.
Va detto anche, a onor del vero, che il "sommerso" di oggi è sì tecnologicamente più elevato di dieci anni fa ma lo sono anche i contenuti che esprime.
Visionaria è cresciuta molto e se oggi rappresenta uno dei video-appuntamenti più importanti in Italia lo dobbiamo in primo luogo a tutti gli autori che fin qui ci hanno aiutato e sostenuto e vorrei ringraziarli uno per uno approfittando dell'ospitalità sulle vostre pagine.
Ma la sfida continua: siamo impegnati con il Comune di Siena perché ci metta a disposizione uno spazio adeguato alle nostre attività. Non solo una sede, ma soprattutto un luogo dove poter alloggiare la Mediateca del Cortometraggio e renderla di fatto patrimonio pubblico, dove organizzare periodiche rassegne ed incontri, dove poter dare vita ad un polo didattico, formativo e produttivo. Un luogo che sia in grado nel tempo perfino di creare occupazione e lavoro.
Attualmente abbiamo in deposito circa 8-9.000 titoli derivati dalle opere iscritte a Visionaria e al Festival del Cortometraggio di Siena, da donazioni e da materiali provenienti da rassegne varie. Oltre ai corti, compongono la Mediateca circa 1.000 titoli di film commerciali degli anni '90 frutto di una donazione, 500 fotografie di autori ed artisti europei, centinaia di libri e cataloghi. Numeri significativi di un lavoro costante che oggi rappresenta una bella realtà che vogliamo mettere a disposizione gratuita di tutti coloro che, per i più svariati motivi, possono e vogliono disporne.
Crediamo che la Mediateca di Siena possa ambire a divenire un punto di riferimento per la nostra regione, cercando un riconoscimento a livello istituzionale che ne possa garantire finalità e funzionamento e, perché no, rappresentare l'archivio decentrato del corto in Toscana.
Mi sembra che Visionaria mantenga quello spirito senese di apertura al futuro (nuovi immaginari e tecnologie), ed al contempo di radicazione culturale (vedi i riferimenti ad altre mostre di artisti anche di genere non cinematografico, vedi i luoghi storici dove si svolge la manifestazione, ecc.). L'ultima volta che sono stato a Siena, nell'arco di poche centinaia di metri ho trovato tre mostre o punti d'incontro dedicati al video indipendente, e tutti nel nucleo storico della città. Per un attimo ho pensato di attraversare una circostanza di ideale connubio tra antico e contemporaneo. Confermi?
Così dovrebbe essere sempre e mi fa piacere che tu, per quanto si sia trattato di un evento eccezionale, abbia avuto di Siena un'immagine positiva. Se Siena è una città a misura d'uomo, dovrebbero esserlo anche le manifestazioni culturali. Ma, almeno in Italia, così non è, specie per quanto riguarda l'arte contemporanea ed in generale per quanto riguarda la videoarte e il cortometraggio.
Visionaria vuole porre nella sua città il quesito di vivere con un cuore antico ed una mente cibernetica, essere al tempo stesso dentro la propria storia e fuori nel mondo. Il cablaggio ad opera del Comune è un ulteriore passo in questo senso, tanto che la neonata Rete Civica, un canale televisivo che già entra nelle case di 30.000 senesi ed entro un anno nelle case di tutti, mentre è già stato firmato un protocollo di intesa per il cablaggio nell'intera provincia di Siena, promette di diventare un'importante canale di diffusione di tutti gli eventi senesi e non. Visionaria ha realizzato un programma di quattro puntate per la Rete Civica, trasmesso nello scorso mese di settembre 2001 e si prepara a realizzarne un'altro con cadenza settimanale, tutto basato sul cortometraggio nei suoi vari aspetti. Proseguendo nel discorso delle potenzialità che la città offre, possiamo affermare, dopo un incontro con il nuovo direttore artistico Marco Pierini, che con Visionaria 2002 prenderà avvio anche una collaborazione con il Museo d'Arte Contemporanea Palazzo delle Papesse con l'intento di potenziare e divulgare l'arte e la cultura prodotta con le nuove tecnologie. Per la prima volta dalla sua nascita, infatti, quest'anno il festival occuperà gli spazi più significativi della città (Teatro dei Rozzi, Santa Maria della Scala, Palazzo delle Papesse) in un ideale connubio artistico. La speranza però è quella di dare avvio ad una collaborazione che si estenda oltre i limiti temporali del festival e possa durare tutto l'anno, mettendo in cantiere manifestazioni ed eventi anche in altri periodi dell'anno.
