Premessa
Chi si esprime tramite il mezzo video digitale, con strumenti non troppo costosi e senza dover sottostare alle leggi e ai tempi della produzione commerciale, ha la possibilità eccezionale di parlare di se stesso. Questa, la possiamo considerare una specificità delle circostanze creative definite "indipendenti".
Ma attenzione: si tratta semplicemente di una possibilità, che viene praticata in modi diversi, parziali, e solo raramente è realizzata tanto da saltare all'occhio. Infatti, il mondo del "cinema non professionale" ha sempre avuto, in quanto "mondo", delle sue leggi. O per lo meno dei codici condivisi, con cui si deve venire a patti, spesso a discapito di necessità più personali.
Negli ultimi anni, questi codici si sono sviluppati ulteriormente, e si sono fatti più precisi, irrigidendosi. Gli esperti del settore, ma anche i conoscenti degli autori (amici, parenti, committenti vari), hanno un'idea più chiara del concetto di "cortometraggio", di "videoarte", o altri. Chi crea, deve confrontarsi con standard definiti ed affermati. Non era così dieci anni fa, quando un video come "Una notte vera" di Lauro Crociani rischiava di vincere qualche concorso, e, contemporanemante, i critici teorizzavano sugli esperimenti di Angelo Tantaro (1).
Bisogna notare però che quella possibilità di parlare di sé stessi, nonostante tutto, permane anche oggi.
Permane, assieme alla fruibilità dei mezzi tecnologici. Assieme alla libertà che nessuno può toglierci, e che questi mezzi possono convogliare. Assieme al senso di riscatto esistenziale che in ciascuno di noi è innato, e che in alcuni tende a irrompere, per ragioni disparate, proprio nella ridiscussione e riscoperta di se stessi.
Quindi, vogliate comprenderci se nel testo che segue, rileggeremo il mondo del video sfruttando, come chiave di lettura, la possibilità di cui abbiamo accennato, e i diversi modi di gestirla, mediarla o ignorarla. Questo, secondo noi, è un modo serio per parlare del nostro "ambito creativo", come "qualcosa la cui distinzione dal resto sia fondata". Nel senso esistenziale, sì; ma anche estetico, creativo e persino produttivo.
Nei limiti delle nostre possibilità, ce la sentiamo di "osare" quello che non abbiamo osato ancora, cioè proporre le basi di un sistema interpretativo più concreto, benché tutto da ridiscutere e comprovare. A darci questo coraggio sono forse gli anni d'impegno per la comprensione degli autori. Abbiamo raccolto così tante testimonianze che, se lo volessimo, potremmo persino proporre delle piccole statistiche.
Parleremo quindi di alcuni tipi di autori, che vi invitiamo ad intendere in modo non troppo rigido, alla stregua di tendenze mai definitive. Questo, al di la' delle inflessibilità che, il teorizzare, comporta inevitabilmente.
Tipologia degli autori: una proposta
A proposito della rappresentazione di se stessi all'interno dell'opera, semplificando non poco, e riferendosi a categorie vecchie quanto la nostra cultura (2), si possono parlare di alcune diversi tipi di autori video. Per comodità, le abbiamo così suddivise:
I Tipo: Coloro che, attraverso la creazione video, non intendono rappresentare in alcun modo se stessi. Non sono coscienti del problema, o, se lo sono, fanno di tutto per evitare questa possibilità.
Il contatto con se stessi non avviene, o è rimosso.
II Tipo: Coloro che rappresentano se stessi in modo letterale. Cioè, negli aspetti più concreti e immediatamente riconoscibili dell'opera. Ad esempio: la storia narrata (raccontare vicende personali) o la scelta di elementi particolari (girare in location d'importanza personale, o inserire nell'opera immagini e cose d'importanza personale).
Il contatto avviene nella fase dell'ideazione, della pre-produzione.
III Tipo: Coloro che rappresentano se stessi nei modi della rappresentazione, cioè nello stile che testimonia e filtra vicende e soggetti svariati.
Il contatto avviene nella fase di produzione e post-produzione.
IV Tipo: Coloro che rappresentano se stessi nell'atto della creazione, indipendentemente dalla considerazione dell'opera finita, ma intendendola come qualcosa che si evolve costantemente, e vivendo questa evoluzione costante come l'autentico senso dell'opera.
