L'Illusione di una
Scena Video indipendente

Essere obiettivi significa trattare l'altro come
si tratta un oggetto, un cadavere; significa
comportarsi
nei suoi confronti da becchini.

E. M. Cioran


Ogni autore comincia la sua attività per misteriosi motivi personali che, concretizzati nelle opere, trovano espressione nei rapporti sociali: festival, network, riviste, ma anzitutto persone, artisti e collaboratori che diventano spesso veri e propri amici, se non, altre volte, quasi nemici.
Questo insieme di corrispondenze umane che si svolgono pro e contro l'opera dell'artista ma comunque riferendosi al suo stesso ambito culturale, sono la scena nella quale costui si riflette. Col tempo, la gran parte dei rapporti sui quali l'artista fonda la sua attività, cioè la sua scena, rischiano d'interrompersi. Questo può avvenire a causa di divergenze profonde, o anche per semplice disillusione. Ad esempio, per la difficoltà di ricevere conferme sociali rilevanti attraverso le produzioni artistiche, il che fa desistere i più, specie se nel frattempo si presentano problemi più seri da risolvere (lavoro, amore ecc.). Questi distacchi sono a volte molto bruschi, e sono seguiti da periodi di profonda disillusione.
Chi riesce a continuare la sua attività, riflettendosi in altre persone ed istituzioni, innegabilmente conserva nel cuore un ricordo speciale dei suoi primi passi nell'ambiente, ed anche delle sue prime delusioni. Un po' come in amore: il primo non si scorda mai, e l'ennesimo, per quanto intenso e maturo, a volte ci appare privo di quella magia, di quella originalità iniziale. Sono fatti riscontrabili in molti autori, e sono spiegabili, credo, con la psicologia della crescita di un individuo.
Chi vuole arrivare al cuore dell'artista, affinché costui si spogli delle maschere e limiti la sua distaccatezza, sa che deve arrivare lì, a questi nodi cruciali del passato; al ricordo di momenti le cui emozioni sono sempre vive, nei quali è morta l'innocenza ed è scaturita la rabbia, e poi ancora una coscienza che potesse controllare questa rabbia e catalizzarla. Allora, probabilmente, i traumi infantili vissero una ripetizione e vennero riattualizzati in persone e situazioni nuove, cioè nei fatti relativi ad una scena.
Appare evidente che l'artista provi grande necessità di riflettersi in un mondo sociale, ed è per questo che ogni autore ha attraversato momenti di profonda disillusione. Non soltanto a causa delle critiche e dei rifiuti, ma anche perché nel mondo dei piccoli artisti è facile ritrovarsi improvvisamente soli, perché i punti di riferimento sono scarsi, occasionali. La scena si rivela spesso una struttura instabile, dai contorni variabili e intermittenti. Nel nostro caso, la scena video indipendente può dare facilmente questa impressione, nonostante i luccichii mediatici che custodiscono la figura del videomaker.
Aumentando la coscienza aumentano anche le perplessità, e abbiamo l'impressione che la scena della quale ci sentiamo parte, sia una sorta di fantasmagoria. Che forse si sia voluto credere in tutti i modi alla sua esistenza, per ripararsi dalla propria paura di solitudine, cioè da un confronto diretto con i propri traumi. "Forse sto facendo tutto da solo". Arriva sempre prima o poi questo dubbio, per un giovane autore.
Questa impressione è sempre parzialmente fondata. Ad esempio: anche se la nostra opera è passata ad alcuni festival, in pochi probabilmente se la ricordano, e gli organizzatori l'hanno già dimenticata nel loro archivio; dunque, quando ci congratuliamo intimamente del nostro successo, stiamo facendo da soli. Anche se abbiamo avuto una segnalazione su una rivista, questa non era una recensione e a pensarci è stata scritta un po' frettolosamente; dunque, credendo di essere stati presi in considerazione da un critico, stiamo facendo da soli. Il nostro nome appare su molti siti web ed alcuni di questi hanno anche cento visitatori al giorno…ma quanti visitatori superano la pagina introduttiva? E di quante altre pagine avranno finito per interessarsi? E di questi, quanti sono addetti al settore e quanti semplici navigatori del web? Probabilmente, a pensare che più di una o due persone abbiano letto solo l'inizio degli articoli a noi dedicati, stiamo facendo da soli.
Come vedete, tutte queste affermazioni sono discutibili. Ma non si può negare che abbiano un minimo di fondamento.
