Guardami - percezione del video

Siena, gennaio 2005


La mostra dà la possibilità di vivere in prima persona opere d'arte d’autori storici (Gary Hill, Bill Viola, Nam june Paijk, Studio Azzurro) ed altre di autori decisamente meno noti. Come da presentazione: non s'intende "tracciare una storia dell'arte in video, quanto soffermarci sulle molteplici possibilità di percepire un'opera in movimento".

Al primo piano della mostra, c’imbattiamo quasi subito nei notissimi "Tavoli, perchè queste mani mi toccano?" di Studio Azzurro. Su tre tavoli disposti in linea sono proiettate d'immagini di dormienti che, a rigor di memoria, dovrebbero animarsi al minimo tocco del legno.
Gli spettatori colpiscono i tavoli in vari modi possibili: qualcuno, nel dare piccoli pugni, sperimenta anche dei ritmi diversi. Ma i dormienti non si destano. Forse qualcosa non sta funzionando a dovere, o magari i visitatori si confondono con altre opere di Studio Azzurro, in cui i dormienti venivano addirittura calpestati.
Lasciamo i dormienti al loro sonno eterno (d'altronde fanno parte del limbo della storia dell'arte), e spostiamoci nella stanza accanto, dove troviamo i noti "Occhi" di Tony Oursler: Eye for an eyes, Criminal Eye e Creation/Destruction, rappresentano nella loro
semplicità la più ardita soluzione plastica della mostra: piccole videoproiezioni su sfere bianche, immagini di occhi umani che subiscono svariati interventi.
L'idea, riciclata da un punto di vista spettacolare sia nel mondo del Cinema sia in Lunapark d'estrazione superiore, è di sicura efficacia per lo spettatore mediosensibile. La nostra esperienza di visitatori non intacca, ancora, gli apparati critici del mentalizzare.
In cerca forse di qualcosa su cui interrogarsi almeno per un attimo, rimaniamo incuriositi dal groviglio (a terra) dei cablaggi dei lettori e proiettori, lasciato in bella vista e non nascosto come si fa di solito nei musei.
Passatemi l’osservazione, che potrebbe risultare marginale: questo "disordine" trasmette un pathos sperimentale che ci avvicina ad esperienze creative recenti, in cui il circuito audiovideo è oggetto stesso della sperimentazione (come in certi v-j set), e l'artista vi si confonde/nasconde dentro. Ricordiamoci che le opere videoartistiche nascono in stanze occulte e raramente ordinate, tra grovigli di cavi e strumentazioni svariate.
Qualcosa del genere s’intuisce anche nell'opera che incontriamo dopo, “One candle” di Nam june paijk, dove i vecchi videoproiettori a tre dominanti sono disposti/abbandonati in un contesto di riprese, proiezioni e collegamenti il cui centro simbolico è la candela stessa.
Sulle pareti attorno, seguiamo l'immagne della fiamma, triplicata e suddivisa nelle componenti cromatiche. Quello che distingue l'opera del giapponese, è un certo impatto estetico, un gusto semplice e chiaro (complice sen'zaltro il fascino implicito della fiamma, ma anche la scomposizione cormatica attinente), che si palesa nonostante siano passati quasi vent'anni dalla creazione. La stessa cosa, non potremmo dirla per altre opere di grandi autori (anche qui presenti), il cui senso sbiadisce se non lo si rapporta, istantaneamente, al momento storico in cui sono state prodotte.
Name june paijk spesso criticato, e a volte giustamente, per la sua tendenza ad ammassare materiale in modo poco coerente, ha la capacità di compiere gesti artistici genuini, innocenti, poetici. In molte sue opere, e forse anche in questa, c'è l’impressione di “non finito”, o meglio di “sperimentazione ancora aperta”, di produzione in atto, e sempre viva.
Di sicuro impatto è anche l'installazione "Al cuor non si comanda" di Giovanni Ozzola. Molti monitor in una stanza buia, con riprese di XXX e sonorizzazioni inquietanti.
Ma, per esser chari: finisce li.