Il contatto, avviene sul piano della creazione in quanto tale, cioè fine a se stessa (e della catarsi, se esiste un pubblico). Non esiste prodotto finto, o esiste solo contingentemente: ciò che importa è la creazione come opera in sé (ad esempio: certi progetti vijng, o, in altri sensi, video sperimentali, come quelli di alcuni gruppi di teatro d'avanguardia).
Eccetto nel caso del IV Tipo, la creazione è sempre qualcosa di strumentale alla realizzazione di un opera finita che poi, in un secondo momento, ci rappresenterà al posto del nostro io, sostituendovisi letteralmente.
Per i casi del I, II e III gruppo, il momento della visione dell'opera finita è sempre un momento di affetto narcisistico, e non è da confondersi con quello che abbiamo chiamato contatto, cioè il momento in cui effettivamente si parla di se stessi, riflettendosi nell'opera.
Nel passaggio da I a IV tipo, cambia la conoscenza di Sé, e la necessità di affrontare le problematiche ad esso attinenti. Inizialmente (I), non si avverte o si ignora questa evenienza. Poi, quando la sia avverte, la problematica viene rappresentata in tutta la sua portata letterale (II).
In un secondo momento, la problematica viene intesa come qualcosa di più astratto, di cui le apparenze letterali sono considerate una delle tante manifestazioni possibili. Qui, si ha una coscienza di Sé come particolare modo di essere (essenza), cui è possibile declinare qualsiasi insieme di rapporti tra persone, cose o immagini: le stesse qualità formali dell'opera. È il momento dell'artista maturo.
Il IV tipo, astrae ulteriormente la problematica, perché rifiuta l'oggettivazione di essa nell'opera intesa come qualcosa di finito, e riscopre una coincidenza totale tra confronto con se stessi e creazione video. I mezzi, gli oggetti e i corpi che compongono l'attività prendono valori inediti, e agiscono in un centro rituale decretato dall'autore. Non videoarte, non fiction, non teatro, ma una qualsiasi di queste cose decontestualizzata dai significati abituali-funzionali, ed elevata a strumento di autoconoscenza.
Essere autori
I più attenti avranno notato che c'è un punto da chiarire urgentemente, ancor prima delle già numerose zone d'ombra presenti in quanto detto, che affronteremo con calma.
E cioè, cosa intendiamo precisamente quando scriviamo "parlare di se stesso"? Il concetto è implicitamente comprensibile da chiunque appartenga a uno dei tipi enunciati - insomma, a qualsiasi autore, che sa cosa si deve o non si deve fare in taluni o altri casi -. Ma è bene essere chiari, per quanto l'impresa sia in parte utopica.
Per "parlare di se stesso" non intendiamo semplicemente la rappresentazione del proprio io, della persona che vogliamo essere e cerchiamo di far apparire. Piuttosto, intendiamo un nostro essere che viene ancor prima della facciata, delle apparenze, dei ruoli che ostentiamo. Qualcosa che, sia chiaro, corrisponde comunque all'azione che il mondo ha compiuto sulle nostre anime. Ma in un senso più ampio.
Intendiamo, dunque, una sublimazione nell'opera di quella lotta che costantemente portiamo avanti per essere ciò che siamo. Un conflitto, e al contempo un'armonia, le cui radici sono, generalmente, nell'infanzia e nell'adolescenza, e le cui problematiche si ripresentano ogni giorno.
Così nell'opera, non troviamo solo la sublimazione dell'essere dell'autore, ma anche di tutto ciò che, per reconditi motivi personali, gli è avverso, e dal profondo lo determina per quello che è.
Questa cosa, è nitidiamente presente nelle circostanze della creazione del IV tipo (per questo definibili "rituali"). Troveremo quindi riproposto quel rapporto peculiare che l'autore instaura con se stesso, scoprendo un suo essere più ampio, bipolare ed ermafrodita (nel senso creativo). Ecco il contatto, che è l'incontro con le parti rimosse o taciute, e che ci aiuta a scoprire una autonomia innata, feconda di un mondo specifico.
Questa autonomia è avvertibile in un'inquadratura inedita, magari parzialmente sovraesposta, o inclinata o distorta (III tipo), o in un racconto ricco di ambiguità sdoppiamenti (con personaggi doppione del protagonista-autore, fino ai peggiori zombies, tutti riconducibili al suo non-essere, vedi II tipo).
