Flavio Sciolé
Delirium, Kristo 33 e altri Kristi
C'è chi dice che i video di Flavio Sciolé non sanno di niente, non hanno giustificazione artistica e che, al limite, si può riconoscere all'autore la capacità d'essersi creato un personaggio difficile da dimenticare per la sua evidente inopportunità.
La nostra impressione, piuttosto, è che Sciolé stia portando avanti un discorso personale su questa ingiustificatezza, su questa inopportunità, in generale sulle potenzialità fallimetari della performance situazionistica.
I video di Sciolé consistono in riprese di performance situazionistiche dedicate a temi più o meno definibili. L'autore, in cerca di una sorta di enigmatica trance, lavora su se stesso e sul proprio corpo, introducendo continuativamente elementi simbolici. Sempre pervarsa da un alone mistico-espiatorio, dopo deliri e balbettamenti le performance si concludono con l'autore legato, arrabattato, asfissiato da cavi, cartelli, aggeggi. A volte l'atteggiamento è maggiormente minimale, come in Kristo bianco. Ma l'animo di Sciolé si manifesta in un eccesso patetico e trova in opere come Kristo 33 la sua dimensione paradigmatica.
Il punto è che, tutto ciò che compone l'intreccio simbolico, si basa su idee insignificanti o banali, involute o incredibilmente gratuite. Ad esempio l'ossessione per i guanti da cucina (di vari colori), o per i fili telefonici, o per i fiori gettati addosso, o per i pepli che l'autore si trova ad indossare improvvisamente, senza un motivo logico o un non-motivo eccellente. Il modo scarsamente tecnico che ha di ripetere, come un disco rotto, frasi ad effetto basate su pessimi doppi sensi, come "io sono D'Io sono D'Io sono...", o "Sublime...subliminale..." e simili. Quella di Sciolé è una retroavanguardia videoartistica in cui la performance lavora su una sua possibile peggior-azione, estetizzandola. Nel migliore dei casi.
In Delirium, un mediometraggio in cui intervengono altri attori, una ragazza piange ad una cancellata per diversi minuti. Dopo un improvviso cut, sempre attaccata con le mani alle sbarre, la ragazza indossa ora dei guanti verdi. L'evento è sconcertante e scarsamente giustificabile. Ma in questo, vi è qualcosa di inquietante. Lo noterà chi ha già familiarità con i lavori di Sciolé. Il guanto, in seguito, riapparirà nelle mani di un assassino. Ma poco importa per giustificarne la presenza: lo abbiamo già visto in Kristo 33 ed in altri lavori, così come i maledetti telefoni che appaiono da per lo meno un lustro nei video dell'autore. Si tratta di rimandi feticistici a sé stesso.
Non siamo in cerca si una spiegazione, ma osserviamo lo scompenso energetico che vi è tra il pathos delle scene e la vacuità dei significanti. In questo tipo di ricerca, Sciolé è un maestro spesso incompreso, e un caso quasi unico in Italia, preso atto della seriosità del porsi. Ed ecco che troviamo il suo nome nei promo di Temporary cities, esposizione artistica che si svolgerà a Mosca. Quali sono, allora, i confini espressivi di questo autore? Effettivamente, il suo linguaggio ha subìto degli sviluppi.
In Delirium appaiono tracce di montaggio digitale, e l'inserimento di falsi cut-up - falsi perchè l'autore ripete effettivamente quel movimento, e non si tratta della copia di una clip -.
La ragazza che prima piangeva alla cancellata, viene ora torturata dall'autore e da un'altra figura in bianco, sulla riva del mare . L'atmosfera è maggiormente surrealista (balenano alla mente le immagini di Un cane andaluso), e meno oggettiva-sperimentale. Ma questa performance, riproposta a rallenty in tutto il suo flickare, è tediosissima, e tutto sommato priva di azioni di rilievo. Non c'è violenza, non c'è mordente: una inutile farsa simbolica, che solo l'immagine di un bamboccio abbandonato sulla sabbia restituisce definitivamente all'oblio.
Veri e propri frammenti di oblio, sono pure i video d'arte di Sciolé, giocati spesso su banali feedbacks e moltiplicazioni d'immagini tipiche delle prime sperimentazioni videoartistiche. Sciolé, in buona sostanza, usa gli effetti video come prima usava i guanti da cucina. Si pensi a Kristacido, o Beataction, o Beatacidtrip.
Ma in questi nuovi sviluppi maggiormente videoartistici, l'autore sembra ritagliarsi una nuova ragion d'essere. Risulta più interessante Beatbeato, per lo meno per la spregiudicatezza degli abbinamenti tra l'immagine dell'autore e feedbacks squisitamente analogici. Colpisce, per l'inaspettata coerenza del videodesign, Amo morire - life for nothing. Sciolé lavora bene sui colori, e a ripensarci, nei titoli finali di Kristo33 si legge un appunto in proposito. Insomma, i significanti sono prima veicoli di colore, poi di significato. Una sorta di Kandinskyzzazione del non-senso, costrinto alla forma realistica.
Filo conduttore tra le performance ateatrali e gli esperimenti digitali è la voce dell'autore, nel secondo caso impegnato con un microfono. Invece che illustrare o poetizzare le immagini presentate, nello stile tipico di un Vasulka o di un Larcher, Sciolé continua a blaterare il titolo del pezzo, al limite cambiando la cadenza e gli accenti alle frasi.
E' chiaro che visioni del genere, ripetitive e noiose (anche per la scelta di non fare montaggio, o quasi), irritano lo spettatore medio che, solo se dotato di ironia, può al limite sorridere. Eppure Sciolé è ben noto agli organizzatori di quei festival di cortometraggi che proprio sul pubblico medio basano la loro fruibilità. Sembra che l'autore, per anni, sia stato impegnato in una campagna promozionale che, abbinata all'incommerciabilità delle sue opere, determina un caso per lo meno anomalo di comunicazione sociale.
Sciolé ci interessa come fenomeno in divenire. La ricerca sulla caducità del simbolo, e gli sbilanciamenti degli equilibri tra significato e significante, potrebbero preannunciare a qualcosa, anziché nulla.
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