Nonostante l'abisso che ci divide dalla media qualitativa delle opere di altri paesi europei, la crescita della produzione di cortometraggi in Italia è stata negli ultimi anni un fenomeno di rilievo nazionale. Molti si sono impegnati anche sul piano della distribuzione, come nel caso di Visionaria, offrendo a prodotti di qualità, scenari di altrettanta qualità. Dove si può arrivare con un cortometraggio? Esistono dei concreti sbocchi distributivi, dalle sale agli Home Videos, o fare un corto resta un "gradino" della "gavetta"?
Mi piacerebbe poter dire che anche in Italia finalmente il cortometraggio ed il prodotto audiovisivo godono di buona salute ed hanno trovato il loro spazio anche commerciale. Ho avuto modo, in occasione di Visionaria 2001, di parlare con alcuni responsabili di grandi emittenti televisive e pay tv in merito alla programmazione di corti. La risposta è stata: il corto è un arnese che si maneggia male, che in verità non sappiamo come collocarlo nei palinsesti. Non ci sono contenitori adatti, non ha senso mandarlo in onda a casaccio, non richiama la pubblicità. In realtà, non sappiamo che farne.
Credo che queste risposte diano un'idea della situazione. Il corto è ancora destinato a rimanere nel limbo delle buone intenzioni. Ai nostri autori non restano che tre strade davanti a loro: cambiare mestiere, provare col cinema, se ci riescono, proporsi come operatore in qualche emittente o in qualche studio televisivo di servizi, anche se in cuor loro il corto continua a rappresentare per lo più una gavetta nella segreta speranza di spiccare il volo per altri lidi. Nel decennio di Visionaria abbiamo assistito a molti voli pindarici e ad altrettante cadute rovinose e a innumerevoli telecamere appese al chiodo. Chi per un verso o chi per un altro finisce per porsi la questione di cosa fare da grande e di come cominciare a guadagnarsi la pagnotta e in questa prospettiva spesso la propria passione per il video non trova spazio.
Ecco perché i festival rimangono per ora le uniche vetrine e gli unici veri momenti di scambio tra gli addetti ai lavori.
Per quanto riguarda il grande divario che esiste con il resto del mondo esso dipende essenzialmente dalla carenza di scuole nel nostro paese, soprattutto di buone scuole. Le poche che ci sono fanno invero quello che possono per nulla aiutate dallo Stato e dai privati. Se non si investe in tecnici, operatori, registi ecc. quelli buoni bisogna andare a cercarseli all'estero oppure affidarsi all'estro di geniali autodidatti.
E' emblematico quello che è successo a Visionaria negli ultimi anni: da quando il festival è diventato internazionale gli stranieri hanno fatto man bassa dei principali premi e si sono piazzati ai primissimi posti. E ciò accade in tutte le manifestazioni internazionali organizzate in Italia. Non credo si tratti di esterofilia, anche se per taluni il sospetto esiste, ma di arrendersi all'evidenza dei fatti.
In generale in Europa lo Stato protegge il cinema e l'audiovisivo, garantendone il sostegno fin dalle basi formative fino alla fase di diffusione nel mercato, mentre in Italia lo Stato è latitante e gli enti locali mirano più all'effimero che a creare strutture didattiche stabili ed efficienti.