Impressioni analoghe si possono provare, guardando all'interno del nostro stesso gruppo artistico, qualora ne be abbia uno. Forse, gli amici con i quali collaboriamo non provano più le nostre stesse emozioni. Il tempo è passato, ed ormai c'è chi è occupato col lavoro, c'è chi ha un figlio, c'è chi ha avuto successo in altri sensi. Sentire gli amici vicini, è più difficile. Figuriamoci farci film.
Questa lancinante impressione d'isolamento, può portare ad un lento abbandono delle attività. Oppure, nevroticamente, ad un folle incremento della produzione, poiché ormai si è sviluppato uno stile di vita legato alla produzione artistica e non si conoscono altre valvole di sfogo. Comunque, l'improvvisa presa di coscienza indurrà uno stato di profonda, continua autoriflessione, se non addirittura paranoia.
In questi frangenti si verificano una serie di fatti tipici, persino caricaturali: gli amici cominciano a snobbare l'artista che non riesce a parlare d'altro che della necessità (sempre meno adempita dal gruppo) di produrre, e lo vedono come una sorta di fratello minore al quale sono debitori di qualcosa, se non addirittura un fratello maggiore che invita a quesiti esistenziali proprio quando l'altro/a sta cercando di dimenticarli, per concentrarsi magari su un lavoro di quelli veri. Le critiche alle opere, anche le più piccole, s'ingigantiscono, e succede che persone che hanno mosso commenti negativi vengano confuse con oscuri fantasmi inconsci, sensi di colpa e rimozioni infantili, divenendo demoni e giganti. Se sono celati dietro ad anonime fanzine ed inarrivabili giurie, allora i fantasmi si agiteranno ancora più liberamente facendo scempio della psiche dell'artista. La cosa peggiore che può capitargli allora, è di rimanere solo con le sue paranoie. Ma è questo che accadrà normalmente, e forse è questo che deve accadere.
Qui, nel vuoto, in seno a continue piccole ammissioni, l'artista è costretto a discernere finalmente le paranoie dalla realtà. Allora, ripensando al passato, si capacita della duplice valenza della scena e della sua necessità di riflettervisi.
La scena, è la condensazione di un reticolato di nomi, di indirizzi, di produzioni, di spedizioni, di contatti, di riviste e di festival dall'esistenza oggettiva. Poi però questo insieme di corrispondenze viene illuso: ad esso aderiscono le analoghe fantasie soggettive dell'artista, costituendo l'illusione di una scena, scarsamente condensata, e mai definitiva. Così avviene che le fantasie a volte trascinino i corrispondenti elementi reali, e viceversa, risulta evidente che il ruolo della scena è quello di tenere fermi sotto controllo i propri traumi.
Può succedere allora che una paranoia dalle origini insondabili si confonda con un critico demonizzandolo, e analogamente, nuove amicizie con nuovi artisti e collaboratori, potranno invece favorire il controllo su antichi traumi. Questa seconda cosa era successa, quando l'artista si era affidato ad una serie di collaborazioni che credeva certe; ma una volta crollate, i fantasmi impazziti avevano ripreso le antiche scorrerie. L'inevitabile componente illusoria di ogni scena, fa di essa un mito, e fa delle azioni che noi riferiamo alla scena azioni mitiche. Mitico, può divenire persino andare alla posta a spedire un pacco ad un festival. Mitico è vagare per le campagne con la propria telecamera, o stare su un set, o passare una nottata a montare o programmare o scrivere sceneggiature o lettere ad altri autori.
In ciascuna di queste azioni, sentiamo agitarsi il mai definitivo: il demone col quale giorno dopo giorno cerchiamo di venire a patti, riuscendovi solo per pochi attimi. E nella percezione che abbiamo della scena, cioè di un insieme di altrettanti autori e operatori, intuiamo agitarsi un insieme di essenze che costituiscono il mai definito, anch'esse pericolosamente vitali, e bisognose di un controllo.
Questo intreccio è reso espiabile solo nel tempo della sua momentanea identità con la realtà, che diviene la realtà della scena. L'illusione abbisogna dunque di un corpo reale per manifestarsi, e questo è il mito: l'identità stessa tra reale ed illusione.
Questa cosa ci divide ed unisce in eterno. Nel caso di una così friabile scena video indipendente, che mal copre le necessità d'interazione dei singoli, spesso inevitabilmente affiora il potenziale illusorio, ed è facile avvertirlo nelle nostre opere e nelle opere di altri autori.
