Roberto Perruccio

Roberto Perruccio ha realizzato principalmente due cortometraggi, La Terza lingua e Al Peggio non c'è mai fine (vedi recensione), che si sono distinti per la ricercatezza delle sceneggiature e per l'immediatezza del linguaggio.
Questa intervista è stata realizzata subito dopo i successi de La Terza Lingua al Lucca Short film Festival ed al Festival di Nettuno. Subito dopo, Roberto è partito per la Danimarca, dove ha frequentato la scuola di cinema di Lars Von Trier ed ha partecipato alla lavorazione dei suoi ultimi prodot
ti.
In questa intervista affrontiamo alcune tematiche care a qualsiasi artista che si cimenti con il Video. Roberto, in particolare, ha dimostrato di saper approfittare delle convenienze di questo mezzo, rispettando la sua natura istintiva ma adattandovi delle soluzioni ritmiche ed un suspence tipicamente cinematografici.

In che cosa consiste la tua attività artistica?
La mi attività, anche se difficilmente la classificherei come artistica, consiste soprattutto nella scrittura. Il video, per me, è un mezzo per veicolare quello che scrivo. Nasco, mi evolgo e penso da sceneggiatore, e, successivamente, mi sono interessato al montaggio perché lo ritengo una sceneggiatura "meccanica", un'appendice tecnica alla parola. Non ho mai sperimentato prodotti di video arte, da scrittore prediligo la fiction e i miei lavori sono sempre molto "parlati", con una particolare attenzione ai dialoghi.
Ho girato due corti in formato miniDV, per poi montarli in media 100. Non ho mai pensato di lavorare in pellicola, ritengo che ci voglia una preparazione decisamente superiore alla mia, ma non escludo un mio maggior impegno per quanto riguarda l'aspetto visivo del prodotto, cosa che ammetto di trascurare un po'.

Ritieni che nel dare sfogo al proprio istinto creativo ci siano dei problemi specifici del "materiale "scelto? I problemi che interessano un pittore sono gli stessi che assalgono uno scrittore o un musicista?
Ogni artista deve fare i conti con i materiali da usare, dipende da altre maestranze che gli permettono di esprimersi. Più è necessario l'intervento delle suddette maestranze, più si allontana il concetto artistico dell'espressione stessa. Per questo non riesco a considerarmi un artista. Il cinema e, più modestamente, il circuito di noi cortisti, è un ambiente troppo tecnico per essere considerato artistico, necessità di una professionalità e di una coerenza stilistica che, forse, l'arte rischia di non avere.

Come riesci a stabilire che un'opera è conclusa?
Per quanto riguarda le mie sceneggiature non sono mai concluse, è questo mi crea non pochi problemi con i registi. Dirigo io i miei corti non perché mi senta un buon regista, ma perché i miei scritti sono sempre in progress e mi lascio spesso ispirare dai set, magari trovati all'ultimo momento. Un mio corto nasce soprattutto in montaggio, dove metto in discussione tutto, anche la scaletta cronologica della sceneggiatura.

Il fatto che un'opera in video, oppure cinematografica, abbia in sé, e precisamente nel suo supporto materiale infinitamente riproducibile, la possibilità di essere vista in ogni luogo nel medesimo momento, ha per te un significato particolare? Ad esempio, un quadro, una statua, sono legate intimamente (anche se non sempre se ne tiene conto) al luogo in cui sono esposte e sono fruibili da un numero limitato di persone. Un video potrebbe, invece, essere visto dal mondo intero nel medesimo istante: è questo un fattore che la condiziona?

Non adesso. I circuiti nei quali viaggiano i miei corti sono un po' limitati, quindi non mi sento condizionato dalla globalità del mezzo visivo. Diciamo che faccio i conti con questo aspetto dell'audiovisivo più da spettatore che non da produttore. - Il video, in generale, secondo me, non ha mercato. La sola video arte potrebbe essere esportata e proiettata in ambienti anche non tipicamente cinematografici. Negli ultimi anni video e cinema stanno iniziando a convivere, ma in Italia non c'è molta verve produttiva in questa direzione, ficcano le auto produzioni (vedi il sottoscritto) ma non possono bastare a coprire il territorio illimitato dei canali audiovisivi.

Da uno studio antropologico è emerso che un uomo del nostro secolo "vede" in un giorno una quantità di oggetti artificiali (automobili, forchette, tv) pari a quelli che un uomo del medioevo vedeva nell'arco intero di un'esistenza. Se ne deduce che dalla visione un uomo trae una quantità di informazioni elevatissimo e spesso esauriente: quanto spazio rimane alla parola?
Effettivamente siamo tutti delle banche dati viventi. Basta guardare la TV in questi giorni. Le immagini del disastro alle Twin Towers è commentato dalle sole immagini e le parole, quando ci sono, commentano le immagini. Ci stiamo abituando a parlare per spiegare e a raccontare sempre meno, ma per vivere nel presente bisogna fare i conti con ciò che si ha in tasca, e oggi, di spazio per le parole, ce nè decisamente poco.

