L'ineleganza della "videoarte"
scritto ironico ma non troppo (II)
Abbiamo un’opera definibile “videoarte” quando un utilizzo personale di una tecnologia audiovisiva tende fortemente a non servire a un cazzo agli occhi dello spettatore popolare.
Avremmo potuto scrivere, al posto di un cazzo, semplicemente niente. Ma avremmo perso il senso oggettivo del nostro discorso teorico. In quell’un cazzo si evidenzia la natura del rapporto tra collettività e soggetto artistico, nel caso specifico della “videoarte” in Italia. Essa, per così dire, si un-cazziggia progressivamente negli anni.
L’impressione è che l’ineleganza stessa del termine “videoarte” (al quale concediamo al massimo un tra virgolette, poiché è davvero difficoltoso concedergli un corsivo, come si fa con i concetti nell'ambito di un azione teorica) sia complementare a quella dell’exploit comunicativo corrispondente alla frase “la videoarte non serve a un cazzo”.
Alla grettezza dell’improvvisato critico o artista che ostenta il termine “videoarte”, corrisponde la grettezza dell’intelligente popolare che risponde con tale exploit. L’ambientazione di tale evento tipico, è un’ideale provincia italiana. Per così dire, queste tre cose formano un "archetipo".
Così, la “videoarte” nel suo non servire ad un cazzo, effettivamente serve proprio ad un cazzo, e cioè alla manifestazione di questa un-cazzità, nome che diamo al modo d’essere stesso dell’ineleganza della circostanza. Ma analizziamo meglio, a partire dal termine “videoarte” stesso.
L’ineleganza del termine, ancor prima che nelle difficoltà di lasciarsi sfruttare dai diversi sistemi artistici, comunicativi e commerciali (quello dell’arte contemporanea, quello del cinema, quello della tv, quello del web e così via), risiede nelle sue giustificazioni linguistiche stesse.
In inglese, videoart ha un senso. Ma “videoarte”, appare come un inglesismo, un nome composto e rozzamente completato con una “e”.
Un'altra causa d’ineleganza sta nel fatto immediatamente esperibile che, quando si parla d’arte, non c’è bisogno d’associare la parola a nessun mezzo. Per lo meno da Duchamp in poi. Oppure, nel caso della sua opera ruota di biciletta, si dovrebbe parlare di biciclettarte? O meglio, bycicle-art, o meglio ancora, byciclarte?
Inelegante è, oltretutto, il tentativo implicito di definire popolarmente una sfera creativa con un termine che è vago, o che al limite indica il medium tramite il quale lo spettatore percepisce l’opera, e non l’opera stessa; se si vuole chiarire in breve di cosa stiamo parlando, dovremmo tenere conto che video è inteso prima di tutto come sinonimo di schermo televisivo!
Queste tensioni sostanzialmente linguistiche ed altre di stampo sociale rendono il termine “videoarte” un tutt’uno con il gesto un-cazzistico del suo rifiuto medio: esternatore e oggetto del rifiuto sono una cosa sola, si definiscono a vicenda formando un’unità.
Ma questa unità, corrisponde effettivamente ad una sfera di creazione artistica dotata di senso storico?
La nostra convinzione è per lo meno che
Ciò che vi è di sensato in quella sfera creativa a volte identificata con il termine “videoarte”, è qualcosa di profondamente estraneo al fenomeno corrispondente effettivamente al termine“videoarte”, alla domanda che gli corrisponde (che cos’è la “videoarte”), alla risposta che viene data dal popolo, al popolo stesso
e in definitiva, a questo testo che state leggendo.
Ciò che vi è di sensato in quella sfera creativa a volte mediamente identificata con il termine “videoarte”, sarà oggetto di altri testi. Ma ora siamo interessati all’un-cazziggiamento della “videoarte”. E cioè al fenomeno con cui abbiamo più spesso a che fare di questi tempi.
Il lettore potrebbe pensare che stiamo delirando ma, ahimé, serpeggia invece una certa convinzione per quanto, lo ammettiamo, essenzialmente giocosa. Siamo davvero convinti che la definizione postulata ad inizio testo non avrebbe avuto senso senza l’ un cazzo contenuto in essa.
