intervista
Giulio Questi
La tua attività di regista è cominciata alla fine degli anni'40, con la realizzazione di una serie di documentari. Sei ricordato anzitutto, tra gli appassionati di cinema, per i lungometraggi Se sei vivo spara (1966), La Morte ha fatto l'uovo (1967), e Arcana (1971), ma a leggere la tua biografia si notano un'infinità di episodi: collaborazioni come soggettista, sceneggiatore, attore; numerose produzioni televisive e di documentari... Al di la' della tua recente attività di ricerca "videoartistica" -sulla quale ci soffermeremo a lungo-, hai collaborato, ultimamente, ad altre produzioni commerciali?
Negli ultimi tempi non c'è stata alcuna circostanza produttiva. Per ritrovarne qualcuna occorre risalire al 1993, quando per la RAI in coproduzione con la Germania realizzai una serie di cinque film (Il Commissario Sarti, con Gianni Cavina protagonista). Finito quel lavoro, il produttore Leo Pescarolo mi commissionò per il cinema un soggetto con relativa sceneggiatura sul mondo dell'usura. Scrissi All'Inferno Coi Soldi. Dopo scritture e riscritture, dopo la terza, quarta versione, dopo battaglie feroci, con mia grande delusione non se ne fece niente. Giurai a me stesso di non perdere più tempo né con produttori cinematografici, né con commissioni ministeriali e relative clientele, né con funzionari della Rai-Tv sacerdoti del marketing. Stop. Basta Cinema. Basta Televisione. Tornai con sollievo al mondo solitario della scrittura letteraria, mio vecchio amore. Scrissi alcuni racconti che raccolsi in un libretto e rielaborai il materiale di All'Inferno Coi Soldi nella stesura di un romanzo che intitolai Effetti e Scadenze. Eravamo già nel 2002. Da tempo sognavo, come passatempo diversivo alle fatiche letterarie, una videocamera. Mi tratteneva dall'acquisto il timore di finire anch'io col fare deprimenti filmetti sulle vacanze estive. Eppure mi ero innamorato di quella piccola Canon che vedevo sempre esposta nella vetrina di un negozio.
In un giorno indimenticabile del mese di gennaio andai dal dentista. Nell'unica seduta di un pomeriggio subii l'estrazione di 12 denti, gli ultimi che possedevo. Alcuni non volevano venir via. Si dovette intervenire con trapani a percussione, scalpelli, leve, tenaglie. Tornando a casa ubriaco di novocaina passai davanti alla vetrina dietro la quale luccicava la Canon. Avevo la bocca piena di sangue e gli occhi di lacrime. Sentivo il disperato bisogno di una compensazione consolatoria, di qualcosa da amare. Entrai nel negozio e comprai la Canon MVX1i al prezzo di 2.000€.
Giulio, l´obbiettivo di questa intervista potrebbe esulare da una celebrazione della tua attività cinematografica, o da una critica individualistica alle tue recenti opere digitali. Personalmente, avverto la necessità di comprendere le circostanze creative, e specificatamente legate al video, nelle quali ti sei mosso negli ultimi tempi. E capire se, davvero, possiamo ricavarne dei concetti e degli insegnamenti condivisibili. Credi che questo sia possibile?
Mi è difficile accettare il termine "circostanza" per una ricerca creativa che mi porto dietro da anni, sia nel campo cinematografico che in quello letterario: le tecniche particolari del "cortometraggio" e del racconto, assolutamente diverse da quelle del film a lungometraggio e del romanzo. Li contraddistinguono infatti la concentrazione strutturale e l'ellissi nel segno stilistico. Ne risulta una fiammata espressiva potenziata. Fiamma ossidrica, direzionale. Una diretta collusione con la poesia. Non a caso è tutta la vita che corro dietro ai racconti di J.L.Borges. Che concetti e insegnamenti condivisibili possiamo ricavarne? Che realizzare "corti" vuol dire avere a propria disposizione grandi possibilità artistiche. A portata di mano. Che il lungometraggio è un altro mondo, non solo stilistico. Con il video risulta spesso velleitario. E rovinoso se cerca improbabili uscite commerciali per rifarsi dei costi.