Questa autonomia potrà risultarvi palese osservando un particolare uso dei filtri video, magari ricco di rimandi e contraddizioni incomprensibili (III tipo), oppure assistendo, in tempo reale, alle creazioni di un autore che sappia trasformare il set in un inedito luogo di culto, con gesti e liturgie particolari; quando si lavora con amici o in totale distensione, ne emergono quasi automaticamente, pur restando inconscia la possibilità di trasformare l'attività in una performance (come avverrebbe invece in un caso del IV tipo).
Così, il caso del IV tipo, che, cinematograficamente parlando, forse è davvero un'utopia - o semplicemente è un presupposto teorico -, ci aiuta a capire che cosa stiamo cercando all'interno degli altri casi. Il IV tipo stesso, è forse la sfida di questa proposta teorica: il nuovo orizzonte concettuale da analizzarsi.
Vediamo dunque come, nei diversi casi, l'autore trasferisce la sua "vitalità peculiare".
I Tipo
Si tratta di registi e artisti che investono le proprie energie e il proprio intelletto nelle fasi di pre, pro e postproduzione, mantenendosi su un livello d'interazione oggettivo, in rapporto ad un mondo ove devono apparire nel modo migliore possibile. Si tratta spesso, ma non necessariamente, di professionisti.
Precisamente, un creatore di questo genere non confonde per nessuna ragione, e in nessuna fase di lavorazione, il suo dramma personale con l'opera. Ne' negli atti rappresentativi, ne' nella scelta dei soggetti o altro. Talché a volte è arduo persino definirlo autore.
Il suo stile, se ce n'è uno, nasce da un insieme di convenienze mondane, e non dalle pose dell'anima, spesso sconvenienti. Tutto è funzionale ad uno scopo, e la finitezza dell'opera è perseguita ed affermata con la massima cura: una cura a volte nevrotica, e quindi drammatica, ma mai in quel senso drammatico e al contempo positivo che comporta la coscienza di Sé.
Molti autori del I tipo, sublimano le loro energie nell'attività di creazione, e sono onestamente convinti di dedicarsi "anima e corpo" al proprio lavoro. In questi casi commoventi, scopriamo che, tali energie, si sono rese disponibili in seguito ad eventi personali e a volte drammatici, che hanno sprigionato un istinto di riscatto. Ma nell'opera, poi, non troveremo ne' la testimonianza di tali eventi (come nel caso del I tipo), ne' la traccia di ciò che profondamente motivò questi stessi eventi (vedi il caso del II tipo). Piuttosto, si potrà spesso parlare di rimozione del ricordo, o allontanamento spasmodico di materiali sgraditi, con relativo spreco energetico attinente.
Più generalmente, sarebbero registi ed operatori di questo tipo tutti i professionisti, che magari si esprimono e trovano il contatto in altri momenti della loro vita. Ma noi qui non stiamo parlando dei professionisti, che non sono assolutamente chiamati in causa. Bensì di autori, cioè di persone che, a grandi linee, vogliono costruire la propria identità con il video, rendendo conto a se stessi e agli altri.
E un autore del I tipo, è un autore che pur di realizzare la propria identità agli occhi del mondo, rischia di dimenticare se stesso.
Non è detto che succeda, anche perché ci sono mille modi per "ritrovarsi" altrove. Ma data la natura di queste distinzioni, è per noi importante sottolineare il rischio.
II Tipo
È senz'alto il fenomeno che più ha caratterizzato il mondo degli autori "indipendenti", almeno fino agli anni '90.
Trattasi di autori che, abbracciata la possibilità di rappresentare se stessi tramite il video, hanno sviluppato una serie di adattamenti particolari, per mantenere vivo un mondo parallelo a quello reale, ricco di rapporti e significati personali ma non necessariamente in contraddizione con l'esterno.
In questa dimensione creativa, gli autori hanno portato avanti, mettendola in scena, la loro lotta per essere, e venire a capo di se stessi.
A volte si è parlato di psicodrammi in video, specie per autori che raccontano storie che li riguardano direttamente, producendo, ad un occhio attento, "sempre lo stesso film". In realtà, il concetto di psicodramma va ben oltre la tipologia suddetta, e rappresenta solo un caso da analizzarsi altrove.
Ciò che unisce questi autori è anzitutto la necessità di rapportarsi ad un mondo personale, che è una trasfigurazione, idealizzata, del mondo reale.
