
Substance
di Marco Bragaglia (Dv, 2' 30")
Marco Bragaglia cerca di realizzare quello che molti altri artisti hanno tentato e tentano tutt'ora: un raffinamento delle immagini che permeta d'intuire la loro essenza oltremondana.
La foto della madre, quella del padre e quella del figlio (l'autore stesso) vengono prima sovrapposte, poi assemblate in un'unica immagine, e questa viene letta come file sonoro, producendo una cacofonia che è la realizzazione dell'opera: "un suono è la sostanza di un immagine?" (dalla sinossi dell'opera).
Il tutto viene ripreso come una sorta di happening, inquadrando lo schermo del computer, le mani dell'autore che guidano il mouse, lo scanner, ed il lettore floppy. Non si tratta dunque di un'elaborazione videoartistica con filtri, trasparenze e sovrapposizioni, quanto di un escamotage che porta la questione irrisolta delle immagini al di fuori del territorio delle immagini.
La proposta di Bragaglia è una soluzione radicale, forse definitiva, e questa è l'unica impressione forte che resta al termine di un opera particolarmente fredda e oggettiva. Ma l'artista, avrebbe potuto affermare questa sua intuizione in modo poetico, proponendo cioè un'elaborazione video, full screen, delle immagini dei genitori? Alla sintesi finale, cioè alla sovrapposizione delle tre immagini, si sarebbe potuto facilmente abbinare il suono prodotto leggendo l'immagine come file audio, senza rappresentare l'atto pratico di conversione del file, ed il grafico dell'onda sonora nello schermo del computer.
Perché l'autore non lo ha fatto? Forse perché si sarebbe persa la chiarezza dell'atto demiurgico, la rivendicazione egocentrica di un'esperienza definitiva?
Eppure nell'altro caso, noi spettatori avremmo potuto assistere all'opera come fosse un viaggio nostro personale, nell'arco del quale si realizzava questo raffinamento alchemico. Avremmo potuto cioè godere di un affetto nei confronti delle immagini, e vivere l'opera come un esperienza catartica. Invece così possiamo solo plaudire Bragaglia per la sua intuizione, forse soddisfacendo il suo narcisismo, ma non il nostro. O per lo meno, questa catarsi resta molto difficile da realizzarsi, persino qualora la si voglia coscientemente attuare, data la natura documentaristica delle immagini.
Substance di Bragaglia riporta il Video ad una funzione piuttosto antiquata, tipica degli anni'70 e della prima videoarte, dove era sfruttato come mezzo per la documentazione delle opere avanguardistiche (performances). In effetti Bragaglia non è un vero e proprio videoartista, almeno secondo la nostra concezione di videoarte, e cioè ricercare per immagini, e sulle immagini, usando materialmente le immagini come termini di questa ricerca. Le sue precedenti opere devono più ad un linguaggio narrativo (Destiny) o ad un fare trash-provocatorio (ad esempio 055 XXX XXX, la ripresa di un'altra performance).
Se osserviamo l'opera da un punto di vista meno radicale, ad esempio come promulgazione cinematografica dell'opinione dell'autore, allora potremmo continuare a discutere la sua idea, lasciando perdere il linguaggio, di per sé estremamente minimale (l'unico dato in risalto è che non si vede mai il volto dell'autore, salvo per un attimo in cui è riflesso sullo schermo del computer).
Godibile anche se non originalissima, la trasfusione della sostanza dall'immagine al suono permette l'intuizione di una "verità ultima". Questo secondo un metodo "alchemico" che materialmente ci lascia in mano un nuovo fossile, stavolta sonoro anziché visivo. Ma preferirei non scambiare questa sintesi con la "sostanza" essenziale dell'immagine.
Cercando di rispondere alla domanda che pone l'autore nella sinossi (un suono è la sostanza di un immagine?), direi che un suono è come un immagine, e che tra essi può sussistere, se lo vogliamo, un rapporto di analogia, ma non di genesi l'uno dell'altra. Bragaglia, leggendo l'immagine come file audio, non svela la sua essenza, ma semplicemente la trasferisce ad un altro apparato percettivo. Forse, in questa traslazione, può apparire più evidente la presenza di una essenza ulteriore, ma questa non deve a mio avviso essere confusa con un suono cacofonico.
Autori e critici in passato hanno parlato di montaggio cinematografico come ritmo, armonia, e di filtraggio delle immagini come gesto poetico, musicale. Le immagini ed i suoni, in molti video, si commentano a vicenda, si contorcono le une sugli altri, a volte litigano, ma l'armonia profonda di una sequenza di immagini è qualcosa di diverso dal suono. Viene prima. Dallo stesso "luogo" da dove anche il suono viene.
La questione si apre ad un dibattito filosofico dal quale cerco di astenermi, sperando di essere ancora in tempo, perchémi mi sembra che ci allontani troppo dal nostro ambito d'indagine abituale.
Ringrazio Marco Bragaglia per aver suscitato in me tutte queste domande, e gioisco all'idea che ci sia qualcuno che ancora, in un modo o nell'altro, ricerca su "verità ultime" tramite il mezzo video.
Lorenzo Pecchioni