Sono stato presente a due diverse proiezioni dei tuoi cortometraggi, e sono rimasto colpito dalla tua costante ricerca di un confronto con il pubblico. Ho notato che, nel parlare di queste piccole opere, torni a far uso di alcune metafore. Ad esempio, l´intendere la telecamera handycam come una sorta di penna tramite la quale prendere appunti. Hai voglia di raccontare ai lettori di D.O.E. questo tuo rapporto con la telecamera? Quando è cominciato, e come si è sviluppato.
E' vero. Non me la sento di abbandonare i film della Solipso a se stessi. Ho l'impressione che non avrebbero senso privati della mia presenza. Nella proiezione voglio rivivere quello che ho già vissuto offrendomi ogni volta come agnello sacrificale. La proiezione si carica così del mio pathos che aleggia sulla testa degli spettatori. E' come se volessi testimoniare di persona la mia esperienza e consegnarmi totalmente ad essa, rendendo assoluto e totale il solipsismo che l'ha generata. Sono io, soltanto io, sempre io, non c'è nessun altro, eccomi qui, meravigliatevi dunque e domandatemi quello che volete. Chissà, forse per scaricare sui limiti oggettivi della mia persona ogni critica, evitandola ai film. Forse si tratta solo di un handicap psicologico che si traveste di protagonismo sacrale. Fatto sta che ogni volta che parto per una proiezione mi sento una rock-star che va a fare la sua serata. Me ne rendo conto, ma anziché vergognarmi, mi viene da ridere.
Veniamo alla metafora della penna. Sì, lo dico e lo ripeto. L'handycam mi concede la stessa libertà creativa che mi dà la penna stilografica quando scrivo un racconto. Cambia il linguaggio e cambia la traccia: la luce invece dell'inchiostro. Forse perché il luogo di lavoro è sempre la mia scrivania allargata a quel paio di stanze di cui si compone il mio appartamento. Forse perché gli oggetti che ho sotto gli occhi sono sempre quelli che vedo quando alzo gli occhi da un foglio se sto scrivendo un racconto. Forse perché la sedia girevole è sempre quella se accendo il computer ed entro in iMovie per montare le inquadrature scaricate dalla camera. E senz'altro per una ragione più profonda: lo stesso "a tu per tu", la stessa solitaria ricerca, lo stesso silenzio, lo stesso assoluto solipsismo.
Il mio rapporto con la telecamera? Quando è cominciato e come si è sviluppato? Per risponderti devo tornare all'estrazione dei denti e all'acquisto della Canon, avvenimenti strettamente connessi. Tornato a casa mi vergognai del mio cedimento emotivo che aveva generato un inconsulto atto consumistico di tipo high-tech. Perciò, senza neanche guardarla, nascosi la Canon in un armadio.
Col passare dei giorni, superato lo shock dell'estrazione e dell'acquisto, la Canon passò dall'armadio alla mia scrivania, dove rimase inattiva per un bel po', tra fogli da scrivere e gli amati libri. Ogni tanto ci giocavo. L'accendevo e cercavo nel mirino immaginarie inquadrature. Finivo fatalmente sugli oggetti che avevo intorno. Abito ad un piano alto e la mia casa è sempre piena di luce, una luce che si modifica di ora in ora. Accendevo, guardavo, mi incantavo. Gli oggetti di tutti i giorni nella videocamera prendevano un'enorme importanza. L'effetto macro li esaltava. Messi insieme costituivano un mondo. Il mio mondo. Ci potevo fare un film. E il protagonista da mettere in relazione con gli oggetti? Abito da solo. Non avevo scelta. Io stesso. E l'antagonista per accendere la scintilla drammaturgica? Quell'altro, quello che vive con ciascuno di noi. Cioè ancora io. Il cast era al completo. Non mi mancava niente. Fu così che feci Doctor Schizo e Mister Phrenic. Un tema semplice, riassunto dal titolo, un tema che tutti conoscono perchè tutti in qualche modo lo vivono.
