presentazione della rubrica

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inserimento: 09/10/2006
Flavio Sciolé
Delirium, Kristo 33 e altri Kristi

C'è chi dice che i video di Flavio Sciolé non sanno di niente, non hanno giustificazione artistica e che, al limite, si può riconoscere all'autore la capacità d'essersi creato un personaggio difficile da dimenticare per la sua evidente inopportunità.
La nostra impressione, piuttosto, è che Sciolé stia portando avanti un discorso personale su questa ingiustificatezza, su questa inopportunità, in generale sulle potenzialità fallimetari della performance situazionistica.
I video di Sciolé consistono in riprese di performance situazionistiche dedicate a temi più o meno definibili. L'autore, in cerca di una sorta di enigmatica trance, lavora su se stesso e sul proprio corpo, introducendo continuativamente elementi simbolici. Sempre pervarsa da un alone mistico-espiatorio, dopo deliri e balbettamenti le performance si concludono con l'autore legato, arrabattato, asfissiato da cavi, cartelli, aggeggi. A volte l'atteggiamento è maggiormente minimale, come in Kristo bianco. Ma l'animo di Sciolé si manifesta in un eccesso patetico e trova in opere come Kristo 33 la sua dimensione paradigmatica.
Il punto è che, tutto ciò che compone l'intreccio simbolico, si basa su idee insignificanti o banali, involute o incredibilmente gratuite. Ad esempio l'ossessione per i guanti da cucina (di vari colori), o per i fili telefonici, o per i fiori gettati addosso, o per i pepli che l'autore si trova ad indossare improvvisamente, senza un motivo logico o un non-motivo eccellente. Il modo scarsamente tecnico che ha di ripetere, come un disco rotto, frasi ad effetto basate su pessimi doppi sensi, come "io sono D'Io sono D'Io sono...", o "Sublime...subliminale..." e simili. Quella di Sciolé è una retroavanguardia videoartistica in cui la performance lavora su una sua possibile peggior-azione, estetizzandola. Nel migliore dei casi.
In Delirium, un mediometraggio in cui intervengono altri attori, una ragazza piange ad una cancellata per diversi minuti. Dopo un improvviso cut, sempre attaccata con le mani alle sbarre, la ragazza indossa ora dei guanti verdi. L'evento è sconcertante e scarsamente giustificabile. Ma in questo, vi è qualcosa di inquietante. Lo noterà chi ha già familiarità con i lavori di Sciolé. Il guanto, in seguito, riapparirà nelle mani di un assassino. Ma poco importa per giustificarne la presenza: lo abbiamo già visto in Kristo 33 ed in altri lavori, così come i maledetti telefoni che appaiono da per lo meno un lustro nei video dell'autore. Si tratta di rimandi feticistici a sé stesso.
Non siamo in cerca si una spiegazione, ma osserviamo lo scompenso energetico che vi è tra il pathos delle scene e la vacuità dei significanti. In questo tipo di ricerca, Sciolé è un maestro spesso incompreso, e un caso quasi unico in Italia, preso atto della seriosità del porsi. Ed ecco che troviamo il suo nome nei promo di Temporary cities, esposizione artistica che si svolgerà a Mosca. Quali sono, allora, i confini espressivi di questo autore? Effettivamente, il suo linguaggio ha subìto degli sviluppi.
In Delirium appaiono tracce di montaggio digitale, e l'inserimento di falsi cut-up - falsi perchè l'autore ripete effettivamente quel movimento, e non si tratta della copia di una clip -.
La ragazza che prima piangeva alla cancellata, viene ora torturata dall'autore e da un'altra figura in bianco, sulla riva del mare . L'atmosfera è maggiormente surrealista (balenano alla mente le immagini di Un cane andaluso), e meno oggettiva-sperimentale. Ma questa performance, riproposta a rallenty in tutto il suo flickare, è tediosissima, e tutto sommato priva di azioni di rilievo. Non c'è violenza, non c'è mordente: una inutile farsa simbolica, che solo l'immagine di un bamboccio abbandonato sulla sabbia restituisce definitivamente all'oblio.
Veri e propri frammenti di oblio, sono pure i video d'arte di Sciolé, giocati spesso su banali feedbacks e moltiplicazioni d'immagini tipiche delle prime sperimentazioni videoartistiche. Sciolé, in buona sostanza, usa gli effetti video come prima usava i guanti da cucina. Si pensi a Kristacido, o Beataction, o Beatacidtrip.
Ma in questi nuovi sviluppi maggiormente videoartistici, l'autore sembra ritagliarsi una nuova ragion d'essere. Risulta più interessante Beatbeato, per lo meno per la spregiudicatezza degli abbinamenti tra l'immagine dell'autore e feedbacks squisitamente analogici. Colpisce, per l'inaspettata coerenza del videodesign, Amo morire - life for nothing. Sciolé lavora bene sui colori, e a ripensarci, nei titoli finali di Kristo33 si legge un appunto in proposito. Insomma, i significanti sono prima veicoli di colore, poi di significato. Una sorta di Kandinskyzzazione del non-senso, costrinto alla forma realistica.
Filo conduttore tra le performance ateatrali e gli esperimenti digitali è la voce dell'autore, nel secondo caso impegnato con un microfono. Invece che illustrare o poetizzare le immagini presentate, nello stile tipico di un Vasulka o di un Larcher, Sciolé continua a blaterare il titolo del pezzo, al limite cambiando la cadenza e gli accenti alle frasi.

