Vita da Eroi
di Bibi Bozzato (2003, episodi 1-8)

A distanza di circa un decennio dall'inquietante "Ancora buona fortuna", Bozzato ci stupisce con una nuova produzione seriale: ben otto puntate di una sorta di "telefilm" dal carattere particolarmente acido. In Vita da eroi, protagonisti sono un gruppo di personaggi immersi nella paranoica progettazione d'improbabili missioni, ma raramente colti al di fuori del loro covo, il retro di un videonoleggio.
C'è una sigla, una soundtrack, una sintassi di montaggio particolare, e tutti gli elementi del film televisivo a episodi. Ma ogni tratto è distorto, parossisticamente infantilizzato, con risultati a volte concreti, altre volte un po' rarefatti. Questo permette d'intendere Vita da eroi anche come un'operazione critica, che vuole decontestualizzare il media e i suoi stereotipi. Quest'intenzione, sarebbe comune a molti altri autori underground, del passato e del presente.
Ma non si può paragonare, ad esempio, Vita da eroi con The Brain Switched Project, che pure reinterpretava in chiave sovversiva e ironica uno stereotipo dell'immaginario collettivo. Ne' con altri lavori come La Frittatina, Il Cane di cellophane, e tanti altri.
Infatti, nell'evidenziare un'intenzione critica, notiamo che in Vita da eroi questa non si ferma alla semplice reinterpretazione ironica della storia, ma giunge ad una rifondazione coerente del linguaggio. O per lo meno, lo fa in modo più deciso, in particolare per quanto riguarda il montaggio/compositing.
Al di la della costruzione tipicamente televisiva dell'apparato introduttivo, e di alcuni spunti originali ma episodici, salta all'occhio un uso inedito e automatico di picture-in-pictures. Spesso, le inquadrature dei personaggi sono inserite in schermi più piccoli, in risalto su sfondo nero. Nel passaggio dall'una all'altra inquadratura, questi schermi si sovrappongono per un attimo, secondo equilibri specifici. C'è anche un effetto sonoro, che sottolinea questo particolare atto narrativo.
Bozzato, da autore esperto, non avrebbe potuto realizzare una semplice parodia, perchè il suo lavoro avrebbe mostrato uno spessore ben più limitato. Concentrandosi sulla manipolazione del linguaggio, dunque, ha reso Vita da eroi maggiormente interessante. Anche per quella parte di pubblico che non cerca semplicemente l'eccentricità, l'immedesimazione acida, l'emulazione dei cartoni animati, in altre parole: il trash.
Ma attenzione. Questo non significa che, l'intenzione di autore e attori, fosse qualcosa di più che vivere la propria estasi regressiva, e divertirsi a giocare con il format televisivo. L'ipotesi è semplicemente che, questa tendenza tipica, sia stata reintrodotta e giustificata tramite un linguaggio originale. Il quale rende sì più accattivante l'opera, ma proprio distraendoci dalla possibilità di archiviarla come "edonismo mentale" fine a se stesso.
Allora, saremmo innanzi ad un caso di nascondimento. Forse, addirittura un rimuovere la sostanza di questo atto di edonismo. Appunto, tramite interventi che avrebbero lo scopo di giustificare una creazione piuttosto folle, eludendo l'origine psicologica di questa attività, e mettendo comunque da parte la coscienza.
Tra l'altro, una massiccia ripetizione di questi moduli narrativi originali, alla lunga rende noiosa la visione, e il montaggio appare automatico. Il fatto che tali moduli non coinvolgano minimamente la fase di ripresa, fa pensare, ancora, che si tratti di una strategia di montaggio. Appunto, strategia, nei confronti di se stessi e del mondo.

