Kinotek
Nextech festival, Firenze 22 settembre 2006
Del Nextech festival ci ha colpito in modo particolare l'esibizione di Kinotek, coadiuvati da Besegher e Blanche nell'ambito della performance di Ellen Allien+Apparat (vedi streaming da vij central).
Tra le "macrocomposizioni compositive", si distinguono quelle "sciabolate grafiche" che rendono il loro stile classicamente videoart (perchè di genesi bidimensionale e in parte analogica) e al contempo architectural (perchè improntato sulla creazione di un ambiente audiovisivo). Ogni scena, si legge su arezzowave.com, propone una sfaccettatura dello spazio filmico nella nostra memoria visiva di lunga durata, ricomponendo gradualmente la totalità dello spazio suggerito. Questa abilità nel ricostruire lo spazio filico nella nostra memoria, è una delle più sbalorditive acquisizioni nella collaborazione uomo-macchina. Essa può raggungere la più convincente estensione nella sintesi dello spazio filmico nelle nostre menti, a condizione che il contesto narrativo la stimoli.
Kinotek consiste in Mattia Casalegno e Giovanni D'Aloia, due videomaker dallo stile diverso ma squisitamente complementare: c'è chi ha un approccio più "grafico" e si concentra più sul ritmo, sulle forme, e a chi invece interessa l'aspetto più filmico, ponendo l'accento sui contenuti e sulla narrazione (da un'intervista su digicult).
Le numerose partecipazioni a festival comprendono appunto l'Arezzo wave, Dissonanze2003 (Roma), e manifestazioni come Contact Europe 2004 (Berlino). Il duo si muove con disinvoltura tra i territori del vjing da club e delle performance più astratte, proponendosi di sperimentare modalità d'interazione diverse tra tecnologia e performers. Attraverso la stratificazione di sogni hi-tech e memorie analogiche, Kinotek propone degli sguardi contemporanei estremamente interessanti su mondi onirici possibili e non (sempre da digicult).
La scomposizione immaginale caratteristica dello stile Kinotek ha quasi sempre una connotazione rituale, sottolineata dall'effetto mirror tipico di molti vijset, che produce un'idea di centro molto forte. La tensione di questo centro s'intensifica assieme al dinamismo delle clip. Su questo schema si inseriscono, tramite lumakey ed altri effetti, immagini narrative autoprodotte o selezionate da film.
Il modulema base, che riappare anche nel sito e nel brandproject del gruppo (www.kinotek.org), è un'elemnto grafico tipicamente triangolare, dunque acuto, graffiante. Questo dato essenziale, distingue le tempeste immaginali di Kinotek da altre esperienze tipicamente videoart, che si fondano su modulemi rettangolari d'ispirazione PAL (come quelle di cui ha abusato anche recentemente Video&Archeos, o altre storiche: pensiamo anzitutto a Vasulka).
Il risultato è appunto particolarmente ispido, come si percepisce con forza quando gli intrecci formano sorta di "cespugli" pungenti. Se di design si può parlare: non si tratta di soluzioni distese, ma perennemente turbate. Volendoci perdere in una psicoanalisi dell'audiovisione immersiva (il che, probabilmente, interesserà scarsamente ai vj ed al loro pubblico di spettautori) potremmo parlare forse di paranoie da castrazione.
In effetti, rivedendo la clip online su vij central, notiamo come la stessa idea di scomposizione s'accanisca improvvisazione sull'immagine di un volatile che, inserita nell'ambiente visivo grazie alla solita sovrapposizione di materiale cinematografico, penetra poi nel contesto digitale sostituendosi al modulema fondante. Qui c'è senz'altro del visionario, nel senso che "si sovrappongono contingenze". ma non cambia certo l'approccio di fondo.
Estremamente d'impatto, fondamentalmente strutturale e scarsamente soggettiva, l'impronta di Kinotek sembra aver poco a che fare con la psichedelia, per lo meno per quello che abbiamo visto. Ma al contempo, incontrando l'animus di Ellen Allien+Apparat, suggerisce atmosfere gotiche nel senso energistico del termine.
BT
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