intervista a
Daniele Carrer


Daniele, sono passati circa quattro anni dal nostro ultimo incontro. Non troppo tempo, ma tanto quanto basta per affermarti come videomaker tra i più famosi della penisola, pluripremiato e discusso. Che ti è successo, come autore, negli ultimi anni?
I più diranno che ho battuto il ferro finché era caldo, anche se a mia parziale giustificazione faccio notare che ci sono delle forti differenze narrative tra i miei due lavori da venti minuti e quelli iperveloci visti e stravisti in giro. Non so se l'apice di questi anni sia rappresentato da quella simpatica presentatrice RAI che nell'annunciare il mio corto mi sbaglia il cognome. So perfettamente di stare antipatico a un sacco di gente, ma mi fa piacere sapere che, se loro hanno il tempo e la voglia di odiarmi, io non so nemmeno chi sono.

Lo scenario del video creativo e non commerciale, ha vissuto dei cambiamenti evidenti. La cultura cinematografica dell´autore e dello spettatore medio si è alzata. Le evoluzioni tecnologiche permettono di praticare incredibili nuove soluzioni espressive, anche se siamo ben lungi da una loro standardizzazione. Le manifestazioni legate al video creativo hanno affinato le proprie offerte e i propri obiettivi. Come giudichi la situazione?
Secondo me è cambiato il presupposto con cui lo spettatore si approccia al video creativo. Quattro anni fa era scontato guardare un cortometraggio con lo stesso spirito con cui si va a vedere una partita di calcio di prima categoria sapendo che non è Milan-Juventus. E' solo una questione di tempi che cambiano. I videoclip degli anni 80 dei Rolling Stones fanno ridere in confronto all'ultimo che hanno girato Le Vibrazioni, ma non è perché il mondo cammina alla rovescia. Si tratta solo di capire che in certi anni alcune manifestazioni della creatività possono essere trash perché non c'è bisogno che siano migliori.

In redazione, l´impressione regnante è che, a distanza di pochi anni, si rivedano negli stessi contesti opere contenenti idee molto simili, sia dal punto di vista del soggetto, che da quello del linguaggio. In effetti, il mondo del video creativo non sembra avere memoria storica: nessuno o quasi, si è occupato di storicizzarlo. In particolare il "cortometraggio" è diventato un concetto - stereotipo, quasi congelandosi. Che ne pensi?
Non so francamente quanto valga la pena di essere ricordato nella scena del video creativo dalla metà degli anni 90 in poi. Tutto il fermento potrebbe essere rivalutato fra i un paio di decenni ma, più che per esaltarne il valore artistico, per cantare il caos che si è venuto a creare agli albori dell'era dell'editing digitale. Nel video creativo l'amatorialità dei mezzi tecnici e professionali livella tutto verso il basso. E' questo il motivo per il quale tutti i cortometraggi a costo zero sono uguali. Di fronte a luci assenti, audio frusciante e recitazioni da saggio di quinta elementare non c'è sceneggiatura che tenga. Puoi fare l'alternativo, ma con un cervello da ragioniere è facile che non ti capisci nemmeno tu o puoi fingere di essere Billy Wilder, ma al posto di Marilyn Monroe rischi di trovarti una ragazza che rompe le palle più di lei e crede che un corto si giri in mezz'ora.

Le nuove generazioni di autori, sembrano particolarmente interessate alle questioni tecnologiche. Niente di strano: ormai, anche per parlare di Dio, potrebbe convenire utilizzare metafore tecnologiche. Come vivi questa nevrosi collettiva?
La nevrosi collettiva è nella società, e chi crea deve solo manifestare quello che vede attorno. Ognuno parla di quello che lo riguarda più da vicino. I bambini di oggi giocano a "Gta San Andreas" e il "Libro Cuore" lo leggono solo se la maestra li obbliga a farlo. Avevo un professore che all'apice di uno sproloquio riuscì a sostenere che la tecnologia stava uccidendo il mondo perché una volta per bruciare una biblioteca ci volevano tre giorni e in epoca moderna invece basta un minuto per perdere un dischetto che contiene gli stessi libri. Io spero di non arrivare mai a passare le notti a inventarmi un motivo per continuare a fare cose insensate solo perché mi fa paura adeguarmi ai tempi.