Non essendoci delle vere e proprie "botteghe" (perdonami il termine rinascimentale ma sempre suggestivo), dove hai appreso ad usare i "ferri del mestiere"? ad esempio, certe tecniche di montaggio oppure semplicemente costruire l'intreccio di una storia.
La mia scuola di sceneggiatura è stato il cinema. Vedo, in media, due film alla settimana da almeno dieci anni e cerco di assimilare il più possibile per rendere i miei corti appassionanti e ritmati almeno quanto un buon lungo. Per il montaggio, invece, ho seguito un corso che mi ha fornito le basi, ma non c'è miglior palestra del montaggio stesso. Le tecnologie sono più accessibili e chiunque abbia volontà di imparare può farlo liberamente, anche se il talento non te lo insegna nessuno.

Fare il videomaker è il trampolino di lancio per qualcos'altro (cinema, ad esempio), oppure il fine rimane solo (che in realtà è moltissimo) fare video? Ritieni che un video possa prestarsi meglio a certi temi piuttosto che altri?
Per molti il corto in video è uno stile da sviscerare e approfondire, per me, sinceramente, è una palestra per vedere di che pasta sono fatto, per verificare il mio rapporto con il set, con la recitazione, con le luci e gli operatori di macchina. - Parlando di cinema, non esiste regista che faccia film in nome dell'arte. Ci vuole fortuna, tenacia e bravura per fare un mesiere artistico, ma bisogna essere anche dei gran furboni per spacciare certi prodotti come arte. Di sola arte non si campa e bisogna fare i conti con questa realtà. Io, da parte mia, spero di poter vivere di cinema, ma non da artista, ho una visione troppo utilitarista dei mezzi tecnici per definirmi un artista di mestiere, direi più che voglio specializzarmi in "arte industriale", cioè il cinema. - I video sono fatti da persone e le persone, fortunatamente, sono tutte diverse sia come realizzatori che come consumatori. Chiaramente i secondi condizionano spesso i primi nelle scelte stilistiche, ma chi ha un progetto serio, su un qualunque tema, deve cercare a tutti costi di portarlo a termine.

Mi indicheresti brevemente quali sono gli autori che prediligi e che consideri fondamentali per la sua maturazione artistica?
Ho deciso di avvicinarmi al cinema dopo aver visto "Le onde del destino" di Lars Von Trier. Lui è decisamente l'autore che considero fondamentale in questa prima fase della mia formazione. Altri due registi che adoro sono Francoise Ozon e Michael Aneke. - Lo conosco il Dogma e lo studio da anni, più come fenomeno mediatico che come corrente cinematografica. Non credo che abbiano inventato niente di nuovo, ma hanno avuto la fortuna di irrompere in un periodo in cui il cinema si era accomodato sulle sue certezze da botteghino. Per quanto riguarda Von Trier apprezzo il coraggio di mettere la sceneggiatura davanti alle immagini, l'impoverire l'aspetto visivo (per modo di dire) esaltando l'emotività e la profondità dei personaggi con tutto il loro mondo che gli gira intorno.

Come consideri il lavoro svolto dalla critica nei suoi confronti? Ti ritieni danneggiato? Che funzione ha, secondo la tua esperienza, la critica nell'arte?
Fino ad ora i critici hanno avuto un atteggiamento molto positivo nei miei confronti. Il mio primo corto "La terza lingua" ha avuto un grande successo, soprattutto di critica, quindi non ho ancora subito danni permanenti, ma non mi aspetto che sia sempre così, sono pronto anche ad accettare i fischi. I miei presunti colleghi registi e sceneggiatori conosciuti ai festival) sono stati decisamente più pungenti e, in un certo senso, sinceri. Parlando di critica nell'arte bisogna per forza parlare di oggettività e soggettività, argomenti sui quali si potrebbe scrivere un'intera enciclopedia senza mettere d'accordo nessuno. Mi piace leggere saggi e monografie su registi e sul cinema in generale, ma non sopporto chi mi vuole obbligare a vedere ciò che non vedo. Ognuno ha una propria formazione artistica e personale quasi sempre inconciliabile con una definizione universale di arte che, a pensarci bene, neanche esiste.

contatti: roper004@thenetgate.it
intervista realizzata da Emanuele


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