Alla fine, misi in apertura un cartello con il nome di un'immaginaria casa di produzione. Avendo fatto tutto da solo non poteva essere che la SOLIPSO FILM.
L´ultima creazione "Solipso" è Mysterium Noctys, ed ancora una volta, sei tu ad interpretare ogni personaggio ed ogni ruolo creativo. Nei tre corti precedenti, hai sviluppato alcune soluzioni possibili, già praticate da altri autori più o meno noti. In Tatatatango, ad esempio, i tre uomini mascherati si rivelano essere la stessa persona ed il detective, mai inquadrato in volto, nel tentativo di darsi spiegazioni scomoda la Santa Trinità. In Lettera da Salamanca avviene quel misterioso incontro con se stessi che molti artisti amano localizzare nel post-mortem. In Mysterium Noctys l´incontro è invece prima con un insetto, e poi con una donna, ovviamente sempre interpretata da te stesso, camuffato.
La mia domanda è: a tua avviso, questa formula creativa che hai adottato, può permettere molte altre soluzioni rappresentative, o, in qualche modo, il filone tende ad esaurirsi?
Ne parli come se si trattasse di un "genere" commerciale che a un certo punto non tira più perché è già stato tutto raccontato. Non è così. Quando si scende nelle cantine buie della propria anima si trova sempre qualche fantasma che spaventa, qualche oggetto della memoria pieno di ragnatele, un vecchio letto, una poltrona sfondata, una logora fotografia di tuo padre o di tua madre, uno specchio scrostato che ti rimanda il tuo viso deformato, qualche topo che ti corre tra i piedi, qualche scarafaggio che tenta di entrarti in bocca. Ogni anima ha il suo repertorio personale, con tutte le combinazioni narrative che ne conseguono..
Pertanto non è il filone che tende ad esaurirsi (infinite sono le anime e le cantine), ma piuttosto il singolo autore che finisce un'esperienza espressiva e sente il bisogno di qualcosa d'altro.
Un organismo del genere, un "autore totale", per mantenersi vivido nonostante la sua uniformità, sembra esser costretto a scindersi in sorta di "io inferiori"; così nasce la figura dell´uomo camuffato di Salamanca, la Bacon di Mysterium Noctis, la gelosa maschera assassina di Tatatatango. Eppure, alla fine, sei sempre tu: non nel senso dell´interpretazione, ma nel senso della concezione del personaggio. Come, il video, ti ha permesso di evocare (letteralmente) i diversi volti del tuo Sé?
Non ho l'impressione di aver mai tentato l'evocazione dei diversi volti del mio Me. Direi piuttosto che mi sono scisso e moltiplicato per coprire strumentalmente le parti della circostanza drammaturgica. In questa prospettiva mi sembra giusta la tua definizione di "io inferiori", in quanto puri strumenti dialettici del protagonista Me che agisce (o subisce) allo scoperto, con il suo vero volto.
Quella che emerge dai tuoi film, è un´idea di cinema totalmente indipendente dal punto di vista produttivo, nel senso che non hai bisogno di altro che del tuo corpo, la tua voce, una piccola telecamera ed un computer per montare. Questo è il caso di molti videoartisti, ma è raro che, in tali condizioni, si producano fiction, storie cinematografiche con personaggi e ambientazioni diverse. Ogni personaggio è filtrato dal tuo corpo, ed ogni sceneggiato è filtrato dalla tua mente: non vi è mai qualcosa di propriamente "altro" da te. Agli eventi sceneggiati, succede una cosa analoga a quella che avviene ai personaggi: sono sempre "della stessa anima". Ne conviene che gli eventi siano altrettanto "poco credibili" dei personaggi. Cos´è che può affascinare, in questa "poco-credibilità"?
Stai parlando dell'essenza stessa del processo artistico. La scalata alla "non credibilità". Rendere assolutamente "vero" il "non credibile". Più è alta la scala del "non credibile", più il "non credibile" è non credibile, il vero s'impone come operazione artistica riuscita ad alto livello. E' tipico e clamoroso della poesia, ma anche di tutte le altre arti, video compreso. Se poi il video è nudo e solipsistico come nel mio caso, il confronto con la poesia diventa serrato: è davvero sempre "la stessa anima" che parla.