Da queste considerazioni nasce il Premio per le Scuole che nel 2001 abbiamo assegnato per la prima volta alla Sez. Disegno Animato dell'Istituto Statale d'Arte di Urbino. Un piccolo, simbolico incentivo a porre attenzione a questo fondamentale aspetto della vita culturale italiana, ma anche alla necessità di investire di più e meglio per formare i nostri giovani autori.
Infine, permettetemi di fare un distinguo. A proposito di cortometraggi e di cinema, vorrei dire che pellicola e video non sono proprio la stessa cosa. Anzi non distinguere gli ambiti di riferimento fa solo aumentare la confusione. Credo che occorra separare i due ambiti, smettere di proiettare video e pellicola negli stessi spazi, uno via l'altro e giudicarli con lo stesso metro di valutazione. I festival del cortometraggio in pellicola sono vieppiù, in piccolo, festival del cinema che usano, peraltro, lo stesso supporto. Essi godono di una rete di appoggi e contatti la cui ampiezza e la cui specificità li pongono inderogabilmente in un contesto diverso rispetto al video e alle nuove tecnologie. Agenzie distributrici e case di produzione hanno sì interesse a far circolare i loro prodotti tra i festival, ma ragionando con quel retaggio culturale che vuole il cinema predominante su tutti gli altri mezzi di comunicazione ed in cui il mercato rappresenta la cartina di tornasole del gradimento e del successo. Le differenze non finiscono qui: i linguaggi, sebbene nati dalla stessa madre, il cinema, sono poi cresciuti separatamente fino a diversificarsi. Il video si è contaminato prima con l'arte contemporanea e poi con le nuove tecnologie informatiche ed oggi esprime un linguaggio assai differente, a cominciare dalle macchine che utilizza. Se ci sono similitudini ed un comune uso di una parte non secondaria della terminologia (inquadrature, tagli, ecc.) ciò non significa che il loro giudizio debba essere paragonabile. Sappiamo bene che per sua natura il video è un media avvezzo alle contaminazioni, ad ibridarsi con altre discipline artistiche e con le nuove tecnologie informatiche ed elettroniche, e che per ciò stesso non possiamo metterlo sullo stesso piano del cinema. Per non parlare della televisione e delle sue modalità espressive e linguistiche.
Invece, sono ancora molti, forse troppi i festival che accettano tutti i formati senza distinzione alcuna, creando, a mio parere, solo tanta confusione e disinformazione.
Anche se collaborazioni e scambi con i festival in pellicola saranno non solo utili ma necessari, credo si debba fare chiarezza ben differenziando gli ambiti in cui operano i due settori della produzione, più o meno, indipendente, se vogliamo che il video acquisisca una dignità autonoma e la smetta di essere il fratello scemo del cinema.
Ho sentito parlare della creazione di un circuito tra Visionaria, A Corto di Cinema, ed i festival di Mestre e Ferentino, tramite il quale si attuerebbe una reciproca proiezione delle opere vincenti nei tre festival. Altre manifestazioni si aggiungeranno? Simbiosi del genere sono già testimoniate da festival come Round. Ci avviciniamo alla costituzione di un effettivo "circuito" indipendente dove l'ermafroditismo dei festival tende ad essere accantonato, o per lo meno "moderato"?
In varie sedi, quando ne ho avuto l'occasione, ho sostenuto la necessità di costituire una rete tra i festival che si occupasse sia della diffusione del corto ma anche e soprattutto d'altro. Cioè che fosse innanzitutto un organismo sindacale. I festival sono quasi tutti poveri ed isolati, anche se non di rado tale isolamento è procurato, voluto, difeso e non patito, in cui talvolta si nasconde la paura del confronto, della contaminazione, della perdita di identità. Tra gli obiettivi da raggiungere ci sono quelli del pieno riconoscimento del ruolo culturale che svolgono i festival, di uniformare le procedure, di non sovrapporre gli appuntamenti, d'essere più credibili per gli autori ecc.