Penso, ad esempio, a La Festa di Giovanni Polesello, che parla proprio del mondo dei piccoli artisti e, cercando di svelare il marciume di alcuni ambienti underground, finisce - ad una più profonda analisi - per denunciare la necessità di una maggiore concretezza in questo settore: la realtà non basta a coprire il mito, e questa è la profonda disillusione di un protagonista che non riesce a riflettersi ne' nei critici, ne' negli amici, ne' nella moglie, incattivendosi e morendo investito da un attorucolo. In effetti, le fantasie ed i traumi di Giovanni Polesello emergono prepotentemente in quest'opera e in altre (V, Cara Sorella).
Cose analoghe avvengono nelle opere di Daniele Carrer, specie in Improvvisazioni di un artista fallito; un video che metto in relazione con i periodi di stasi e autoriflessione, al contempo drammatici e fruttuosi, nei quali l'artista prende finalmente atto della duplicità della sua attività, e della necessità di coltivare attraverso di essa la propria unicità. Così l'autore riscopre l'illusione, che affiora quando la simulazione (della scena) si rivela per quello che è, cioè una struttura superficiale spesso incapace di proteggere l'unicità dei singoli (almeno nel nostro caso), l'energia dei quali ne è però il fondamento stesso (1). Carrer comincia il video lagnandosi dell'incapacità di avere successo e prosegue raccontandoci dell'incontro con la sua ragazza. Questo è sintomo di liberazione e ricerca di se stesso.
Il successo mediatico, quello di cui vaneggia Carrer, è qualcosa che spesso viene frenato dall'illusione, ed infatti ci sono casi eclatanti di devozione alle proprie radici. Penso in particolare a Lauro Crociani, talmente legato al suo immaginario rustico da propinarci video sempre più radicali (Tempi di Lolla, La Scatola del pane, Il Signore dei conigli), in cerca spasmodica di una regressione all'infanzia e di un ricongiungimento alla sua terra. E non a caso, un autore le cui opere tendono alla fantasticheria, è forse colui che più di tutti si è impegnato in questi anni per promulgare la scena video indipendente, con progetti come Bettolle, Chianciano Fiction, Pianeta Video, cercando di dare un pubblico ad ogni opera. In lui è viva, credo, la concezione di scena che vorrei introdurre, per poter chiarire ancora la differenza sostanziale che ci porta a volte a parlare di "indipendenza" o addirittura di "underground". Nel tentativo stesso di liberarci da questi termini.
Questa scena non è riconoscibile semplicemente per fatti produttivi, ne' analiticamente per dati estetici, quanto, teoricamente, perché questi autori di cui vi parlo tengono coscientemente e contemporaneamente vive la propria illusione e la realtà di cui si sentono parte, attraverso la riflessione ironica di sé nella scena e della scena in sé.
Ed in questo la scena è underground, perché guarda anche coscientemente al di sotto, a ciò che sta oltre i nomi, i cataloghi, i festival, i siti. Ma proprio coltivando l'energia di questa profonda illusione soggettiva, essa dà forza alla sua consistenza oggettiva, moltiplicando i contatti e concretizzandosi nelle produzioni. Ed anche di questo, è cosciente. L'amicizia tra due artisti di questo tipo, che condividono la stessa scena, è un patto dal valore addirittura simbolico, riunificante a sé e agli altri.
Vivere le attività legate al video come interazioni con la propria anima può svelare i perché di comportamenti non del tutto chiari. Ad esempio, la nevrosi che colpisce tanti autori riguardo allo spedire decine di cassette ogni anno ai festival, spesso senza nemmeno andare a vedere la manifestazione o comunque ricevendo risposte concrete da una minima parte di essi, può essere concepita come sorta di operazione psicomagica. Attraverso la spedizione, l'autore compie una sorta di ex-voto rivolgendosi anche al complesso inconscio che, anticipatamente, ha illuso quel festival sovrapponendovisi.
Ciò potrebbe sembrare negativo, perché distoglie l'attenzione da obiettivi e necessità reali di un festival. Ma una volta reso cosciente questo meccanismo, potrebbe portare invece ad operare una selezione più fondata per le spedizioni.
