Il Mondo di Luigi Bonizzato
di Patrizia Patelli
"In quanto a credere, sono pronto a credere tutto ciò che è incredibile". (Oscar Wilde).
Luigi Bonizzato mette la musica e comincia il suo viaggio. Gli piacciono i londinesi Wang Chung, non solo loro, ma al momento la fan da padroni.
Un cielo rosso-fuoco e nero-fine-del-mondo, un sentiero di bosco verde-di-sole co
n fontana di marmo, un rudere abbandonato. Un tetto, un’antenna tv. Il casolare è abitabile. Cavi catodici dentro una stanza dove il televisore acceso trasmette una partita di calcio. E’ casa abitata. Un uomo è steso sul letto e la tv si spegne. Lo schermo si squarcia. Esce un mostro dagli occhi di fuoco che sparano deliri di fiamme. (The killing joke, 1990).
Intanto, sotto lo stesso cielo, ma un po’ più azzurro dato che il fuoco si è concentrato in blocchi di nuvole, un uccellino vola su un grattacielo. E’ già notte. Nella sua casa, un uomo (Pierpaolo Piazza), tra uno zapping e l’altro che non si sa se Beautiful sia più trash delle scopate delle 144, si diverte con un film d’animazione. Un altro uomo sfoglia un’enciclopedia al lume di candela mentre si gratta il palmo di una mano prima che ne esca un verme: un mostro si è impadronito di lui, gli sfonda pure gli occhi e si fa spazio dalla bocca, lo fa a brandelli e lo riduce a teschio. Piazza-attore ora dorme nel suo letto. Poi, si sveglia, si alza e vagola nel buio con una pila accesa. Un essere strano, piccolo mostro-che-te-la-faccio-vedere-io-chi-sono, esce dal cesso e spara latte che magari è pus o magari seme. Lotta ad armi pari? (Trashman – l’uomo immondizia, 1991)
In un’altra casa, continui zoom, più lenti della musica elettronica che fa da controtempo, perlustrano gli oggetti di un normale appartamento. Scopriamo un letto prima di un servizio da caffè che sta su un centrotavola vicino a una tendina ricamata proprio dietro a un buddha che riposa su una colonnina di marmo, una lampada, una chitarra e poi peli e peli e altri peli di qualcosa che non si capisce cosa. Il tutto in rosa shocking e verde più shocking ancora. Sul pavimento atterra un’astronave-giocattolo. Che succede dopo? (Universe 1993)
Dopo c’è la bella Enya. Più umana degli umani? Meno umana dei giocattoli? Il cielo è lo stesso di sempre ma c’è un castello e i colori sono rosa-pesca, azzurro-mare e verde-prato. Enya è un fumetto animato che, sul morbido dell’erba, si gusta una saporosa mela. Di sottofondo quasi un requiem, ma gli occhioni della fanciulla son di miele. Poi si spaventano, ma solo poco, per colpa di un folletto che magari è un elfo o forse un diavoletto. (Enya, 1996)
Scomparsa Enya, il cielo torna dei colori dell’incubo con nuvole atomiche e marmi spaziali. Ma c’è il sole. Siamo ancora sul pianeta Terra. Ok. E ci sono antenne tv. Sono tetti. Ok. Pure il piccione continua a volare ed è molto più tranquillo del jet-navetta che cerca uno spiazzo per atterrare. Mr X ( Luigi Bonizzato) aspetta su un terrazzo a cielo aperto. Attende uno skypusher (Pierpaolo Piazza). E’ il pilota, che arriva e porta con sé una busta, di polvere bianca.(1998)
Era il 1918 quando il dadaismo di Tzara teorizzò l’arte del "contro" tutto ciò che arte era stato, l’estetica della non-estetica. Bisognava ripartire da zero, casualità della forma e improvvisazione dei contenuti. Quattro anni dopo fu la volta del surrealismo di Bréton e il disprezzo per la forma divenne ricerca di un oltre, onirico e visionario. Fu così che nel 1930 Béla Balàsz poté dire che il cinema surrealista aveva ormai messo in scena l’impossibile, il limite oltre il quale non si poteva più andare, e che proprio per questo apriva per sempre delle strade per il futuro. Ma quali strade, non poteva ancora