Come già ho scritto nella recensione ai tuoi corti, ritengo che se un autore giovane si chiude nella sua casa, prevalentemente al buio, a girare cortometraggi in cui lui stesso interpreta tutti i ruoli e le mansioni, probabilmente finisce per alienarsi, se non addirittura deprimersi. Che tu, ad ottant´anni, abbia prodotto ben quattro corti di questo tipo, e che tu giri per l´Italia a presentarli, è un fatto eccezionale. Ma forse, anche Giulio Questi alla lunga avrà provato "stanchezza" in questo spiazzante monologo non privo, tra l´altro, di impegni tecnici e di perfezionismi estetici. Anche per Giulio Questi, fare video potrebbe esser diventata, alla lunga, una sorta di nevrosi. Hai provato sensazioni di auto-oppressione, o un qualsivoglia stress creativo?
I miei complimenti. L'immagine appena suggerita del giovane autore chiuso con la videocamera nel buio della propria casa in preda all'alienazione e alla depressione è magnificamente empatica e drammatica. Mi hai particolarmente colpito. Ma tutto sommato, invidio quel giovane autore. Vuol dire che è tanto giovane da sentire il richiamo della vita che echeggia fuori di casa sua, amori, sesso, amicizie, sbronze, confronti, sole, nuvole, alberi, venticello sul viso.
Vuol dire che sta reagendo all'autopunizione di un cortometraggio su se stesso, alla finzione di una vita che non ha confronto con quella che c'è di fuori, ancora tutta da giocare e conquistare. Lasciamo che abbandoni la videocamera ed esca di casa. Ma per me, dopo ottant'anni di quella bella vita? Dove vuoi che vada? A farmi arrestare ai giardini pubblici per atti osceni solo perchè piscio contro un albero? (Nessuno è più sospettabile di un vecchio che porta mano alla patta). C'è qualcosa di meglio di casa mia, dove posso ricordare e immaginare a volontà, magari con l'aiuto di due dita di whisky? Per me niente auto-oppressione o stress creativo, niente stanchezza. Solo curiosità e divertimento. L'impegno tecnico e il perfezionismo estetico mi eccitano, mi esaltano. Se accendo una "quarzo" inondo di sole la stanza, creo la luce e le ombre, come il Dio della Bibbia. E da lì comincio. Con la penna stilografica piena d'inchiostro.
Qualcuno ha sostenuto che tu, già negli anni ´70, ai tempi de "La Morte ha fatto l´uovo" ed altri tuoi film, cercavi di utilizzare la 35mm in un modo in cui oggi viene utilizzato il video, e, nonostante esistesse già il videotape, continuavi a preferire la pellicola.
Il linguaggio può apparire libertario e autarchico indipendentemente dal fatto che si usi macchine da presa o semplici handycam digitali. Ma, per quanto riguarda gli aspetti produttivi, la differenza cambia in modo drastico, perché, qualsiasi cosa tu ne voglia fare della macchina da presa, avrai comunque la necessità di una serie di attrezzi e di figure professionali a tuo seguito, per gestire i numerosi aspetti tecnologici.
Dal punto di vista delle risultanti espressive, "video" non significa molto, perché c´è sempre stato un suo corrispettivo, già da prima della nascita dell´elettronica. Chi negli anni ´60 utilizzava le 8mm, faceva spesso le stesse cose che oggi fanno i videomakers. Negli anni ´20, futuristi, dadaisti & c. facevano quel che gli pareva con il cinema. E così via. Piuttosto, il "video" sembra aver cambiato il rapporto psicologico che si ha con il mezzo cinematografico, anzitutto in fase creativa. Rappresenta, forse, un invito a concentrare sia la propria catarsi, sia l´attenzione critica, sul gesto: sull´azione, piuttosto che sul prodotto finito. Hai notato qualcosa del genere?