Qualora vi sia un interesse di natura artistica, esso non è mai riferito ad aspetti essenziali o strutturali dell´opera e dell´attività creativa, ma a questioni più sensibili ed emozionali, come ad esempio la fotografia, la pellicolarità, la musicalità, la dinamica grafica. Anche il mondo del video creativo, è divenuto parte del grande regno di Megane Gayle?
Sarebbe interessante capire cosa intendi per aspetti essenziali o strutturali dell'opera. Fondamentalmente siamo tutti ignoranti, non perché il grado medio di non cultura negli anni si sia alzato, piuttosto perché oggi si definisce artista anche l' uomo della strada. Bisogna accettare un sacco di compromessi se si vuole arrivare a fare vedere le proprie cose ad una platea più ampia di quella di amici e parenti.

Quando abbiamo cominciato la nostra attività, circa cinque anni fa, già confidavamo apertamente nella possibilità che questa miriade di manifestazioni legate al video creativo, potessero meglio organizzarsi in un circuito di scambi concreti e platonici. Da questo punto di vista, non sembra esser successo molto: i "festival", ad esempio, si sono moltiplicati. Ogni paese ne ha uno, ma ciascuno ha i suoi colori, i suoi pensieri, i suoi suoni: insomma, è un mondo a sé. In compenso, sono successe cose interessanti nelle tv satellitari, su internet, nell´home video e perché no....nelle telestreet. Su cosa dobbiamo puntare, noi autori?
I Festival sempre più spesso servono ad ingrassare l'Assessorato alla Cultura di turno. I corti che vincono sono sempre quelli, e sono gli stessi che trovi nelle compilation di Blockbuster o in Corto5. Non c'è quasi mai spazio per la sperimentazione, anche se nei bandi appare sempre un comma 2 dove si specifica che verrà dato ampio spazio ai nuovi linguaggi.
In Italia c'è poco da confidare nelle nuove tecnologie di distribuzione. L'home video non esisterà mai. Le telestreet non le vede nessuno. Internet e le tv satellitari sono una vetrina, ma non credo che diventeranno mai una ragione per chi vuole sobbarcarsi nuovi oneri produttivi. Bellissime certe frasi nelle liberatorie: "l'autore autorizza teleX a trasmettere senza nessun limite il suo corto, si assume tutta la responsabilità per le immagini contenute e dichiara di voler rinunciare a qualsiasi rivendicazione economica attuale e futura verso teleX. L'ultima volta mi hanno scritto che per me sarebbe stata un'ottima opportunità perché loro avevano avvertito un po' di gente importante che nasceva questo programma. Questi scrivono una mail a indirizzi che trovi nei motori di ricerca, spiegando che prossimamente andrà in onda una certa trasmissione e sembrano voler promettermi che avanti di questo passo fra un anno sarò ad Hollywood. Ma per favore.

In definitiva, tu che lo sei stato tanto, consiglieresti ad un giovane di intraprendere un´attività creativa come quella del videomaker "esistenzialista"? E perché?
Essere un videomaker esistenzialista significa venire considerati sfigati, retorici e già visti. Un videomaker istituzionale è ugualmente tutte e tre le cose, solo che a livello economico è destinato a sopravvivere del suo lavoro. Il problema è essere videomaker. E' una sensazione favolosa andare a bussare a una porta e sentirsi chiedere se si è figli di qualcuno o se si conosce qualche persona importante. Ma questa è l'Italia, e la cosa non mi piace ma non posso certo chiudermi in camera mia e sbattere la testa contro il muro fino alla fine dei miei giorni.
E poi apro i forum e sembra che la causa di tutto questo sfascio sia io. No, dimmi: in giro esistono queste logiche produttive e tu, al posto di arrabbiarti contro di loro, apri una discussione il cui presupposto sono delle congetture che ti sei fatto dentro la tua testa e che spari al mondo come dei dati di fatto. E io devo mettermi a piangere? Io sono sempre andato avanti per la mia strada e tutto il resto non mi cambia la vita.