E' chiaro che visioni del genere, ripetitive e noiose (anche per la scelta di non fare montaggio, o quasi), irritano lo spettatore medio che, solo se dotato di ironia, può al limite sorridere. Eppure Sciolé è ben noto agli organizzatori di quei festival di cortometraggi che proprio sul pubblico medio basano la loro fruibilità. Sembra che l'autore, per anni, sia stato impegnato in una campagna promozionale che, abbinata all'incommerciabilità delle sue opere, determina un caso per lo meno anomalo di comunicazione sociale.
Sciolé ci interessa come fenomeno in divenire. La ricerca sulla caducità del simbolo, e gli sbilanciamenti degli equilibri tra significato e significante, potrebbero preannunciare a qualcosa, anziché nulla.



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inserimento: 25/09/2006
We Go
Vincenzo Carta e Benjamin Vandewalle
Firenze, giugno 2006

Cango, Cantieri Goldonetta di Firenze, Festival Fabbrica Europa: parliamo del progetto We Go di Vincenzo Carta e Benjamin Vandewalle.
Il teatro e la danza sono ridotti ad uno studio spaziale presentato come un'impossibile sequenza di camminate rotatorie e abbozzi di coreografia che cercano di stupire lo spettatore con estenuante continuità.
Non si pensa più, non si sceglie, non si comprende, si agisce e basta, diventando automi inseriti in un contesto spaziale.
Interessante l'inserimento dell'errore come possibiltà: uno dei due danzatori cade e riprende in modo calcolato il prorpio percorso. Unica commento sonoro, il rumore dei piedi nudi che si muovono rapidi sotto lunghe gonne marroni. L
a diversità fisica dei due danzatori stona però con la perfezione minimalista della scenografia così bianca e scarna.
Purtroppo il duro lavoro dei due attori non arriva assolutamente.
Alla fine di questi noiosi quarantacinque minuti ci chiediamo se con tutti i danzatori italiani c'è bisogno di far girare su se stesso il forse inesperto Vandewalle accanto ad un sicuramente più maturo Carta, oppure se, semplicemente, non si è compreso del tutto l'intento creativo.
L'impatto emotivo era forse meglio riconducibile ad una performance di teatro danza, senza dover costringere lo spettatore ad una visione ripetitiva che, nell'intento stesso di ripetizione, perde il senso di una ricerca di spettacolarità.