Tutto questo potrebbe essere, ma probabilmente non è, o è solo in parte. I lettori si saranno abituati al nostro modo di reinterpretare i video. Il fine di queste reinterpretazioni, è studiare il comportamento dell'autore in relazione al mondo nel quale introduce la sua opera, autentica mediatrice, inevitabilmente ambigua.
In Vita da eroi ci sono sicuramente degli aspetti razionali (come il montaggio), che vanno un po' a cozzare con l'irrazionalità della storia. Questo è tipico di molti lavori underground del passato, e Bozzato è forse il principale esponente di una certa tendenza underground in Italia.
Ma a noi, di tutto ciò, interessa la sostanza dell'edonismo - continuando la metafora di prima -. Il desiderio creativo che porta, in seno ad una sorta di regressione infantile, alla realizzazione cinematografica di opere come queste. E qui salta all'occhio la capacità produttiva, l'istintualità degli attori, e l'iconografia dei personaggi.
In Vita da eroi c'è, ad esempio, l'uomo invisibile. Fa parte del gruppo degli eroi, ma è invisibile. La sua voce è affidata ad un bravo speaker, e per rappresentarlo nella scena Bozzato ha utilizzato una semplice macchietta di luce. Forse, realizzata come immagine sovraimpressa in alpha channel, o con uno dei tanti plug-in. In modo molto semplice, ma assai efficace. Qui, c'è un uso istintivo della tecnologia. La presenza dell'uomo invisibile, media tra la razionalità del montaggio e l'irrazionalità della storia, ed è una cosa riuscitissima, meno "staccata" dal resto rispetto ai picture-in-pictures precedentemente descritti. La sua voce introduce infatti ogni episodio, prima della sigla.
L'uomo invisibile con la sua interessante iconografia ci introduce al gruppo di eroi, interpretati da attori più o meno capaci. Le scene vengono girate in modo dilatato; non ci sono molti tagli, e mi sembra si dia spazio all'improvvisazione, a discapito di qualche errore secondario. Anche Bozzato, come altri, ha concluso che se si vuol fare un cinema di tal genere, bisogna inventare un modo di riprendere il più possibile snello. La fase di ripresa, quando si narra dell'assurdo, può diventare un incubo se la si affrota professionalmente. Avanzare a campo-controcampi, e curare la fotografia, renderebbe il gioco un castigo, una via crucis. Perchè fare il cinema per bene è una cosa difficile.
Ma anche in tal caso, è preferibile evitare l'attribuzione di significati intellettuali a questa tendenza. Che sembra comunque utilitaristica. Chi avrà voglia di curare gli aspetti artistico-rappresentativi, rimanderà il confronto alla fase di montaggio...
Durante la visione di questi episodi, in cui per tre quarti del tempo gli eroi s'interrogano sul da farsi, viviamo un ambiguo sogno lucido. I dialoghi vertono su tematiche assurde, con puntate d'estraniamento da qualsiasi senso. Non si avverte semplicemente l'intenzione di divertire; a volte, sembra che gli autori siano inghiottiti dall'oggetto del comico. Fino a perdersi, in certi momenti.
Questa paranoia che caratterizza i personaggi di Vita da Eroi, non è una caratteristica peculiare del trash, ma la si incontra anzitutto quando la creazione video diviene il luogo d'esteriorizzazione di sentimenti generalmente rimossi.
Torniamo per un attimo alla questione del linguaggio. A pensarci, c'è per lo meno un'altro caso di fiction in cui, a questi sentimenti paranoidi, è abbinato un montaggio/compositing come quello di Vita da eroi, con le inquadrature dei personaggi inserite in picture-in-pictures. Sto parlando di Incontri a Gli Orci di Video & Archeos, recensito anch'esso su Drop out. In tal proposito, su una pagina web dedicata a questo video, si legge:
In questi momenti di contemplazione, possiamo provare l'impressione di una distanza dal reale. Al contempo, la nostra introversione sembra custodirci. Tutto ciņ avviene perchè (...) si manifesta un processo regressivo in cui, fase dopo fase, siamo idealmente trasposti in una dimensione parallela e più profonda. I montaggi verticali a picture-in-pictures, rappresentano bene i momenti più "introversivi".
La questione si apre ulteriormente. Ci basti notare che l'incontro tra fiction e compositing ha ulteriori possibili motivazioni e spiegazioni. Raramente, almeno nel caso di un autore, si tratterà di un uso frivolo dei mezzi. E non necessariamente, si esaurirà in una presa di posizione nei confronti del mondo, una eccentricità.

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