![]()
Slowbrain (installazione)Il vostro lavoro è presentato come "sondaggio della complessità delle immagini neuronali che ci permettono di mantenere ricordi e percepire immagini". Mentre, solitamente, video e cinema si pongono come luoghi d'apertura a mondi "altri", i vostri lavori sembrano offrire una possibilità d'indagine sull'essere delle immagini, unità basilari di qualsiasi "mondo". Ma è innegabile che l'insieme delle vostre opere colpisca per la coerenza, per i rapporti intrinsceci che le legano, e si imponga anch'esso come "mondo" peculiare. Quando, nella creazione di opere come "Slow brain", finisce la semplice e distaccata registrazione, appunto il "sondaggio", e comincia l'interpretazione?
Proporre in maniera diretta i risultati di esperimenti scientifici è un tipo di operazione che non ci interessa.
Alcuni esperimenti sono interessanti, a volte rivoluzionari nel concetto, ma assolutamente noiosi nella forma.
Il nostro intervento è proprio quello di giocare con questi concetti e i paradossi che ne scaturiscono per creare opere d'arte, che hanno sempre diversi livelli di lettura.
Slow Brain può piacerti o lo puoi detestare, anche restando completamente all'oscuro del concetto che c'è dietro.
Le vostre opere sono caratterizzate da un'estetica decisamente minimale, e, credo, da una ricerca sui fondamenti della percezione dell'opera artistica. Questo atteggiamento, piuttosto marcato in opere come "Unità minima di senso", è legato inizialmente ad un modo "impersonale" di produrre le immagini, che "si formano in origine sulla retina al silicio della nostra telecamera". Mi vengono in mente sperimentazioni storiche, come quelle di ManRay, o di Woody/Vasulka, e altri. Qual è il vostro rapporto con lo "stereotipo" della videoarte?
Abbiamo cominciato tardi a lavorare da artisti, avevamo 26 e 32 anni e non abbiamo mai frequentato l'accademia o l'istituto d'arte. Avevamo una grande passione e tanta voglia di vedere. Non aver avuto dei modelli da cui partire è stata una vera fortuna.
In "Deep blue ocean of emptiness", girato in un ambiente decrepito e tinto di colore verdastro, il vostro stile si carica di un carattere sinistramente soggettivo, come in "Mindscape dwellers". Qui la tecnica di produzione sembra cambiata, e si osservano immagini più realistiche: qualcosa di identificabile con il "ricordo", piuttosto che con le "comples
Unità minima di sensose dinamiche che permettono di percepirlo"?
Questo ambiente, un'aula di una scuola elementare situata in un convento nel centro storico di Siracusa, si è palesata davanti ai nostri occhi in maniera improvvisa ed inaspettata. Il convento è stato abbandonato negli anni 50 da un giorno all'altro perchè pericolante. L'aula è piena di polvere e detriti ma ancora in perfetto ordine, sembra che da un momento all'altro i bambini debbano tornare.
E' un video tratto da una scena unica, non ci sono tagli in fase di montaggio, e ricorda le scene di esplorazioni video di relitti adagiati sul fondo degli oceani.
Anche quel luogo è un relitto, affondato nel profondo mare vacuo che è la memoria di tutte le persone che lo hanno vissuto.
Un'altra chiave di lettura che sembra poter rendere fruibili questi video, è forse la psichedelia. In tal senso, opere come le vostre possono funzionare anche al di fuori della galleria, in un mondo dove la videoarte viene spesso arginata ad una dimensione scenografica (vijng, scenografie per concerti, installazioni in locali mondani). Che ne pensate di questo uso che viene fatto
Oceandel video?
Purchè il lavoro venga percepito in maniera adeguata e mantenga in pieno la sua dignità, ogni luogo va bene per mostrarlo. Le contaminazioni fatte con leggerezza e senza un vero scopo non ci interessano.
Che cosa significa crearsi un identità come videoartisti? Quando vi siete accorti che potevate riconoscervi seriamente in questo ruolo? E ditemi, che ruolo hanno giocato i galleristi nella vostra vicenda?
Non ci sentiamo affatto dei videoartisti, la parola è più lunga, ma riduttiva nel senso. Ci sentiamo artisti, liberi di esprimerci nel modo che preferiamo, e il fatto che riusciamo a vivere del nostro lavoro è un aspetto importante. La gente lo dà per scontato, ma per lunghissimi anni all'inizio della nostra attività non è stato così.
In Italia esistono inoltre numerosi festival ed iniziative legate al "cortometraggio", che non negano le opere videoartistiche, benché meno "comunicative" di una fiction. Avete esperienze in proposito?
Abbiamo pessime esperienze in proposito. Gli artisti dovrebbero rifiutarsi di mandare i propri lavori in festival del genere, non c'è niente da vincere.
Che visione avete della scena dell'arte contemporanea in Italia, in particolare di quella legata al video? Esiste un movimento coerente? Esistono dei nessi comuni? Che consigli date a chi vuole avvicinarsi a questo mondo?
L'arte ci piace proprio perchè è il dominio in cui si esprime al massimo la propria individualità. Non riconosciamo al momento un "movimento coerente", ma ci va benissimo così.
Un consiglio che ci sentiamo di dare è quello di non perdere mai la propria umanità e il contatto con la vita reale. A volte conosci artisti che sembrano macchine promozionali intente solo ad aprirsi nuovi varchi e a chiudere i tuoi.
Come persone sono veramente tristi.
contatti: info@bianco-valente.com
http://www.bianco-valente.com/
![]()