Nel bailamme italiano delle centinaia di festival, brulicano idee, obiettivi, energie e anche furboni e figli di puttana, dove ognuno fa quello che crede. A mio parere, è assai importante che tutto ciò non si perda nel mare magnum del casino più totale, ma conquisti la capacità di fare cultura esaltando le reciproche diversità.
Se non riusciamo a cambiare i rapporti di forza i festival continueranno a vivacchiare ai margini della cultura (e che la "c" sia piccola o grande poco importa) e ad essere considerati dei dilettanti dell'immagine.
Quando nel 1999 la rivista Videotecnica diede vita al marchio ProVideo, alla cui assemblea costituente nella sede della rivista abbiamo preso parte, ho creduto e sperato che potesse essere un primo passo in questa direzione, cioè verso la creazione di organismo nazionale in cui i festival non solo si riconoscessero e potessero dialogare più facilmente ma che soprattutto si dessero obiettivi di rafforzamento organizzativo e sindacale nel nostro paese. Fino ad oggi, però, è rimasta lettera morta. Anzi, il marchio circola tuttora ma non mi risulta che rappresenti una certezza per nessuno, né per gli autori né per gli stessi festival iscritti.
E' necessario, secondo me, invece creare un organismo sindacale a tutti gli effetti con le sue strutture ed i suoi finanziamenti che possa davvero rappresentare il nostro mondo e che faccia chiarezza sulle molte ambiguità che ci portiamo dietro.
Con gli amici di Mestre, Lucca e Ferentino da un paio d'anni si è iniziato a discutere e ci sono stati degli scambi piuttosto proficui. Nel suo decennio di vita, Visionaria ha intavolato rapporti con molte altre manifestazioni, compreso Round (al quale quest'anno prenderemo parte per la terza volta con una nostra rassegna e colgo qui l'occasione per ringraziare gli amici di Rimini), ma il fatto è che stiamo ancora parlando di eventi minimi, delle briciole che cadono dalla tavola imbandita alla quale noi non siamo stati invitati.
Voglio dire che scambi fra le varie realtà italiane ce ne sono sempre stati: i piccoli festival ospitano volentieri quelli più grandi perché in fondo rappresenta una sorta di consacrazione come dire "ecco, ora ci siamo anche noi!", mentre per quelli più grandi può significare aprire una finestra su altre realtà: Visionaria ad esempio da tre anni ospita festival europei ed internazionali proprio con l'intento di mostrare a che punto è la ricerca e lo stato delle cose all'estero.
Tutto ciò non basta, anzi per certi aspetti può pure essere controproducente perché consolatorio. Se la diffusione del corto passa soltanto attraverso la "rete" dei festival è come continuare a guardarsi l'ombelico, non ci muoviamo da lì. Bisogna invece contaminare altri ambiti sociali e culturali, esporsi, imporsi se occorre. Per farlo al meglio serve un organismo super partes, un ente di riferimento che parli con i grandi network europei, che imponga scelte culturali, che organizzi il nostro settore e lo faccia decollare verso l'Europa ed il resto del mondo.
Per concludere la risposta, dico che Lucca, Mestre, Ferentino e Siena hanno iniziato un discorso che per ora ha dato vita ad un piccolo progetto che ha prodotto una sorta di carta degli intenti, reperibile al sito www.cinefestival.it/cortofestival, ma che potrebbe in futuro andare oltre. Tutti i festival sono chiamati a partecipare, ma non solo i festival: ci riferiamo alle molte associazioni che in Italia, pur occupandosi di video e di immagine, non organizzano festival, che invero rappresentano sicuramente dei validissimi interlocutori. Voglio fare l'esempio dell'Associazione John Belushi di Agrigento cui abbiamo recentemente prestato i nostri video per una bella e riuscitissima rassegna di due serate in quella città.