Questo atto di mediazione corrisponde alla creazione e produzione video. Generalmente, di una fiction. Ma anche nel caso della videoarte, è facile trovare autori che hanno reinterpretato immagini, gesti e cose legate concretamente alle proprie esperienze più o meno traumatiche.
In alcuni casi, è un testo narrato a fare da guida in questo percorso; così l'autore testimonierà in modo immediatamente comprensibile le sue impressioni ed esperienze personali.
Ma i casi più interessanti sono quelli di certi autori di fiction, che hanno sviluppato adattamenti particolarmente contorti.
Mentre a qualcuno potrebbe bastare acquisire un'immagine in un computer e manipolarla per qualche ora, un regista del I tipo è "costretto" ad attivare una macchina produttiva ben più complessa, con grande spreco di mezzi, di tempo, e, per così dire, "di fegato".
Per ritrovare se stesso e/o venire a capo di fatti il cui ricordo comporta disagio, l'autore è costretto a rappresentarli in video. Come se la fiction fosse una concretizzazione di un 'evento (3) il cui ricordo, a questo modo, viene espulso. Non si tratta dunque di rivivere l'evento, ma di rappresentarlo o sublimarlo.
Più che esser mossa da scopi terapeutici, come nel caso di uno psicodramma, in certi casi questa attività sembra determinata da una nevrosi, da un disagio profondo, e quindi può addirittura essere peggiorativa.
L'autore, un po' come un serial killer, deve ricostruire le circostanze di particolari eventi traumatici, per poter così espiare il suo non-essere. Ma, parlando comunque di se stesso, è al contempo vittima e carnefice. Altrove abbiamo parlato approfonditamente di questi meccanismi (vedi qui).
Capite come possa esistere, dunque, una componente perversa in queste circostanze creative. Tuttavia, lo sforzo concreto ed e il rischio personale valgono spesso la pena, perché, parlando di se stessi senza censure e con intelligenza, si regalano al mondo nuovi punti di vista su problematiche comuni. Molto più comuni di quello che si possa pensare. Ed ecco che, a distanza di anni, questi artisti vengono riscoperti come "autori totali".
Senza dover per forza giungere al parossismo, un atteggiamento del primo tipo è presente in molti autori di video, che mescolano elementi di vissuto personale ai soggetti più svariati, ma con misura e pudore. Determinando, spesso, un atteggiamento che è un po' una via di mezzo tra il II e il III tipo.
Nelle opere, si assiste alla rievocazione degli stessi fantasmi, alleati e antagonisti che forgiarono l'essere dell'autore. Spesso, l'autore è presente come attore e come protagonista, ma sarà facile ritrovare tracce del suo Sé in altri personaggi o cose.
Organizzati in un "limbo peculiare" (4), questi elementi riflettono un mondo idealizzato, che comunica con l'esterno grazie alla telecamera stessa. Alcuni autori di questo tipo, la sfruttano quasi come un mezzo di "autotrasporto", per lanciarsi, nel modo più veloce possibile, in una dimensione altra. È il caso di alcuni autori trash, che, al di la' delle loro teorie sovversive, celano anzitutto una necessità di evasione radicale, dove l'istinto ha la meglio sulla coscienza (per lo meno durante la lavorazione dell'opera).
L'autore del II tipo, che sia un videoartista, un animatore in flash come il peggior regista splatter, concentra gran parte delle sue aspirazioni sul momento di visione delle sue stesse opere, che riosserva spesso, da solo o con le persone care, vivendo una sensazione di completezza, di reintegrazione a se stesso. Nell’opera, l’autore trova una sorgente costante di energia, forse proprio perché vi sono sublimati eventi reali ai quali costui fu costretto a reagire. Per rievocare, aggiornare ed integrare queste energie, l’autore tornerà ben presto a ricreare le stesse circostanze produttive di un tempo. Infatti, i traumi sublimati nella fiction, sono spesso legati alla creazione video stessa, e rimandano a circostanze di passate creazioni video.
III Tipo
Come nel caso degli autori precedentemente descritti, questi artisti non possono fare a meno di trasmettere la propria vitalità peculiare nel corpo dell'opera. Ma, invece che farlo in modo diretto, raccontandosi o ritraendosi, compiranno un atto di sublimazione più complesso, riferito ai modi della rappresentazione.
