
Un Giorno Una
di Lorenzo Montanara (Holzweg video 2000, 10')
E' proprio un giorno della vita di Pietro che Lorenzo Montanara ci racconta. Una giornata, però, particolare, che comincia una notte (prologo) e che termina la notte dopo (epilogo). La meccanica del racconto ha impianto teatrale e la scena si svolge in otto brevissimi atti dove sono i corpi di tre personaggi a muoversi dentro inquadrature pressoché fisse. L'azione comincia quando Pietro, nel buio, raccatta in giardino un barbone sporco di fango. Il giorno dopo, Annina, la sua donna, provvede a curarlo. Lo conosciuto, che, lavato e pulito, appare quasi un angelo con il suo camicione bianco, mette in atto una serie di meccanismi che forzano e scardinano le sicurezze della vita di Pietro fatta di cose che si chiamano esattamente con il loro nome e custodite o difese da porte chiuse. Non c'è musica, in questo film, è il rumore degli oggetti o il fruscio dei corpi che scandisce il tempo in un crescendo che comincia piano con i bisbigli incomprensibili di Pietro, si anima dei rumori interni della casa, e poi diventa parola per bocca dell'ospite. Parole forti, pronuncia quest'ultimo, che fanno un gran rumore, che sono ancora suoni inarticolati, quasi canto, durante la danza liberatoria o pantomima inscenata al risveglio (con la consapevolezza di avere un occhio che indugia a lungo su di lui e conseguente ammiccamento in macchina…) e poi diventano estenuanti domande. L'interrogato è Pietro, che sa ancora dire cos'è un coltello, ma che è costretto a rimanere muto quando viene accusato di "vedere delle cose che non ci sono, che non esistono". Chi è dunque lo sconosciuto? Quale realtà, diversa da quella di Pietro, lui riesce a vedere? E perché?
Proviamo a dare nomi diversi ai due uomini e vediamo cosa succede. Pietro diventa Persona (l'uomo biologico, l'essere sociale), l'ospite Anima (l'uomo ingenuo, l'uomo interiore). Persona commette l'errore di accogliere in casa Anima. Anima vuole farsi trovare da Persona e gli si presenta come un fardello sporco e addormentato. Anima ha bisogno di essere curato e risvegliato ed è proprio Annina che se ne occupa distillando a goccia a goccia, con una lentezza battesimale, un panno intriso d'acqua. Anima si risveglia pulito e libero, comincia la sua danza "rituale" e scatena una battaglia maieutica contro Persona. Persona esce dalla sua passività noiosa e impotente e sfida Anima a duello, per "la mano" di Annina, certo, ma per una necessità ancora maggiore, archetipica, combattuta, infatti, con armi mitiche.
Letta così, questa giornata, appare quindi come un percorso di interiorizzazione della vita di Pietro, della quale osserviamo l'inizio dello scatenarsi delle due istanze, quella interiore e quella esteriore. L'epilogo, quindi, non è ancora una conclusione né una risoluzione di nessun tipo. Quale parte soccomberà? Ed è proprio necessario che una delle due soccomba? Vincerà l'ordine stabilito, la realtà massificata, o il disordine dell'uomo ingenuo che scopriamo non essere ingenuo affatto ("se mettiamo l'uomo che possiede una splendida Persona di fronte all'Anima…allora vedremo che riguardo all'Anima e a ciò che la concerne, l'uomo ingenuo è altrettanto esperto quanto l'altro lo è nelle cose del mondo". C.G.Jung)? O il duello continuerà all'infinito, l'importante è che sia cominciato ("solo ciò che è stato correttamente separato può essere adeguatamente congiunto", recitano gli alchimisti)? In ogni caso, per ogni processo di individuazione è necessario un sacrificio (Annina).
Diversi sono i piani di lettura del film di Montanara, la nostra interpretazione non è portatrice di nessuna verità. Ciò è reso possibile dal carattere mitico delle forze messe in gioco: un triangolo che si sbilancia, un equilibrio minacciato da un intruso (sconosciuto, straniero) che ha pretese di superiorità e che forse le ha. E' quest'ultimo ad aprire le porte e ad accattivarsi le simpatie dello spettatore, se non altro per l'espediente estetico che lo ritrae di molto somigliante a un novello cristo, profeta e messia.
Manca una conclusione intesa come scioglimento, dicevamo, ed è proprio questo fatto, più di altri, a lasciarci aperta qualsiasi interpretazione: l'ambiguità di un cerchio che chiude (è di nuovo notte), ma non chiude (cosa succede dopo? chi vince? che ne sarà di Annina?). Tale ambiguità o irrisolutezza è resa già nel titolo e in nome della stessa leggiamo la scelta del montaggio proibito tanto caro a Bazin.
Non ci è raccontata la fine, forse nel tentativo di chiamare in causa lo spettatore, sempre che questi non si accontenti di ciò che gli viene raccontato. Un senso di insoddisfazione rimane, ne vorremmo sapere di più.Lorenzo Montanara via Gordigiani 42 50100 Firenze pminlinea@tin.it
Patrizia Patelli