Mi fai ricordare quando giravo i miei film di produzione industriale: il camion del materiale elettrico, il camion dei macchinisti, il camion dell'attrezzeria, il camion del generatore da 100 KW, il camion della sartoria, la roulotte della produzione, la roulotte del trucco, la roulotte dell'attore protagonista, quaranta, cinquanta persone di troupe, cestini per tutti all'ora di pranzo, un gran casino di voci, sopra le quali quella potente del capogruppo che teneva a bada le comparse.
Che silenzio a casa mia con la SOLIPSO FILM ! Mangio un piatto di spaghetti cucinato come si deve mentre il computer masterizza il DVD con il mio film. Tra qualche ora uscirò e andrò a proiettarlo in una sala con un centinaio di persone. Dal set di casa mia direttamente al consumatore. L'ho già fatto più di una volta. Il pubblico a bocca aperta, in silenzio. Funziona! Come un film vero. Basterebbe questo per confermarti che il rapporto psicologico con il mezzo cinematografico ne esce stravolto. Ogni gesto col quale hai costruito il film, ti appartiene, è solo tuo, soltanto tuo. L'hai formulato nel silenzio della tua testa e della tua casa. Diventa l'atto creativo che sta alla base del film. Pertanto esso tende psicologicamente a ingigantire, a imporsi su ogni altra considerazione, persino sul prodotto finito. Me lo hai fatto notare e io te lo confermo.
Comunque la si voglia vedere, una maggior libertà nei confronti del gesto cinematografico, colto nel suo piccolo e dunque nella sua essenzialità, rende possibile lo sviluppo di una liturgia creativa personale, che, nel caso di alcuni autori, è stata considerata alla stregua di un training. "Video" come sorta di "rito" più o meno individualistico. Nelle tue notti di cortista digitale, hai potuto osservare forme di liturgia, o di coerenza particolari, che tendevano a svilupparsi attraverso i tuoi flussi produttivi?
Direi di sì, anche se non ne farei una connotazione specifica. Credo che qualsiasi lavoro che duri nel tempo e con la ripetizione di alcuni gesti, approdi prima o poi a qualche forma di liturgia rassicurante, addirittura a qualche rito di valore scaramantico. Tanto più se il lavoro è pericoloso. Per esempio un'immersione subacquea. E il lavoro creativo non è forse una profonda immersione? Con tutti suoi pericoli, soprattutto quello del fallimento.
Giulio, raramente è stato possibile affrontare in modo specifico e così preciso queste problematiche così care a Drop out. ti prego, per questo, di osare una "connotazione specifica" delle liturgie che hai intravisto emergere nel tuo "lavoro creativo". Sottolineando magari quegli aspetti in cui le potenzialità del video sono maggiormente in risalto. Se la cosa ti stressa, ti sembra eccessiva o "evanescente", glissa pure..
Potrei glissare ma voglio essere sincero. Anche se si tratta di una liturgia imposta più che volontaria. Quando è tutto pronto per girare è tale l'emozione per l'imminente inquadratura che devo correre in bagno a pare pipi. Lì mi rilasso e sogno risultati tecnici stupendi. Ho accettato questa imposizione e oramai la uso come portafortuna rilassante per ogni inquadratura. Miseria della carne collegata da un lungo brivido ai voli pindarici dello spirito.
Ho conosciuto diversi autori adolescenti che hanno cominciato la loro attività con cortometraggi molto simili tra loro, direi analoghi. Un senso di riscatto nei confronti del reale, una rabbia controllata - come solo il cinema ti permette di controllarla; una rappresentazione più o meno metaforica della morte, e del postmortem come esperienza di incontro con se stessi, circostanza generalmente ironica - come solo la morte sa essere... Ritrovo gran parte di queste cose nei tuoi corti di uomo maturo, e mi chiedo: Giulio Questi, come tanti artisti, è un perenne adolescente - cioè, non è mai definitivamente "cresciuto", oppure Giulio Questi è uno davvero "tosto", che guarda alle grandi difficoltà dell´essere senza astenersi da un confronto inevitabilmente duro?