Invece che rappresentarsi come persone o cose, questi artisti compiono, non sempre consciamente, un passaggio ulteriore nel percorso dell'autoconoscenza. Individuano degli equilibri, dei "rapporti" che sentono particolarmente vicini al loro animo. La loro personalità sembrerebbe essere solo una delle possibili manifestazioni di questi equilibri. Così, diviene quasi automatico rivederli e promulgarli negli elementi che compongono l'attività artistica. Ordinare queste cose secondo il proprio "stato d'animo", e porre questa necessità un attimo prima delle esigenze e delle suggestioni mondane.
L'attenzione si sposta, così, dal "contenuto" alla "forma", e si comincia ad esprimersi con il linguaggio specifico del mezzo video.
L'autore si concentra sulla gestione delle diverse qualità che compongono l'opera, caratterizzandole secondo i rapporti peculiari del suo animo, e sintetizzando uno stile originale. Fotografia, effettistica, montaggio, sonorizzazione, e persino colorimetria e postproduzioni varie, salteranno agli occhi per le loro trame originali, personalissime.
Soluzioni inedite per la composizione del quadro, con fascinazioni simmetristiche o discontinue, contraddizioni interne all'immagine, o forti contrasti o sovraesposizioni. Effetti sofisticati, organizzati in tessuti di rimandi peculiari. Suoni di commento che si incuneano tra sottofondo e presa diretta, ritmi di montaggio svariati, veloci o lentissimi, variabili e imprevedibili, lineari o "verticali". Ma anche, perché no, soluzioni di sceneggiatura singolari e coerenti.
Un autore del II tipo, per realizzare un effetto preciso, che sia utile a rappresentare il suo dramma, utilizzerà operazioni tecniche e linguistiche collaudate a livello di massa. Un autore del III tipo cercherà una soluzione peculiare, una drammaturgia personale, per narrare di fatti che non lo riguardano direttamente.
L'autore del III tipo si riconoscerà proprio per questa sua attività di ricerca peculiarmente legata al mezzo espressivo. Per utilizzarlo in modo personale, è costretto prima a liberarlo dai significati stereotipati, e quindi a renderlo alla sua libertà di "cosa viva".
Il video (in quanto tale), per questo lo ringrazia, e lo incoraggia in modi misteriosi. Ma, generalmente, in un secondo momento sarà l'autore stesso ad attribuire nuovi significati alle qualità dell'opera, riproducendo così il rischio di una nuova immobilità.
Non dobbiamo però confondere questo caso definito del "III tipo", con il caso di chi, pur affascinato dalla tecnica e dal linguaggio, non ha osato nessun coinvolgimento tra la sua anima e l'opera. Anzi, lo evita. Credo che questo fraintendimento possibile, sia un punto debole del sistema qui proposto, per lo meno se non precisiamo il rischio.
L'Italia pullula di autori video di grande consapevolezza nell'uso del linguaggio e della tecnologia video. Ma, per motivi legati alla loro formazione, o per scelte di vita, non trasformeranno questa cosa in un'attività di autoconoscenza (nel senso psicologico o esistenziale).
Esistono persone capaci d'interrogarsi ore ed ore, ma che dico: giorni, settimane, mesi, sulle singole qualità fotografiche di un'immagine. In questa attività, l'obiettivo principale resta però il miglioramento dell'opera, a pro del suo maggior successo possibile, internamente ad un mondo. La loro passione, è dettata dalle speranze in un successo futuro. E per realizzare ciò, devono tener conto sempre e anzitutto dei significati (e dei valori in generale) che quel mondo attribuisce alle svariate soluzioni componenti un'opera video.
Possono osare un innovamento di questi codici, ma in misura minima. Però, lo possono comunque fare, e forse, non farlo nemmeno in minima parte è impossibile. Dunque, restano comunque artisti (5).
In certi casi, la creazione diviene sempre più un lavoro di correzione "nevrotica": c'è ancora qualcosa che possiamo migliorare, affinché si possa ottenere il miglior risultato possibile. Abbiamo la necessità di apportare questa correzione, perché per noi, l'essenziale, è ottenere un risultato sempre più preciso. Vedete come l'autore ci parli comunque di sé, ma in un senso diverso da quello dell'autoconoscenza: ci parla della sua necessità di riuscire, e della sua vocazione al successo, che molti scambiano con l'anima in senso lato.