Pensi che si possano evidenziare delle "direttrici estetiche" che caratterizzano il fenomeno video? Insomma cosa c'è di nuovo nel cinema dei "cortometraggi", a parte il fatto di essere corti e indipendenti? Dacci qualche indizio.
La prima risposta che mi è venuta in mente è stata: "Non ne ho la più pallida idea!". Ed in genere glisso fugacemente di fronte a quesiti così impegnativi. Sono e resto un organizzatore (e anche un fotografo) ma non un critico e non voglio passare per tale.
Nel Catalogo 1999 scrivevo, facendo eco a Sergio Morales Quintero, coordinatore del Festival Video delle Canarie, che la nuova figura d'artista in ascesa nella società contemporanea era lo "spettautore". Un personaggio che resta spettatore ma che ha a disposizione mezzi e materiali per autoprodursi e per testimoniare sé stesso ed il mondo che lo circonda. Affinando le proprie tecniche, egli rappresenta, in maniera per lo più incoscia, un testimone "oculare" del nostro tempo e al tempo stesso ne interpreta il desiderio di democrazia vera e non il feticcio che conosciamo. Non perché l'arte, in quanto tale, sia antagonista al potere e neppure perché i nostri spettautori facciano parte di una associazione sovversiva, ma perché è proprio nel senso estetico, e nella sua continua evoluzione, che risiedono, a mio parere, i germi della non omologazione fra le culture, della propria individualità, cioè della assoluta "alterità". In questo senso, l'audiovisivo indipendente rappresenta il mondo che si pone "contro" anche quando è "per" poiché utilizza il proprio senso estetico e la propria individualità. Non per nulla infatti l'Occidente, anche se professa l'individualismo a tutti i costi, produce omologazione e globalizzazione. Una contraddizione che i videomaker si trovano loro malgrado a vivere sulla loro pelle e a cui tentano di dare risposte positive, talvolta consolatorie, ma alla quale non possono sottrarsi, scontrandosi con la propria "alterità".
E qui mi fermo, ben sapendo che la tua domanda mirava a risposte più "interne" al nostro settore, ma l'estrema varietà di contenuti e di mezzi, di linguaggi e di forme nelle quali trovano espressione i molti aspetti della nostra vita meriterebbero riflessioni più accurate e profonde di quelle che potrei fare io.
Diverse manifestazioni hanno sbandierato il feticcio della "sintesi"... nel catalogo del Videominuto si intimava che "non c'è più tempo, bisogna sbrigarsi" quasi vantandosi del saper stare al passo con quella che è stata definita "schizofrenia occidentale". Rischiamo di perdere qualcosa, oppure questo processo può essere guidato consapevolmente? Il successo del "Corto" è un riflesso di queste tendenze "storiche"? Eppure certi risvolti della vita non si possono catturare se non tramite una amplificazione dei fenomeni impossibile nella durata di 5 o 10 minuti. Ho trovato frustrante, una volta girato un video di soli 35 minuti, il non poterlo presentare a più di cinque festival, tra le centinaia di cui si vocifera nella penisola.
Forse Visionaria rappresenta una controtendenza per quanto riguarda le durate: siamo partiti dai 5 minuti come limite massimo e siamo arrivati a 15'.
Secondo me il cortometraggio non è un genere univoco come lo può essere il lungometraggio: qui una storia ha il suo intreccio ed il suo sviluppo per una durata che anche commercialmente si è attestata in circa 90', sia pure con le dovute eccezioni.
Il corto invece possiede linee di sviluppo sue proprie e sono diversissime se guardiamo un corto di 1 minuto piuttosto che un altro che ne dura 15'. Tanto più se guardiamo al mezzo video e ad esperienze visive non limitate alla fiction.
