La Resa della videoarte
le nuove esperienze di profondità indotte
Gli unici luoghi in cui i vj set hanno senso, sono i rave.
G. Polesello
Dopo decenni d'incomprensioni critiche e mondane, vittima da un lato del cinema letterale e dall'altro del linguaggio televisivo, quella che normalmente viene chiamata videoarte si è per così dire arresa, affermando in modo più o meno velato la necessità d'essere fruita sotto l'effetto di sostanze stupefacenti.
Ciò succede innanzitutto nelle "liturgie informali" dei rave, forti dei loro dj e vj set. Essendo queste performance l'anima avanguardistica del fenomeno, sostenuto da artisti giovani e di buon spessore culturale, non possiamo non considerare l'evento come significativo.
Quel fattore che il video trovava evocabile in sé, a discapito d'incomprensioni ontologiche più che comprensibili, da un certo punto in poi si è cominciato a cercarlo altrove. In qualcosa che si è avuto a disposizione in dosi sempre più massicce e variegate: le sostanze psicotrope. Ma così è stato tralasciato uno degli aspetti specifici della videoarte, e cioè l'allevamento e la protezione di uno spettatore lucido, e capace di seguire l'opus dell'artista fino ad una sorta di esperienza di profondità.
Spesso, questa cosa non si ottiene più sfruttando le possibilità del montaggio, ma si dà come scontata condizione iniziale: la profondità c'è, perchè siamo sotto l'effetto di sostanze. E lo siamo per motivi diversi, generalmente ulteriori alla visione.
Così se ripensiamo ai tanti amici, parenti e critici del momento che, mostrategli le nostre sperimentazioni, ci dissero cose come: "quanto sei di fuori, a fare video come questi!", non possiamo che chinare il capo. E ammettere che i nostri sono video di fuori, visti sempre più da persone di fuori...
Uno dei dati che hanno favorito questa resa (vogliamo ironicamente chiamarla così), è probabilmente la mancanza della costruzione dell'opera come processo che, attraverso delle fasi, conduca lo spettatore da un livello d'indagine simbolica ad un altro.
In effetti, siamo abituati a video che si danno già da subito come "motion graphics ", come "super8", come "design", come "3d", come "cut-up", o come "videopoesia", come "videoclip" e quant'altro, riferendo sempre e comunque a dei formati estetici immediatamente chiari. Insomma, si è già dentro a questo o a quel trip, e nessuno ci conduce al suo interno.
E' dato per scontato che abbiamo già visitato quel mondo, o che qualcosa ci permetterà di aderire da subito alle sue strutture essenziali. Al limite, la semplice esperienza: certi video sono comprensibili solo a chi ha avuto almeno una volta esperienze psichedeliche.
Sempre meno, si sono visti metadocumentari o fiction sperimentali che, da un punto di partenza realistico, conducano lo spettatore ad una situazione di maggiore profondità.
Eppure, autori storici che è inutile nominare si sono affermati con lavori che esulavano da generi, trafiggendone le distinzioni in verticale.
Il confronto con il tempo, tipico dell'opera come processo, crediamo sia ancora uno dei giochi più seri che si possa fare con la videoarte.
La capacità di condurre l'intuito dello spettatore ad una comprensione della natura recondita del tempo: come se esso fosse stato "sbrogliato" e "teso" realmente, ed ora l'artista si impegni a "ri-tesserlo" idealmente. L'opera non solo come contenitore di tempo: ma come indagine sulla sua natura essenziale - semplicemente e anzitutto: come tranello in cui far cascare il tempo -.
Le nuove opere, spesso più vicine ad un'idea di design che di arte, presentano un tempo circolare e già "ri-tessuto", sul quale vengono poste giocosamente nuove contingenze, e lo si potrebbe fare all'infinito. Ad un'attenta indagine, scopriremmo che le nuove opere presentano una concezione della temporalità del tutto analoga tra loro, e che, sul piano essenziale dei rapporti tra i loro elementi interni, sono praticamente identiche. Non importa se stiamo parlando di plastilina o di 3d animation.
Prendiamo il sito di mtv, pieno dei suoi videoclip e giochi videoartistici presentati dagli utenti. Si passa di mondo in mondo, sì, ma solo sul piano delle contingenze estetiche.
Queste situazioni, essenzialmente, sono tutte identiche. E omologate.
Dunque non c'è bisogno di un processo, di un condurre a, perchè lo spettatore si adatta subito a queste strutture di base, è a quelle che è abituato.
Nel caso dell'avanguardia videoartistica, queste strutture hanno sempre più a che fare con le nuove esperienze psichedeliche.
Non conducendo lo spettatore ad un confronto con il tempo, questa componente dell'arte può essere sostituta dalle droghe, e ciò avviene dove le droghe sono già presenti...raramente possiamo parlare di una scelta lucida, o di un indicazione d'uso dei video.
In molti casi e sempre più, vi è una sorta di parassitismo dell'opera videoartistica, adagiatasi sugli effetti degli stupefacenti, che assicurano ciò che noi, con l'arte, non sappiamo o non vogliamo più realizzare.
Perchè avviene tutto questo?
Il motivo più grande, risiede ovviamente nello sviluppo progressivo del mercato, e nella necessità di omologarci a ben poche responsabilità fruitive e creative. Insomma, dipende dal risparmio cognitivo praticato dalla massa.
Un certo tipo di ricerca non è mai stato incoraggiato, specie in Italia. Stiamo parlando del cinema autenticamente artistico e sperimentale, vicino all'idea di videoarte monocanale, ma più attento alle evoluzioni lineari, ad un prima e dopo (per lo meno nella parte iniziale dell'opera), ad un uscire ed entrare in finzioni concentriche solo apparentemente surrealista.
In generale, siamo affogati tra home video e design senza che nessuno sviluppasse quelle soluzioni di mezzo che, tra l'altro, erano considerate la grande possibilità del cinema, molti decenni addietro.
Inoltre, cè da ricordare che il mondo ufficiale dell'arte è terribilmente ristretto si fonda su meccaniche ad effetto tipicamente commerciali. Quale salvaguardia potremmo aspettarci, da un gallerista tipo, se l'opera maggiormente rappresentativa del fenomeno è Untitled della Fraser?
Un certo nichilismo di fondo chiude la rassegna delle possibili cause di tale resa. Abbiamo perso il contatto con una nostra funzione lucidamente trascendente, e siamo convinti che non esista qualcosa come Dio a cui elevarci, tramite l'arte. Peccato (è solo un opinione personale).
E per quanto riguarda le evoluzioni artistiche del fenomeno?
Forse, lo stupefacente finisce per forgiare l'estetica stessa dell'opera.
Vi è una ricerca formale, in molti lavori, che proprio riproducono la dinamica percettiva di varie sostanze, dalla pittorica cannabis alla metafisica e sfuggente ketamina. Ricerca che, appoggiandosi ai nuovi softwares, ha trovato non pochi elementi d'appoggio, improntandosi su un'idea di sintesi fin troppo letterale.
BT
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