Vuoto

Di Elena Di Biase (8', 1998)

Vuoto è equilibrio statico, lago, assenza al pensiero del mondo e di noi stessi, territorio incosciente, luogo di una mancata elaborazione. Elaborazione di cosa? Di un dolore o di una gioia, che sono sbaricentro, erranza in cerca di una meta che non sta in un punto ben preciso del mondo, ma che molto ha a che fare con la terra, con l'acqua, col simbolo. Un viaggio, insomma. Dentro e fuori, tra il bianco (la vita) e il nero ( la morte), tra la storia e il mito. Presupposto del viaggio è il libero arbitrio, la possibilità di scegliere di cadere, di restare in piedi oppure di adagiarsi in un intervallo che non è vuoto ma grigio, dove c'è la vita che ha conosciuto la morte e la morte che riconosce la vita. Allora la meta del viaggio diventa la conquista di un posto in questo spazio di transizione, pur se in disequilibrio ché quel grigio è una riva sconnessa, una sponda precaria, un limite pericoloso. Se il passo dapprima è traballante e zolle di terra franano, nel grigio, su quello strapiombo, ci si può accomodare e teneramente ascoltare la voce dell'acqua che non è più lago ma mare. I due estremi del viaggio che ci racconta la Di Biase attraverso l'erranza del corpo di Romina Caponi sono la morte di un fratello (dolore) e un ritrovato amore (gioia). La storia non è affidata solo all'immagine, muta, sempre che il continuo soffio del vento che tutto muove, i pensieri, i capelli "sciolti e lenti giù per il collo", il cotone leggero di un abito a fiori, l'inquadratura stessa, e le varie sfumature di blu non siano già di per sé linguaggio. Lo sono e dopo capiremo perché . La storia del montaggio di quelle immagini, delicate, spesso sfuocate, sovrapposte, in un bel testo scritto dalla Di Biase stessa, ci è raccontata dalla voce, calda e rassicurante, di Vanessa Incerpi.
Il viaggio procede lento, sotto un sole che tenta di farsi spazio tra fitti nuvoloni ché non è ancora primavera, fino a un punto della marcia, della riva, che non è un posto qualsiasi, ma quello che deve essere, in cui i nudi piedi possono arrestarsi, in cui la terra non è più materia ostile e sorda, in cui riposa una conchiglia. Una conchiglia che viene dal mare, che ha vuoto il grembo per assenza di mare ma che, ad ascoltarla bene, ne contiene l'eco del canto. Jung parla di una relazione strettissima tra corpo e terra, la nostra terra. Nella psiche conserviamo un riflesso inconscio di questo rapporto. Nel vuoto quella relazione è spezzata e senza di essa ci muoviamo come "ombre incorporee che fluttuano e vivono al di fuori o al di sopra del proprio corpo". Romina si è fermata lì, perché lì ha risentito fortemente il richiamo della terra e quindi anche del suo corpo (coscienza), ma non solo ( riflesso inconscio, si diceva). Ancora Jung parla di una "compensazione dell'inconscio al contenuto cosciente del momento attuale" e quando di compensazione non c'è più bisogno, ché la tendenza dell'inconscio (vita irrazionale) viene a coincidere perfettamente con quella della coscienza (vita razionale), ritroviamo l'armonia, il "grado zero", entriamo nel territorio del grigio consapevole di cui si diceva sopra. E non è un caso che proprio in quel punto della terra ci sia una conchiglia, conchiglia-personaggio, conchiglia-simbolo. Il simbolo è "unione della vita razionale e di quella irrazionale", espressione "dell'una attraverso l'altra che le comprende entrambe senza essere né l'una né l'altra" (Jung). Quel conquistato grado zero è un ritrovarsi, un riconoscimento del mondo e di se stessi che è già consolazione. Quindi, quel viaggio altro non era che una ricerca di libertà, ché liberi non si è se incomprensibili a noi stessi. Di una libertà originaria: è in posizione fetale che la Di Biase ci mostra il momento in cui il vuoto di Romina si rispecchia in quello della conchiglia per prenderne così coscienza. E il sole torna a splendere e a inondare di luce, rosa, tenue ma forte rispetto a tutto il blu nel quale finora la visione è stata costretta, e il mare può suggellare con un vero e proprio battesimo-rinascita d'acqua e di canto la ritrovata serenità di un liberatorio sorriso. Tuttavia, è qui che qualcosa si incrina: il racconto delle immagini smette di essere parallelo a quello del testo scritto che ci dice qualcosa di più o di diverso, che sembra trascendere lo scioglimento primo del dolore per la morte di un fratello. La voce-off, infatti, all'ultimo, ci spiega che il canto del mare è quello del ritrovato amore di Romina e che quel sorriso tenero non poteva esistere prima perché era in assenza di quell'amore. Quale amore? Siamo forse al limite di un Holzweg heideggeriano, di un sentiero interrotto, cioè di uno di "quei sentieri che portano fuori strada"? Se così è, qui comincia un'altra storia che forse ha ancora a che fare con il viaggio di Romina, forse con quello della Di Biase o forse solo con chi di quel viaggio è testimone.
E' possibile vedere in Romina una moderna Antigone che supera, non con una qualche ricompensa ma con la comprensione del suo dolore, il dramma sordo della tragedia che, per sua natura, è catastrofe, impossibilità di conciliazione tra l'uomo e le leggi del mondo e degli dèi. Nella tragedia non c'è scelta, qui sì. E pure si pensa alla Ingrid rosselliniana di Stromboli che cerca e trova, nella rivelazione, una possibilità di redenzione. Anche qui la storia che ci viene raccontata è storia che passa attraverso il corpo di una donna, giovane, servendosi di immagini che in alcuni momenti molto si avvicinano a quell'immagine-cristallo teorizzata da Deleuze dove l'immagine, appunto, trascende la sua soggettività per trasformarsi in qualcosa dove non c'è più "rapporto di derivazione tra soggetto, immagine e realtà".
Un esperimento riuscito, delicato e complesso, questo della Di Biase, che supera la soglia percettiva della semplice visione andandosi lentamente a incuneare in una zona di passaggio tra ricezione conscia e inconscia, tra "nascondimento e rivelazione".

Patrizia Patelli

Elena Di Biase c/o Il Gobbo e la giraffa telfax 055 706023

 

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