Fondata cioè su criteri di preferenza anche soggettivi, e non solo su criteri oggettivi legati alla possibilità di successo. In effetti, la manifestazione deve essere almeno parzialmente illusa, perché altrimenti di essa rimarrà solamente la simulazione (ovvero ciò che rimane di solito, proprio perché non viviamo coscientemente i meccanismi suddetti): un nome in un programma, un foglio che ci arriva a casa avvertendo che siamo stati selezionati e niente più. Forse, una mezza pagina in un catalogo. Ma: nessuna interazione umana, nessuna critica costruttiva sull'opera, nessuna possibilità di fantasticare, salvo coloratissimi loghi e ricercate grafiche di bandi e cataloghi (Dio solo sa se non è a questo che servano: come valvola di sfogo…).
Cosa buona credo sia spedire alle manifestazioni dove sappiamo che l'opera verrà presa in considerazione in altri modi, forse meno professionali, ma più partecipi (forse, appunto, i festival di Lauro Crociani, ma anche tanti altri come Ultracorti, Video.Zero, Toni Corti, Cinema Trash, Visionaria) o più generalmente la' dove particolari fattori scatenano la nostra fantasia e la voglia di riflettersi in una scena.
Perché certo non sarà un festival video a cambiare la nostra oggettiva notorietà, mentre potrebbe alimentare la nostra soggettiva curiosità.
Andare a vederlo sarebbe comunque positivo, ma se non si tratterà della manifestazione giusta, non troveremo egualmente quell'illusione che cerchiamo. Anzi, probabilmente il vuoto umano - oltretutto tangibile - rischierà di deprimerci.
Ancora, qualcuno potrebbe avere l'impressione di una pericolosità di questo modo di vedere la scena. Potrebbe accusarmi di incitare all'isolamento, perché invito gli autori a coltivare la propria illusione, e usarla addirittura per smascherare il vuoto dei festival, quando invece consiglio solo di riempirlo (insomma, che ci stanno a fare se no?).
Dunque cercherò conferme più profonde.
Quando idee come le suddette sono coscienti nell'amicizia tra autori, quando cioè entrambi sappiamo che in gioco ci sono le nostre distinte anime, allora è possibile perfino aspirare a obiettivi di ricerca più elevati. In effetti, come avevo già ribadito prima, l'anima umana si fonda egualmente su una molteplicità di essenze interiori, delle quali le opere di un artista sono rappresentazione plastica. Consapevoli di ciò, possiamo concentrare gli sforzi sull'indagine di queste singole essenze e sul loro riconoscimento, proponendo l'operato dell'artista come un rebus nel quale noi e lui stesso possiamo trovare una soluzione, che forse infondo è sempre la stessa, o le stesse, per ciascuno.
La conferma a questo spunto teorico la posso riscontrare personalmente nell'intesa e nel profondo legame che ho potuto instaurare con persone con le quali ho lavorato, anche in seno a queste idee espresse. Ma sono convinto che tanti altri potrebbero parlarmi di analoghe intese essenziali, e forse è questa intesa l'unica cosa che conta.
Ricapitolando: il fondamento della scena video indipendente è in ogni autore che avrà intenzione di riflettersi in essa, e si rappresenta, ad una più attenta analisi, con sentimenti a lui originalmente familiari. Questo ci consola, perché sappiamo che anche se la realtà della scena è friabile e intermittente, comunque sia i fondamenti di essa sono cosa nostra ed intima, e continueranno ad alimentarci poiché sono le sorgenti stesse dell'energia e le cause scatenanti il mito.
Ma un artista underground non lavora mai esclusivamente per l'una o per l'altra facciata della scena: la sua è comunque una pulsione di riscatto nei confronti del lavaggio del cervello che i media operano sull'individuo (2), quindi, abbisogna di coordinazione reale; ed al contempo, proprio perché vuole essere liberazione, è conseguentemente riscoperta di sé e del proprio potenziale innato. L'artista sa che l'aspetto soggettivo ed oggettivo di una scena non sono mai cose definitive e stabili, proprio perché essa è organismo vivo. Quando cede una facciata, l'altra la sostiene, e viceversa.
L'invito è dunque a coordinare le produzioni in uno sforzo lirico. Se questo non dovesse avvenire, come probabilmente sarà, nessuno potrà accusarmi, potrà accusarti, di aver coltivato te stesso.

Video&Archeos

note

1) la distinzione tra illusione e simulazione è ispirata Il Delitto Perfetto di
J. Baudrillard.
2) E. De Miro, da Cinema off e videoarte a New York

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