Sam Faro
molecoleteatrali@dropoutexperience.com

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inserimento: 25/09/2006
MariaMaddalena
Valentina Capone
Firenze, giugno 2006


Fabbrica Europa, stazione Leopolda, in scena dal 17 al 20 maggio c'è Maria Maddalena, tratto dallo splendido testo della Yourcenar. Sotto la regia di Valentina Capone, troviamo l'attrice Silvia Paesello inserita in una piccola e splendida scenografia fatta di terra e nient'altro.
Un quadro iniziale, vede l'attrice come crocifissa, preannunciando a chissà quale evoluzione.
Ma in seguito, il tutto si perde in un interminabile monologo privo di emozioni, un'insensata danza soffocata da parole sconnesse. Spreco di voce, spreco di parole, emanate in un'interpretazione tutto sommato scadente.
Il pubblico, dormiente, si è permesso d'offendere il teatro stesso, regalando un caloroso applauso al
lavoro presentato. Ma qualche fila dietro, alcuni ragazzi si dichiarano dispiaciuti di non essere rimasti in casa a vedere "chi vuol essere Milionario".
Ci chiediamo se nell'ormai noto festival fiorentino incontreremo ancora insulti del genere, a quella che è la nostra contemporaneità. nel rispetto sincero dello sforzo proposto da regista e attrice, resta solo una domanda: di chi sia la colpa davvero.

Sam Faro
molecoleteatrali@dropoutexperience.com

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inserimento: 20/05/2006
Derevo: Robert Dreams
di Anton Adasinsky

Al teatro Jack & Joe di Cerbaia tra il 26 e il 28 Maggio è andata in scena la nuova produzione della compagnia Derevo di SanPietroburgo.
Lo spettacolo "Robert Dreams" è la nuova creazione di Anton Adasinsky, storico fondatore della compagnia russa nata negli anni ' 80.
La performance è ispirata al musicista (non vedente e paralizzato) Daniel Williams; interpretato da Adasinky in modo esemplare.
Il processo creativo dell'opera racchiude una simbologia onirica evidente, regalata da una scenografia morbida e molto umana, povera ma dignitosa e confortevole agli occhi dello spettatore.
Come sempre la compagnia si presenta minima e strettamente necessaria. Il protagonista viene trasportato in un'atmosfera fantastica, un luogo dove le sue gambe vengono ricreate in oro, e il suo io incontra se stesso bambino, e amori mai avuti. Gli allievi ballerini del Derevo Laboratorium si muovono sul palco
del Jack & Joe come anime riflesse da un altro pianeta. Tecnica e passione si mescolano in perfetto unisono, la danza diventa teatro, il teatro diventa danza.
I loro corpi così bianchi, rigorosamente calvi e gli occhi con lenti bianche, regalano alla scena mutevoli atmosfere in continua evoluzione, dimostrando lo sviluppo della compagnia e il progresso di un così duro lavoro fisico e mentale. I Derevo si mostrano al mondo come una realtà parallela, dove le regole di vita si mescolano a quelle professionali. Teatro per passione e passione della comunità sembrano essere le regole primarie che forse solo un popolo sovietico può realmente comprendere. Rigidità nella tecnica e nel rispetto dell'opera sono percettibili durante tutto lo spettacolo, cose difficili da trovare in compagnie di altre zone d'Europa.
I Derevo somigliano ad una vera e propria setta teatrale e come ogni setta c'è una divinità: Adasinsky.
Tutto inizia con l'attraversamento del palco da parte di Adasinsky, che finge di essere un pugile. Osservare il suo corpo cosi preciso, perfetto, pulito, che si muove nell'aria in modo così magistrale, fa capire immediatamente che stiamo per vedere qualcosa di magico.
Lo spettacolo regala emozioni su emozioni, ammirazione di come si possa modellare il proprio corpo per la scena e rende grato lo spettatore dell'ironia vera e senza filtri che spesso i ballerini hanno saputo regalare.
Si può notare il modo uniforme con cui gesti e passi di danza sono presentati da parte di tutti e sei i ballerini in scena, ognuno con un proprio personaggio, ma così uguale agli altri nel contesto della tecnica di movimento.
Nella scena si alternano figure mistiche, quasi mitologiche, a figure metropolitane e scure. Appare del sangue sul volto di una piccolissima ragazza ed una tenda bianca si macchia di rosso. Una ragazza vestita d'oro testimonia il sesso e l'amore mentre il corpo efebico di un giovane si muove sinuoso come una sirena in un lungo abito rosso. Le loro parti del copro parlano come se fossero occhi e bocca, mentre il nostro protagonista aleggia come su una nuvola danzando sulle morbide gambe.
Forse i sogni sono diventati la realtà, forse il musicista non si sveglierà mai, o forse questo è solo un viaggio nella morte, nella mente assente del protagonista; ma sicuramente non svanirà nel cuore e negli occhi di chi si è seduto sulle scomode gradinate del piccolo teatro di Cerbaia, diretto da Mirella e Adriano Miliani ai quali vanno le migliori congratulazioni per il continuo lavoro onesto e sincero, per le loro proposte così interessanti e la volontà di mostrare solo spettacoli di un certo calibro.
Per concludere possiamo dire che siamo rimasti felicemente sorpresi dal nuovo lavoro dei Derevo e che siamo stati davanti ad uno show di alto contenuto tecnico ed emotivo.