Mi trascini ancora a differenziare tra autori adolescenti e autori maturi, tutti comunque accomunati nel confronto con "le grandi difficoltà dell'essere". La differenza è bella grande. Parliamo di me tanto per cambiare. In rapporto all'"essere". Ebbene, io non sono più. Sono stato. Non si tratta perciò di essere "tosti", ma di essere al sicuro. Quello che è stato è stato. Non ho più niente da perdere o da aggiungere. Il gioco diventa più facile, più distaccato. Posso fare una partita a carte con la morte in tutta tranquillità, divertendomi, senza ansie, cercando di barare e di distrarla con battute di spirito per guadagnare tempo, ma sapendo bene di avere già perso. Per l'autore adolescente è tutt'altra musica. Il suo "essere" è ancora in formazione, una plastilina appiccicosa a cui dare forma, lui ci prova ma gli si incolla sulle mani e più si agita più gli si appiccica su tutto il corpo. Ne vien fuori un bozzolo gelatinoso abbastanza disgustoso. E allora ci si incazza di brutto con la realtà.
In definitiva, consiglieresti a qualcuno l´esperienza del cinema radicalmente indipendente e autarchico? Consiglieresti di interpretare diversi ruoli, dirigersi, dominare la digitalizzazione della propria immagine, insomma: scindersi e ricomporsi? Pensi che tutto questo possa in qualche modo "aiutare a conoscersi", che possa aiutare, ad esempio, a render tollerabile afflizioni esistenziali, o a curare traumi, un po´ come uno psicodramma?
Assolutamente sì. Già la scrittura o il teatro possono espletare funzioni salutari per la psiche. Ma con il cinema solipsistico le funzioni risultano potenziate, venendo messo in gioco il tuo corpo e il tuo viso. La videocamera è spietata. Fruga ogni dettaglio della tua figura, può farti inorridire, non ti sei mai visto così, ti credevi diverso, più accettabile, più bello. Cancelli tutto e rifai. Ancora peggio. Niente da fare. Rinunci allora all'assoluto e ti accontenti del relativo. Non guardi più se ti piaci, ma se sei funzionale alla circostanza drammaturgica, se l'espressività è sufficiente, se è in grado di venire assorbita dal contesto. Interviene una sorta di "pietas" per te stesso, ne accetti i difetti, li riconosci come connotati della tua persona. In altre parole fai una vera conoscenza di te, diretta, senza equivoci o bugie, non più come riflesso distorto e approssimativo della inespressa accettazione da parte degli altri. Insomma, una bella cura psicanalitica. Mi si potrà obbiettare: ma non esiste già lo specchio per questo? No. E' un'altra cosa. Nello specchio ci si riconosce, non ci si conosce. Nello specchio sei come appari agli altri. Tu stesso che guardi sei un'altro. E altro è anche quello che viene guardato. Sei sempre in una posa frontale. Anche se salti o balli sei sempre in posa, sei sempre come credi che ti vedano gli altri. Sono le angolazioni delle inquadrature, sono le forzature dei dettagli che ti disvelano a te stesso. L'obiettivo della videocamera ti vede e ti registra di fronte, di profilo, di nuca, dall'alto, dal basso, esplora il tuo orecchio, il tuo naso, la tua bocca. Non c'è scampo. Sei quello che sei. Devi imparare ad accettarti.
Nel ringraziarti per la tua disponibilità, ti lascio con la domanda di rito: che cosa stai preparando per gli spettatori, e che cosa possiamo aspettarci ancora da Giulio Questi.
Sono io che ti ringrazio per l'articolata e ragionata trama delle tue domande. Cosa sto preparando? Un quinto film. Titolo: "Repressione in città". Cosa succede se due ispettori della Società del Gas riescono a penetrare in casa tua in nome della legge di Gay-Lussac? E' in piena lavorazione. Naturalmente a casa mia. Prodotto dalla SOLIPSO FILM.
Un ringraziamento alla Cineteca di Firenze per le notizie biografiche e per il materiale fotografico.