Gillian Wearing, con “Sacha e mum”, offre la possibilità di mettersi a sedere, e forse, di ragionare. Il suo video è un reverse motion della ripresa nuda cruda e biancoenera di uno strano scontro/incontro tra due donne. Madre e figlia, la prima sbatte continuamente la seconda al suolo.
Un'opera che risveglia i nostri apparati critici (davvero non male), ma che avremmo potuto contestualizzare ovunque. Cinema? teatro? Poco importa, perchè se per un’attimo la videoarte si distinse dalla cinematografia, interrogandosi sulle sue stesse costituenti tecnologiche (Paijk) dopo Bill Viola, "essenzialmente cinematografico" (1), s’è ristabilita una feconda confusione tra le discipline.
Spettacolare è l'installazione dell’australiana Candice Breitz, “Diorama”. In una stanza isolata dal resto della mostra, viene allestito un salotto in stile '70, con tipiche poltrone, tavoli e armadi a mo’ di "enterprice". Ovunque sono disposti televisori che riproducono, in loop, frammenti di frasi dei personaggi di Dallas, mitico film per la tv di quegli anni.
Il risultato è una cacofonia di grande impatto, specie per chi visita l'installazione in solitario. La televisione è ovunque: i personaggi diventono coinquilini dello spettatore, ecc. ecc., in un viaggio alienante. L'idea di videoarte come decontestualizzazione del mezzo televisivo (e non semplicemente dei televisori) è esaltata.
Peccato che Diorama sia "solo" del 2002! rapportato ai fermenti attuali, appare concettualmente - ma solo concettualmente – un po’ debole.
Altre opere del primo piano non funzionano, non colpiscono, o non riesco a identificarle a posteriori nella cartina (Jessica Bronson, ad esempio, appare murata viva
con la sua opera in una stanza senza porte. Evidentemente dopo Diorama non c'ho più capito nulla…).
Il secondo piano, sarà un caso, è frequentatissimo rispetto al primo. Ci sono molte ragazze, credo studentesse, in fila per l'opera di Janet Cardiff e George B. Miller. “Playhouse” si vede e sente individualmente. Questo mi rende impossibile fruirne, dati i tempi a disposizione per la mia visita a Siena.
Ci sono molte ragazze anche nel "corridoio della mosca decapitata", così l'ho
soprannominato per l’imperante videoproiezione di Sefer Memisoglu, “Untitled”, dove appunto si vede decapitare una mosca tenuta per le ali. Una cosa che, perdonatemi, mi fa proprio schifo, nonostante si sappa che l'arte non deve aver limiti.
Peccato per una gran bella fotografia in altri punti del video (strana danza dei bambini, a mo di "insetti impazziti prima della fine").
Nel corridoio sul quale grava costantemente o quasi l'immagine della decapitazione della povera mosca, c'è anche “Hole in the wall” di Gary Hill. E' stato praticato, credo appositamente, un buco nel muro delle Papesse, per inserire un monitor dov'è riprodotta la ripresa nuda e cruda di uomini che, a suon di mazzolate fanno...un buco nel muro.
Uno spettatore evidentemente livornese accenna:"deh, non potevano usà un plasma piuttosto ché mettersi a bucà il muro?". L'osservazione mi manda completamente in tilt, mentre assimilino la purezza concettuale dell'opera. Mi chiedo: che cosa avrebbe perso effettivamente, l'opera, se non fosse stato bucato il muro?
“Probabilmente, tutto”, mi rispondo.
Gary Hill è il maestro di quel sostituire/sovvertire, ed è il padre spirituale di coloro che hanno cercato di far cose come "mettere il cielo nell'uccello", o "mettere il mare dentro la nave"… Ma il suo Buco, devo esser sincero (come solo un fan sa essere), mi sa un po’ di vetusto, ed esteticamente non mi dà più nulla.
"Sono proprio invecchiato", penso; “non sono più capace di eccitarmi alla sola visione di un atto radicalmente avanguardistico”. Ma poi ricordo il caro vecchio "letto attraversato dalla ruota del mulino" (in un’altra opera di Hill) e mi dico tra me e me: "qualcosa che resta, quando vale, c'è".