Sam Faro

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inserimento: 20/05/2006

Reflection
Tanya Khabarov


Parliamo dello spettacolo Reflection in scena ad Aprile al teatro Jack & Joe di Cerbaia (FI), produzione di
Tanya Khabarova, ex componente del gruppo Derevo, famosa compagnia russa di teatro danza.
L'attrice, moglie di Marco Di Stefano, si mostra padrona della scena, sicura, perfetto esempio del lavoro realizzato con i Derevo.
Pulizia nel movimento, leggerezza, ritmo, sincerità, sono i mezzi coi i quali la stessa Khabarova si muove all'interno delle sue scene. Regala una serie di giochi fisici e consapevoli, emozionanti visioni magiche e mitologiche. Seziona parti del corpo alle quali dà una nuova vita, e diventa personaggio dopo personaggio con un'eleganza invidiabile.
Reflection propone un percorso che parte da una circostanza quasi animalesca, fino ad arrivare ad un modo umano e primordiale di percepire le cose. Ci troviamo davanti ad un'interpretazione magistrale di animali, danze tribali e rituali.
Indimenticabile quando, davanti al pubblico, appare nelle vesti di sagittario munita di arco e frecce; rimaniamo sorpresi di come solo un pezzo di stoffa possa, sopra un corpo, con tecnica perfetta diventare qualcosa di incredibilmente reale.
Passiamo da atmosfera in atmosfera con la maestria della grande scuola russa, ci lasciamo trasportare
attraverso luci definite e ben impostate. L'attrice abandona le scene facendo scorrere sul palco arance che iniziano a rotolare in ogni direzione, quasi volesse testimoniare che qualche istante prima, li, è successo qualcosa, qualcosa di magico.
Poi il tutto si annebbia, un pò forse per la poca emozionalità dell'attrice stessa. Aleggia un certo senso di congelamento. E riflettiamo sul trovarsi davanti ad un'artista distaccata e fredda, oppure no.
La Khabarova torna a prendere gli applausi con la sincerità di chi ama davvero il suo lavoro e ringrazia di cuore la direzione del teatro che ha reso disponibile l'incontro con l'artista, per chi avesse voluto seguire nei due giorni seguenti il suo lavoro, in uno stage intensivo di teatro danza.
Il pubblico sembra aver apprezzato davvero questo lavoro.

Sam Faro


 



 


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