Torniamo a parlare di te. Anche il tuo stile, negli anni, non sembra essere molto cambiato, nonostante un certo dinamismo nel montaggio e una maggior costruzione poetica dei testi. Il disagio esistenziale, sparato con forza addosso allo spettatore anche se forse con sempre maggior ironia, è ancora il tema portante delle tue opere. Bene. Ti ritieni uno di quegli autori che, alla fine, girano sempre lo stesso video? Insomma, consideri la tua una produzione seriale, non priva di una certa nevroticità (vedi recensione di 1977)?
In questo pago il presupposto produttivo di voler fare tutto da solo, ma quell'epoca sta tramontando. Non credo esisterà mai una quarta parte de "il mio mondo personale" perché i tempi sono finiti. E' stato tutto fantastico: ho prodotto l'unica trilogia che il cinema amatoriale italiano può annoverare. Sono riuscito a farmi chiamare a casa da un paio di cazzosissimi produttori RAI e ho ancora negli occhi una fredda serata bolognese in un dicembre di qualche anno fa con trecento universitari sconvolti che si guardano in faccia senza parole dopo i tre minuti del mio "elogio alla violenza".

Quando scriviamo che sei forse l´autore di video indipendente più famoso, non scherziamo affatto. Dedicata a Daniele Carrer, è forse la discussione più nota della storia del cinema underground italiano, che si è prolungata per mesi nel forum di Cortoweb. Rarissimo caso di socialità, in un ambiente alimentato sostanzialmente da egocentrismo e disinformazione. Come hai vissuto questa esperienza? Se puoi, non essere sintetico.
Sono onorato di essere stato il soggetto di quel forum. Ogni sera, nei momenti di massimo fermento, controllavo se si erano aggiunti nuovi messaggi ancora prima di farlo con le mail. Inizialmente avevo anche provato a rispondere, ma col tempo non mi sono più permesso di intaccare l'ignara comicità che quei personaggi creavano. Oggi quando vengo a contatto con qualcuno nell'ambiente del cinema non gli dò il link del mio sito, lo mando direttamente a leggersi quel forum.
Accetto senza problemi che una persona dica che i miei corti fanno schifo e sono anche consapevole del fatto che la maggior parte di chi li vede la pensa proprio così. Il motivo di quella discussione era semplicemente convogliare su di me tutta l'insoddisfazione repressa di fronde di videomaker trombati da mezza Italia. Non aspettavano altro che io intervenissi dicendo "voi non sapete chi sono io" per rincarare la dose. E invece io me ne stavo a casa a farmi quattro risate. Citavano Pasolini e la sera guardavano il wrestling su Italia uno, mescolando le due cose dentro alla loro testa senza accorgersi dove finiva una e dove cominciava l'altra.

Ti ringraziamo per questa tua disponibilità, e ti diamo appuntamento a tra un altro lustro, porgendo la domanda rituale di fine intervista: che stai a preparare? Che ci possiamo aspettare ancora da Daniele Carrer?
Se stessi a credere a tutti quelli che fanno promesse mi sarei fatto ricoverare da un pezzo. Per un certo periodo ho accarezzato l'idea di iniziare un pellegrinaggio tra i piccoli imprenditori del nordest per trovare i fondi necessari a produrre "il salto dello squalo". Da queste parti girano un sacco di soldi e il grado di cultura è talmente alto che potrebbero essere così tonti da credermi veramente un regista, ma poi ho pensato che il dialetto di queste parti non lo so parlare e forse non mi avrebbero capito.

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