immaginare. Più di sessant’anni sono passati. Sessant’anni di visioni, di immagini, di tecnologie che hanno reso possibile quella sospensione della credibilità anche laddove il surrealismo ancora non riusciva. Il nostro occhio stesso è diventato virtuale, e il virtuale, prolungamento della realtà. Oggi tutto è possibile, tutto può esser vero, anche se sta in un fuori assoluto. Abbiamo riprodotto e dato vita all’onirico, incubo o sogno, abbiamo viaggiato davanti e dietro lo specchio scuro (soglia tra conscio e inconscio), ci siamo perfino smarriti nel visionario, luogo dove la materia viene da spazi preumani o
sovrumani. Ma cosa succede quando da quello spazio arrivano macchine o mostri che sono frutto dei nostri incubi ma che ci oltrepassano e si rendono indipendenti? Succede che il mondo come ce lo restituiscono gli occhi dell’astronave-giocattolo di Bonizzato diventa una possibilità tanto reale quanto quella che il nostro occhio vede e, quando le due visioni entrano in contatto, avviene un’impossibile compenetrazione che è già corto circuito (della visione). Troppa materia, uguale ma diversa, testimone di possibili e probabili mondi paralleli, preme da ambo le parti e il limite diventa lastra di ghiaccio, specchio rifrangente, confine oltre il quale non dovrebbe essere dato di andare. Invece Bonizzato ci va.
In Trashman esiste ancora la lotta, la possibilità dell’affronto tra le due pretendenti verità. Il mostro attraversa l’umano, spinge da dentro il suo corpo e lo disintegra, ma forse è ancora solo un incubo, forse è un caso, forse quell’enciclopedia è un libro che era pericoloso sfogliare. E, nella veglia, ne siamo sicuri, Piazza-attore vede emergere dal cesso un mostro, che gli cambia identità, che ne stravolge l’immagine, solo temporaneamente (la barba ricrescerà e il dito si riattacca), ma che è possibile fronteggiare. Fino a quando? Due anni dopo il mostro torna, è uguale a quello che già ci era apparso, ha lo stesso volto, gli occhi sono ancora di fuoco, forse viene dal cielo, da quel cielo stravolto nei colori e nella densità, e passa attraverso i fili del televisore. E’ la tv a richiamarlo? In ogni caso è lo schermo nero (specchio nero) di un televisore spento che il mostro squarcia per incenerire. Non ha più bisogno del medium umano, viene da fuori, per distruggere. Dell’uomo non resta neanche più lo scheletro come nel 1991, solo cenere, cancellazione totale, vuoto, ombra che non fa più ombra, fuori assoluto. Bisogna cercare di capire quei mostri provando a simularne l’evoluzione. Ma cosa ci resta ancora dopo la fine? Hanno memoria quei mostri? Hanno un passato? E’ il latte archetipo, quello che ci riconcilia con la nostra memoria mitica (dell’infanzia), il liquido che fuoriesce dal mostriciattolo di Trashman? Se sì, perché ce l’ha anche lui? E’ in grado di impossessarsi della nostra storia o latte non è e bleffa? L’unica possibilità per avere un futuro è quella di avere un passato. Nell’incertezza meglio rivisitare i nostri miti. Nel mondo di Enya c’è il castello delle fiabe, c’è la mela del peccato e c’è l’anello del re Salomone. Ma la lingua che parla Enya non la capiamo o non la capiamo più e Enya stessa smette di essere umana e diventa altro, vola via.
E’ spietato il mondo di Bonizzato, non salva nulla. Con 1998 fa marcia indietro, non ci sono più mostri e non ci sono più visioni apocalittiche. C’è uno skypusher di coca ma che forse è zucchero o viceversa o che forse è qualcos’altro ancora. Viene dal cielo come i mostri ma si scioglie nel caffè. E’ una risoluzione, un epilogo, il risveglio tragicomico da un incubo? Mr X beve sereno, ma scruta un cielo tranquillo o all’orizzonte c’è ancora qualcosa in agguato?