L’utilizzo attuale del termine “videoarte” fa parte dello stesso fenomeno d’insofferenza scaturito da quell’ormai consolidata tradizione di risparmio cognitivo di cui gli Italiani sono pionieri assoluti. In altre parole: ne’ artisti ne’ pubblico hanno nessuna intenzione d’interrogarsi un momento di più (foss’anche intuitivamente!) sul senso dell’essere dell’audiovisivo artistico. E questo favorisce un certo dilagare dello stesso in base alle tendenze medie attuali (tendenze tutt’altro che positive). Nell'un-cazziggiamento vi è il segreto ritmo del fenomeno, ed è ad esso che dobbiamo guardare, se vogliamo comprendere gli sviluppi futuri dello stesso.
Si pensava che il termine "videoarte" fosse ormai arcaico (in realtà c'è difficoltà d’accordo sul concetto stesso di video, che sorvoliamo). Ma sta invece ritrovando una sorta di piccola primavera, e la gente comincia a comprenderlo mediamente (prima ti chiedevano: cos’è? Ora lo sanno e, generalizzando, cercano di sfruttarlo per fini personali, o arginarlo).
Questo dipenderebbe proprio dall’ un-cazziggità del fenomeno “videoarte” stesso. Infatti, è il mondo che è sempre più un-cazziggiato e dunque, uno dei più ineleganti termini utilizzati negli ultimi vent’anni, “videoarte”, prende campo. Ma qual è precisamente questo mondo? È l’Italia.
In effetti, uno dei “corollari” ai “teoremi” accennati dopo il “postulato” iniziale è che, con tutta probabilità:
La “videoarte” è un fenomeno prettamente Italiano. La “videoarte” non esiste all’estero.
In effetti, l’ineleganza che sta alla base del termine, e che si fonda sull’un-cazziggiamento, esiste solo in presenza della lingua Italiana, perché è un fenomeno linguistico prettamente italiano.
In Francia, ad esempio, potrà esistere qualcosa di simile al nostro problema della “videoarte”, ma la sua struttura vi corrisponderà solo in parte. I fenomeni probabilmente non sono ne accomunabili ontologicamente ne’accoppiabili socialmente. E se lo sono, probabilmente generano figli sterili. Come muli.
All’italianità del fenomeno consegue che:
Il fenomeno che corrisponde popolarmente al termine “videoarte”, è un fenomeno presente solo in Italia, e il suo essere è da analizzarsi sulla prospettiva della provincialità.
In conclusione, ostinandoci con la ricerca, potremmo davvero determinare una sfera creativa di nostro effettivo interesse (che corrisponde quasi mai all’arte del video), definibile videoarte. E proprio analizzando la fenomenologia di certi eventi specificamente Italiani.
Andate a cercare nelle province, in particolari in quelli interattivi (qui provincia è usato figurativamente), e osservate che cosa effettivamente è mediamente associato al termine “videoarte”. Rischierete di trovare conferme oggettive a quanto scritto.
Evitiamo per ora di accumulare nomi propri, e ci limitiamo ad una citazione.
(...) Orripilante e vergognosa la presenza delle videoartiste italiane. Per prima XXX. Valutazione sul mercato: circa 10-15 milioni. per copia Beta, su multiplo tipo 1 di 5. Con la XXX si ritorna drammaticamente nell'onirico e nella fantasia. Aspetti di una patologia da cupola, riconosciuta e premiata, che stressa dagli anni '80 la ricerca contemporanea italiana. Non riesce ad emergere nemmeno il business, come accade quotidianamente invece a Londra attraverso la Saatchi Gallery. L'idea è che la critica a tutt'oggi non è preparata per gestire e riuscire a leggere le fenomenologie della ricerca contemporanea. Non credo che il messaggio o la forma classica autoriale sia oggi necessaria. Alla nuova Tate Gallery londinese si assiste ad una esposizione ad alto budget dedicata alla quotidianità. Cioè, ogni artista invitato reagisce attraverso l'opera il suo rapporto, non necessariamente conflittuale, con la vita di tutti i giorni. Per l'Italia la presenza di spicco è quella di XXX, il pittore delle nature morte per intenderci, questa cosa chiarifica su come viene gestita e promossa e riconosciuta l'arte italiana contemporanea.
[Int.3 su Doe, 2001]
La fenomenologia di quella che oggi (e solo oggi) abbiamo determinato come videoarte, non è di nostro interesse se non come gioco filosofico. Ma ci piace lasciarvi, prima di questa pausa vacanziera, con contributo letterario che, tra le righe e non solo, promette buona vitalità nel futuro prossimo.
Buon Agosto da Drop out experience!
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