La differenza sostanziale, è che un autore del genere (che resta comunque, per quanto ci riguarda, del I tipo), vuole creare un prodotto perfetto, finito, rivelato nel senso e nella concretezza. L'autore del III tipo, per convinzione o per intuizione, vuole rappresentare una particolare articolazione tra visibile e non visibile, tra sensi evasi ed inevasi. Qualcosa che ha trovato in se stesso, ed è conoscibile in ciascuno di noi. Qualcosa di vivo, che gode di luce propria, anche se non necessariamente nega il mondo comune.
Concludendo le osservazioni su questo terzo tipo di autori, e sperando di essere stato più chiaro possibile, volevo sottolineare ancora una volta che, come nel caso del I e del II tipo, anche il III tipo incarna una tendenza mai definitivamente distinguibile.
Ad esempio, assisteremo molto spesso a casi di "autori totali", che rappresentano se stessi sia nei modi della rappresentazione, sia nei soggetti e nel rappresentato. Siamo portati a considerarli comunque di quest'ultimo III tipo o tendenza, poiché il fatto di essere arrivati a ridiscutere il linguaggio, crediamo sia maggiormente significativo.
IV Tipo
Un autore del III tipo, nonostante riesca a imprimere nell'opera una vitalità peculiare e in parte irrefrenabile, produce comunque qualcosa di finito, di fisso, dal punto di vista concreto. Benché si possa riconoscere nella sua ricerca dei valori esistenziali e specifici, questa ricerca resta comunque un mezzo per realizzare gli stessi valori, che si manifesteranno appunto nell'opera. E raramente, nella ricerca in sé.
Nel caso di autori particolarmente evoluti, c'è invece una drammatizzazione radicale dell'atto rappresentativo. La creazione viene liberata dall'ossessione dell'opera finita, che è un po' la sua finitezza stessa. Gli vengono attribuiti significati ulteriori, o nessuno, ed è lasciata per così dire "aperta".
Ecco la creazione video come luogo di "apertura". Non si tratta più di una fase intermedia e necessaria alla realizzazione di un opera in qualche modo funzionale, ma è l'opera essa stessa. Somiglia ad un "laboratorio", nel senso teatrale, dove vengono sperimentate le diverse soluzioni possibili, e nessuna è mai definitiva, così che la sperimentazione della sperimentazione diviene l'unico modo di essere. Si ricrea un tempo ciclico, per così dire "mitico", dove affiorano nuovi rischi, come quello di creare nuove liturgie e forme di immobilità, o come quello, sempre vivo ed eccitante, della paranoia.
I rapporti che uniscono le persone e le cose della creazione, diventano i rapporti di un piccolo rito, e sono in ulteriore analogia con il modo di essere dell'autore, nella sua completezza, nel suo Sé.
Ciò che caratterizza questi eventi, è il sentimento di catarsi che può provare lo spettatore, e quello di immedesimazione estatica che prova il partecipante. In minima parte, e per gli stessi motivi di uno spettacolo di teatro, si può vivere questa esperienza con il vijng. Qui, il momento creativo è il montaggio, vissuto in tempo reale, e appunto ciclico.
Ma le occasioni di maggior evidenza e conferma, ci vengono forse dai casi rarissimi in cui è la fase di ripresa ad essere vissuta come un evento rituale. Questa cosa, che nel grande cinema è tanto inconscia da divenire ingestibile e dominante, nel video ha la possibilità di manifestarsi coscientemente e specificamente, fino ad una autonomia quasi totale.
Allora, elementi del rito divengono: la telecamera stessa, il monitor, i proiettori e il resto del profilmico; un particolare modo di lavorare, particolari rapporti o passaggi che si sviluppano tra i partecipanti, o semplicemente tra l'autore e la sua vocazione, magari sublimata in elementi di vario genere.
