'Usb
di Paolo Scattoni

Paolo Scattoni ha presentato alcune sue installazioni a Cetona (SI), tra il 26 aprile e il 2 maggio 2003. In occasione di questa mostra, ha presentato anche un opuscolo che espone il lavoro di questi anni, con contributi fotografici, teorici, ed una introduzone di Giampaolo Ermi (1).
Il lavoro di Scattoni, ben s'introduce nella tradizione videoartistica, concentrando l'interesse sull'idea di "opera come percorso", e di "spettatore come autore". Ques'ultimo godrebbe della possibilità di costruire un senso personale ed originale dell'opera, vivendola in prima persona, e divenendone quasi una parte integrante.

Per far ciò, bisogna dunque che l'"oggetto", immagine video, cosa o corpo, sia liberato dai significati abituali, e che il ciclo della rappresentazione sia inteso come "percorso da compiere", "più che qualcosa da mostrare". Interpretate queste opere come insiemi di rapporti tra elementi vivi (dai programmi video agli oggetti, dagli attori allo spettatore), e analizzare questi rapporti, mi sembra un modo sensato di procedere.
Gli equilibri minimali sui quali si fondano queste videoinstallazioni, generano effettivamente uno "spazio" tridimensionale, dotato di un centro nevralgico e di figure cardine che lo limitano o estendono alternativamente. Si pensi a 'Usb o a Giaciture. Questi spazi non sono però percorribili longitudinalmente dallo spettatore, quanto invece, li si può e si deve osservare in un percorso circolare, girandovi attorno.
Lo spettatore, può sì costruire sensi di lettura personali, ma non può "attraversare il centro". Non può determinare un'evoluzione inedita dell'opera, come avviene in altre installazioni di videoarte più interattiva. Scattoni si ferma, per così dire, "un attimo prima del futuro", e la sua opera deve essere necessariamente contemplata. Il senso che costruisce lo spettatore individualmente, è dunque un senso contemplativo, e le opere sono da leggersi ancora in tutta la loro carica simbolica: vi si assiste da spettatori lucidi, come a strani manifestazioni rituali, o a deja-vouz.

L'installazione 'Usb, svoltasi nella platea del Teatro degli Arrischianti di Sarteano (2003), ha come protagonista un sub che si muove nella sala vuota, lateralmente alle poltrone. Sulle spalle porta legato un grosso monitor, che riproduce un programma video. Uno stesso programma video, è proiettato sullo schermo al centro del palco, ed è caratterizzato anzh'esso da "immagini di acqua".
Salta immediatamente agli occhi il rapporto ironico che si instaura tra il "grande schermo" ed il "piccolo schermo", indipendentemente dalle eventuali concettualizzazioni. Ma l'idea del monitor legato alle spalle, non originalissima, e pure il facile allegorismo del sub leggibile come "figura esploratrice", rischiano di allontanarci dalla percezione dell'opera come struttura essenziale. Queste stesse impressioni superficiali ci porterebbero, ad esempio, a considerare un rapporto quasi fetale tra il grande schermo e l'uomo, simile a quello che caratterizza le tendenze esplorative di un bimbo che, impegnato nel suo gioco, si volge ogni tanto a controllare la presenza della madre veggente.
Anche la platea, la sala teatrale o cinematografica, rappresenta facilmente un'atmosfera fetale. E l'antropomorfismo dell'eroe-sub è a suo modo drammatico: una figura umana con monitor appeso alle spalle, in un'opera lontana da questa per intenzioni ed ambito produttivo, finiva col trasmettere la fatica dell'essere, la vaquità dei tentativi, e si concludeva con un suicidio (2).

Come vedete, nel tentativo di "liberare l'oggetto" da significati abituali, troviamo già delle difficoltà, e l'autore certo non ci aiuta, anzi offre soluzioni facili a chi non ha voglia d'impegnarsi a "liberare" proprio niente.
Eludere i misteriosi processi che conducono all'identità delle cose con i loro significati abituali, non è facile ne' per gli artisti, ne' per gli spettatori. Ma questi segni, mi ripeto, sono solo impresioni di superfice, e possiamo osservare l'opera come semplice mondo, dall'equilibrio specifico ed essenziale. Basta volerlo, e aver imparato a volerlo.

