Tra l'Aria e il Capricorno
di Marco Pecchioni (2001, 3')

In questo periodo ci sono capitati sotto gli occhi diversi lavori che, attraverso una partizione dello schermo e l'uso d'immagini terrestri, marine, aeree, intendevano riproporre nel modo più minimale possibile la condizione esistenziale dell'individuo. Sto parlando in particolare di AKSL di Lorenzo Sarti e di Dutch di Interno3.
Ci è venuto dunque spontaneo recuperare dall'archivio un lavoro di qualche tempo fa, forse l'unico di Marco Pecchioni, fratello del sottoscritto, che prestò telecamera e computer per l'occasione.
Marco non poteva contare sulla consapevolezza storicoartistica che hanno gli autori sopra citati. Eppure il risultato del suo lavoro è addirittura ana-logico a quello degli altri videoartisti. Questo significa, molto semplicemente, che una necessità essenziale, di natura collettiva, muove le intenzioni di particolari artisti in particolari momenti, e che il video è un mezzo espressivo che aiuta in modo particolare tali sublimazioni. Cerchiamo di capire più a fondo il rapporto intrinseco tra il video e questa necessità, analizzando l'opera di Marco Pecchioni.
Al centro dello schermo, l'autore pone l'immagine graffito di un uomo stilizzato. Al di sopra di questo graffito, troviamo un mascherino appiattito verticalmente, che riproduce immagini anch'esse distorte di cielo e nuvole. Nella parte inferiore dello schermo, una finestra di proporzioni identiche a quella superiore propone immagini di terra (erba, foglie secche). Durante l'arco dell'opera, il graffito centrale scompare più volte lasciando che immagini urbane (traffico, negozi, treno) occupino lo spazio contenuto tra le due finestre. Qui apparirà anche l'immagine del volto dell'autore stesso, posto in analogia con l'uomo-graffito e con il dipinto di una donna. Questi elementi vengono poi triplicati e suddivisi in frammenti diversi, relazionati tra loro tramite dissolvenze.
L'autore ripropone una sintesi della condizione esistenziale umana, ponendo il graffito (appunto, l'uomo colto nella sua essenzialità) tra cielo e terra. Ma tutto questo è evidentemente un modo, una mossa preliminare, per poter agire su questa condizione. Costui necessita d'intervenire su un complesso di dati che, per essere rivisitati, riorganizzati e resi dunque tollerabili, devono prima essere divisi, e dunque essere contemplati oggettivamente: cielo e terra non posso più essere confusi in una sola confusa emozione.
Ed ecco che il video rivela una sua possibilità peculiare: quella di "dividere" le immagini, e di farle coesistere comunque nello stesso contesto riflessivo. Ogni monitor, ogni immagine, è un contesto che può essere riflesso solo quando viene distinto dal resto. Porre un picture-in-picture corrisponde alla necessità stessa di meditare un elemento nella sua essenzialità e nella sua diversità da un "tutto".
Ma questa operazione corrisponde anche, da un punto di vista più personale, al prendere le dovute distanze da un'immagine che un tempo, proposta "a tutto schermo", generava sfumature confusionali e una certa sofferenza. Un'immagine che prima era "presente" e che ora è "ricordo" è un immagine che non può più fare male, perché la distanza che abbiamo posto da essa (la stessa distanza che rende possibile una riflessione lucida) ne fa qualcosa di bidimensionale e immateriale. Qualcosa che ora può aggradare le nostre paranoie, ma che non può più scalfire le vicende del presente.
Nell'opera di Marco Pecchioni, emerge un dato assente in quelle di altri videoartisti sopracitati, certamente più maturi in fatto di linguaggio. Costui ripropone la condizione umana sintetizzandola in un area magica, per poi portarvi al centro, come imputati, i suoi stessi ricordi personali, le immagini contingenti della sua vicenda terrestre. Da quelle urbane, al suo stesso ritratto, al ritratto di una donna che sembra quasi essere una sua "versione femminile".
L'immagine del dipinto della donna e il graffito dell'uomo, vengono nell'ultimo paragrafo del video spezzettate in tre parti (tante quanto le partizioni dello schermo), e le singole parti sono abbinate tra loro. Questa operazione, nel modo più minimale possibile, corrisponde ad un atto definitivo di riorganizzazione del reale. Operazione che funziona non tanto nel suo rendere un nuovo e improbabile ordine, quanto per la sua carica ironica, che rende evidente lo statuto immaginale dei ricordi, ormai resi innocui e piacevoli al rimuginamento (ovvero, al montaggio).
Tra l'aria e il capricorno ci dà una traccia ulteriore sul senso di questo genere di composizioni. E cioè che in esse è insito un desiderio di ripartenza, e dunque un iniziale azzeramento, dove gli elementi devono essere posti nel contesto uno dopo l'altro e separatamente, attenti a non compiere degli errori causati da una mancanza di lucidità. Che questa cosa venga compiuta per agire su valori collettivi (come nell'opera di Sarti) o su valori individuali, è un passo successivo, e poi infondo, tra le varianti sussiste una profonda analogia.
Ma l'opera lascia trasparire anche, e meglio di altre, una sofferenza legata a questa stessa analogia. E sono convinto che se avessimo il tempo d'indagare ulteriormente il fenomeno, troveremo in opere come Tra l'aria e il capricorno e Askl le tracce di un autentico "esistenzialismo del video".

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