Propositi e precisazioni
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(...) Ho fatto parte della giuria di questo Festival per due anni e non ho mai capito cosa intendessero per trash (...) Mi pare si convogli un po' di tutto: la provocazione liberatoria, la scatologia, la satira politica, il cattivo gusto, la canzoncina deleteria, il fumetto porno anni '70, i gadget inutili, l'iperviolenza, la cattiva qualità d'immagine, la pessima recitazione, la commediola con le scoregge, il panico anni '50 per la bomba H, le campagne antimarijuana dell'FBI, certi modi estrosi di vestirsi, la volgarità, i film del terrore che non fanno più paura, le imitazioni malriuscite, le parodie... la lista può continuare all'infinito. Io cosa ho a che fare con tutto questo? E soprattutto: m'interessa? Giovanni Polesello |
Internamente a questo testo, abbiamo scelto di non nominare direttamente nessun autore esistente (6), perché non ci sembra carino incastrare degli esseri umani in una griglia di tipologie che è ancora tutta da collaudare. Dobbiamo ammettere che, ad esempio nel caso degli autori del III tipo, è difficile fare esempi nitidi, e siamo costretti ad esulare lievemente dal mondo del cinema non professionale, spostandoci sul teatro. Ad esempio, certi video di gruppi d'avanguardia, o di videoartisti particolarmente liberi.
La cosa non ci dispiace, e solo il tempo ci dirà che dove siamo precisamente diretti.
Questa ricerca ci porta, comunque, a riprendere in mano alcuni vecchi scritti dove affrontammo le questioni del video in modo più radicale, forse più coraggioso ma ancora molto ingenuo. Vedremo se sarà il caso di pubblicare qualcosa.
Le tipologie date, per quanto a tratti rarefatte o complesse, ci aiuteranno forse a leggere, in una chiave di lettura inedita, l'ambiente del video. La' dove distinzioni mai chiarite come "videartista", "videomaker", "regista", "autore" ancora creano fraintendimenti, proprio come la suddivisione in generi e sottogeneri: "video", "videoart", "corto", "millimetraggio", "cortoweb", oppure "trash", "avanguardia", "indipendente", "underground", "alternativo", "altro", "non convenzionale", "non professionale", "non fiction"…tutte distinzioni che, pur cercando di prendere le distanze dal cinema commerciale, partono comunque da un suo riconoscimento e ne sono determinate e dipendenti.
Qui, nello studiare il video, cerchiamo di delinearlo come universo di possibilità peculiari, dove l'autore ha anzitutto responsabilità verso se stesso, e deve ogni giorno scegliere a quale mondo riferire. Tra questi mondi, è compreso quello del suo carattere, insondabile, pericolosamente grande, ambiguo, e per certi versi inarrivabile a chiunque altro.
Drop_out
Note
1) "Una notte vera" di Lauro Crociani, raccontava in modo semplice e diretto la storia di un uomo che vede suo figlio solo una volta ogni due weekend. I titoli del video erano scritti su fogli di carta quadrettata, e ripresi al volo. I rallenty erano eseguiti con il vcr, ed il sonoro era un brano del Banco del Mutuo Soccorso, sovrascritto in audio dub. Allora, ciò che contava era l'ispirazione, e la nitidezza dei contenuti. Una forma sciatta ed amatoriale permetteva, implicitamente, di esaltarne la naturalezza. Oggi quel video è quasi irrecensibile, e la gran parte degli autori e spettatori lo considererebbe patetico. Osservazioni del genere si potrebbero fare per certe opere di Angelo Tantaro, benchè più evolute concettualmente; una concettualizzazione che oggi, per ragioni ulteriori, troverebbe ben poco terreno fertile, sia trai critici sia tra gli spettatori.
2) Nelle idee classiche di "contenuto" e "forma", in proposito della II e III tipologia descritta, si ritroveranno facilmente in molti.
3) L'evento può essere un fatto realmente accaduto, ma più generalmente si tratta di un fatto immaginario, o simbolico, che ad un attenta analisi nasconde l'azione passata o presente di agenti concreti. Un'"immaginazione attiva".
4) "Limbo peculiare" è un concetto sfruttato dallo psicoanalista e filosofo Ronald Laing, per rappresentare la condizione entro la quale agiscono gli isterici Si tratta, ovviamente, di una estremizzazione del caso del "II tipo".
5) [Nota: In effetti, il concetto di arte è legato comunque ad un confronto con il mondo, i cui caratteri vengono, nei loro valori, estesi, messi in discussione, e a volte decontestualizzati. Ma attenzione: in questo testo, stiamo parlando, più che di arte o di comunicazione, di ricerca esistenziale.]
6) Chiedo scusa a Daniele Carrer se abbiamo linkato ad una recensione che lo riguarda. In quel testo cercammo di evidenziare alcune tematiche condivisibili con diverse esperienze autoriali.
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