La platea vuota ha senz'altro un ruolo importante nell'economia del sistema, benchè inizialmente possa essere considerata un dato marginale. Eividentemente, questo mondo è pronto ad ospitare infinite figure, ma l'unico abitatore identificabile come tale, risulta terribilmente solo. Quasi come vi fosse un teatro interamente vuoto, per ogni anima che cerca il ricongiungimento.
Il monitor trascinato sulle spalle testimonia un collegamento diretto a qualcosa di centrale, che tutti unifica, presenti e non presenti, essere e non essere. Il centro simbolico dell'opera è il grande schermo, di cui il singolo abitatore, individualità annaspante in una collettività assente, porta con se la traccia.
In verità, questa platea è piena zeppa di corpi. Basta solo saperli vedere. Essi fanno parte integrante dell'economia dell'opera.
La platea, il quarto elemento in gioco in questa serie di rapporti, è la sostanza di essa: la materia pronta a divenire, il possibile, che tutto (chiunque) può ospitare, ma che di per sé non ha nessuna certezza d'individualità.
L'opera sembra suggerirci che nell'animo umano c'è sempre una parte pronta ad ospitare l'estraneo, e che questa parte, capace di adattarsi, è comunque fondamentale all'esistenza dell'essere tutto. Stiamo usando, evidentemente, concetti psicologici per comprendere meglio l'essenzialità di questa composizione.
Il collegamento ironico tra grande schermo e piccolo monitor ci suggerisce che, per comunicare con l'esterno, dobbiamo ospitarlo in noi e farlo cosa nostra; dunque, dissimulando d'essere una cosa sola con questo altro ipotetico, dobbiamo guardare tutti nella stessa direzione, per riscoprirci uniti. Ci dividiamo soltanto per ricongiungerci e ci ricongiungiamo solo per dividerci ancora, ma siamo uno. In 'Usb, la platea vuota ed il sub rantolante, corrisponderebbero dunque al grido dell'artista che rifiuta questo meccanismo, e grida la sua individualità (cosa fa se non questo, infondo, ogni artista?).
Abbandoniamo ora questo analogismo, carico di contorte immagini psicologiche. Cosa ci resta? ci resta un "meccanismo" coerente, che sembra inventato a posta per ospitare e per declinare agli stessi parametri entità diverse. Una sorta di luogo d'interscambio, una interzone che può richiamare a sé energie e complessi diversi ma essenziali.
Ad esempio, se tingiamo di altri colori questi rapporti, possiamo rivedervi confermata la circostanza del rito. Il ruolo di esso è, archetipicamente, quello di chiamare a sé, propiziare, rendere presenti forze naturali e impersonali. Ma una chiave di lettura del genere ci dice che l'apparizione del "mistero", al centro stesso del rito (in questo caso, il monitor), è un ennesimo gioco di specchi, e mentre tutti guardiamo verso di esso, non ci accorgiamo che lui in realtà è dentro di noi: seduto accanto, per l'esattezza (vedi la platea vuota).

Ecco che cosa avevamo implicitamente notato in poche foto, ed ecco il "mistero" che ci ha colpito, ci ha spinto a fare nostra questa interessante composizione artistica.
Si può giocare per ore con le analogie, specie quando si è autorizzati dall'autore stesso a "liberare gli oggetti dai significati". Speriamo solo di non averlo fatto arrabbiare con i nostri giri di parole! e promettiamo di occuparci di nuovo di lui, o di una delle sue tante opere.

Note

1) C'è da specificare che non ho mai visto in prima persona questa installazione; ma ho comunque fruito d'immagini e teorie esplicative contenute nell'opuscolo di Cetona. Ammetto che, il mio, non è un atteggiamento molto professionale. Ma il materiale visionato mi ha colpito profondamente da subito, ed ho ritenuto utile parlare di questo lavoro, per me e per i lettori. Se avessi frainteso o descritto erroneamente quest'opera, chiedo scusa all'autore e prometto di modificare o cancellare il testo.

2) Si tratta di Narciso, di Lorenzo Montanara (Firenze, 1999), recensita qualche tempo fa (vedi).


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