E' evidente che non si può "condensare" sempre tutto: fare un feticcio della sintesi ad oltranza e a tutti i costi, anche quando palesemente è inutile e fuorviante, può essere una forzatura culturale. Che l'occidente ne sia malato è una constatazione fin troppo elementare, la definirei la "sindrome da spot" o "sindrome da fast food" (e guarda caso sono due parole americane...). Consumare immediatamente per essere nuovamente al lavoro con cui produrre cose da consumare sempre più in fretta. E comprare sempre di più, anche e soprattutto ciò che non ci serve. Logiche perverse del mercato, si dirà, ma forse è il mercato in quanto tale che ha in sé i germi della perversione. Adattarsi e accondiscendere a queste logiche non rientra nelle nostre corde, per quanto resistervi sia di fatto sempre più difficile. Paradossalmente, ritengo che Videominuto mostri proprio i limiti della sintesi e comunque passata la novità del genere, finisca per subentrare la noia negli spettatori proprio allo stesso modo che guardare un film troppo lungo e troppo lento.
Se tutto ciò possa essere "guidato" perché non diventi troppo frustrante non saprei, mi riesce difficile immaginare l'audiovisivo indipendente a sé stante, separato dal resto delle cose della vita. Finisce logicamente per rifletterne, nel bene e nel male, le tendenze. Il nostro lavoro semmai può essere quello, da operatori intelligenti, di non chiudere gli spazi alle diverse esperienze del settore.
La presentazione delle opere al pubblico è però un'altra questione che merita una riflessione a parte: nella stragrande maggioranza dei festival il tempo da dedicare alle proiezioni è sempre piuttosto limitato da varie contingenze: noleggio degli spazi, delle attrezzature ecc. e per far vedere più materiali si sceglie la strada di ridurre le durate dei singoli video. Ovviamente parlo delle rassegne serie, non certo quelle in cui i cortometraggi sono una scusa per fare passerella o altro.
Visionaria, ad esempio, ha scelto fino ad oggi di utilizzare solo le serate, evitando pomeriggi o matinée se non in via eccezionale e comunque legati ad eventi particolari. Con questo meccanismo sono per forza esclusi lavori troppo lunghi se vogliamo presentare al pubblico la più ampia produzione possibile di quella categoria. Ma è anche vero che abbiamo organizzato diverse rassegne in cui abbiamo proiettato corti di mezz'ora o anche più lunghi. Capisco benissimo che un'opera di 35 minuti non sia facile da presentare in giro, ma del resto è anche vero che più il corto è lungo e più si accosta, per intreccio e sviluppo della storia, al lungometraggio.
Che pensi che succederà nei prossimi anni nel nostro "ambiente"? E come si evolverà il percorso di "Visionaria"?
Visionaria è per sua natura instabile, mutevole, cangiante. Non è alla ricerca di una formula su cui adagiarsi, anzi cerca di modificarsi in base a quello che di diverso e di nuovo compare all'orizzonte, per cui non so dire che cosa possa riservarci il futuro. Quello che speriamo è che sempre più ci si renda conto del valore e dell'importanza che rivestono queste nostre piccole grandi opere in video e che anche in Italia si smetta con le cazzate.
Visionaria dal canto suo prosegue il proprio percorso alla ricerca di strutture stabili e cercando di orientare la riflessione sul mezzo e sulla società, ospitando e sviluppando occasioni di dibattito e di conoscenza.
Nel nostro ambiente invece penso che, sviluppandosi sempre più le nuove tecnologie, anche il video dovrà cedere il passo ai nuovi supporti ed anzi si potrà partecipare ai festival semplicemente attraverso un tasto del nostro computer di casa. Ma non cambieranno i rapporti di forza ed anzi, in virtù di una malintesa democrazia proprio perché tutti ne potranno avere accesso illimitatamente, nessuno in realtà né potrà godere appieno.
Non so quanto questo mi entusiasmi ma il nostro futuro sembra andare irrimediabilmente in questa direzione.
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