Sound

di Luca Ballini (Videolab 2000, 4')

Sound è prevalentemente un opera di animazione, ricca di analogie formali e concettuali sincronizzate a vari suoni e ad un brano ambient. Salvo alcuni momenti in cui sembrerebbe possibile utilizzare questo video come sigla per un programma di educazione televisiva, si ha l'impressione di assistere ad un opera di un certo spessore.

Distinguiamo varie affermazioni dinamiche, in particolare lo svolgersi tridimensionale di catene proteiche, il penzolare di alcuni simboli esoterici occidentali, sagome umane in corsa e via dicendo. L'attenzione vuole essere dunque portata, più o meno implicitamente, su un valore energetico comune a questi elementi, cioè sulle potenzialità stesse dell'unus mundus, del "tutto" che è "uno". Diversi riferimenti ed influenze possono essere condivise su questo piano, dall'alchimia all'underground, a tanta videoarte anche italiana. In particolare citerei i Giovanotti Mondani meccanici (vedi Biologic Mandala di Ilaria Marè) poiché concittadini dell'autore. Tuttavia in Sound appare subito evidente un fattore che distingue l'opera da spiritualismi e psichedelismi, cioè la schizofrenia dei movimenti, la freneticità degli scambi tra i vari elementi compositivi. Ne deriva un impressione di schizofrenia collettiva, come se il trauma della metropoli fosse psichizzato e restitutito in forme metaforiche.

Visto anche il rapporto di identità che vige in quest'opera tra immagini e musica, un rapporto curatissimo dall'autore, vorrei soffermarmi su tale parallelismo preciso. Si dice infatti che un certo sviluppo della creazione videoartistica abbia mantenuto un parallelismo con il progresso delle composizioni di musica elettronica. Ciò significa però che in una sua precendente fase evolutiva la videoarte, oggi spesso tendente ad una semplificazione digitale delle forme, era legata ad espressioni ed immagini molto più contingenti, proprio come la musica elettronica attuale in una delle sue radificazioni può essere ricollegata al rumorismo industriale, cioè ad un modo di esprimersi persino primitivista, tutt'altro che obiettivo. In effetti, si pensi alla prima videoarte, ai drop out su immagine fissa di Jean Oth, ed a tante altre opere che facevano della "ruggine", della contingenza tecnica, del residuo magnetico e persino della "osciolescienza", un modo di essere istintuale e fortemente metaforico. Così, anche le opere meno recenti di Luca Ballini erano caratterizzate da immagini molto più contingenti (Screen, Mecanism). E, guarda caso, Ballini ha anche una passata attività di rumorista industriale, di quelli che occupavano le fabbriche abbandonate con lamiere e amplificatori (vedi intervista).

A proposito di Sound, possiamo tracciare un ulteriore collegamento con l'underground postindustriale, nell'attenzione che Ballini dedica al microcosmo biologico, e nell'accostarlo a citazioni alchemiche. Questo è proprio delle ossessioni di una certa corrente di artisti, in particolare degli Einsturzende Neubauten. Penso in particolare al film Halber Mensch dove le dette ossessioni poetiche erano rese ad una dimensione immaginale con risultati davvero efficaci.

Degli adepti di questa corrente estetica, si scriveva "non è più il suono il loro Dio, ma la fonte sonora" (A. Spalck su Free, Firenze 1983). E questo fatto, ancora, è indicativo di un certo feticismo, riferibile perchè no anche all'attività videoartistica. Nei precedenti video del Ballini erano continuamente proposte immagini di residui industriali ed ingranaggi vari alternate in montaggi schizofrenici, e si avvertiva una sorta di ossessione di fondo, un feticismo per queste forme. Ma appunto l'interesse non era tanto per l'immagine in se quanto per la funzionalità metaforica del significante. Sembrava, cioè, tanto ossessione quanto invece poteva essere ricerca. In Sound i feticci sono sostituiti da una loro possibile essenza geometrica, analogamente circolare, ritrovata nelle forme proteiche negli emblemi e nelle ombre digitali. Così che il concetto di mandala stesso, veicolato da queste forme simboliche, mi sembra il vero e proprio centro delle esperienze emotive dell'autore.

Lorenzo Pecchioni

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