Scusandomi per il quasi ermetismo delle ultime righe (solo certi “colleghi” m’avranno seguito), concludo la descrizione delle opere del "corridoio della decapitazione" con un felice appunto
su Pitfall di Marzia Migliora e Elisa Sighicelli.
Quella che inizialmente sembra la ripresa b/n di un sottobosco effettato con luminosità e contrasto, si rivela essere una ripresa di…disegni. Sì, pannelli disegnati e disposti in un certo modo prospettico, per poter essere attraversati dalla telecamera. Bisogna vederlo per capire: l'effetto è molto particolare e piacevole. Alla mostra del fumetto o dell'illustrazione, si sarebbe pottuto utilizzare quest'opera già nel corridoio d'ingresso, subito dopo la biglietteria… A parte l'ironia, il lavoro è di sicuro spessore, e - cribbio! - se arriva ai sensi. Alla grande.
Mona Hatoum con il suo “Deep throat” prende una stanza, ci mette un tavolo apparecchiato nel mezzo, e sul fondo del piatto pratica una videoproiezione circolare. Soggetto delle riprese:
gastroscopia, o qualcosa di simile. Anche qui c'è il solito gioco d’inversione: la discesa avviene nel piatto, invece che nella gola.
Dio solo sa cosa succeda ai nostri processi mentali, quando i significanti vengono decontestualizzati, e, a volte, resi dramaticamente “liberi”. So solo che, qualsiasi cosa succeda, a me è successa già molto tempo fa. E, in questo frequentatissimo secondo piano, cerco qualcosa di diverso. Che mi scuota dalla mia disillusione.
Drammatico risulta quindi l'impatto con l'opera di Mika Rottenberg: Julie, la cui idea basilare è stata adottata già dal sottoscritto in uno dei suoi video più vecchi, e da almeno un'altro autore di mia conoscenza: questo può significare solo che non è una grande idea...
Sto parlando del riprendere una persona che cammina sulle braccia, e poi ribaltare di 180° l'immagine con il computer. L'effetto è quello di un "girovagare appesi al soffitto del cielo, con la paura costante di cadere"...o qualcosa di simile. Questa volta, anno 2003, il gioco avviene sulla neve (e la fotografia, vi dirò, non è neanche male).
Qual'è il problema? che forse, certi critici, prima di cominciare l'attività dovrebbero passare qualche settimana in una baita, in totale isolamento, spippolando con una qualsiasi telecamerina.
Scoprirebbero un sacco di cosette che si possono fare, e che fanno parte della sfera dei "giochettini", o come direbbe il mio co-spettatore livornese, “de’balocchi”.
Attenzione, qui non si tratta del solito <ma questo lo so fare anch’io, che ci fa in un museo?>, quanto piuttosto dell’insolito: <siamo nel 2006, e la videoarte, sfera creativa in via d’estinzione, esiste da quasi cinquant’anni. Che vogliamo fare ora?>.
Tanto di cappello, comunque, a chi è riuscito a far circuitare un'opera come questa. D'altronde, da Wahrol in poi, l'arte sta anche in questo. E, come da copione, Mika miete successo tra le fette piccolo borghesi di pubblico, che permangono a lungo nella stanzetta di Julie la ribaltata.
Dall'altra parte di un passaggio inidentificabile se non con l'ausilio della cartina in dotazione, troviamo il vecchio The Greetings, L'Incontro tra la Madonna e Sant'Elisabetta firmato dal “regista” Bill Viola.
Opera notevole che ho già visto a Carmignano, dov’era ospitata in seno ad un confronto diretto con Pontormo (si dice che abbia vinto Viola, cogliendo Pontormo per esaurimento; d’altronde, la riproducibilità tecnica dell’arte, è un grosso vantaggio che i secoli hanno donato a noi nuovi artisti).
Il lavoro sul tempo e sui suoni, il tepore dei gesti e dei colori, rendono questo lavoro particolarmente avvolgente. The Greetings offre una via interpretativa al video come costante interrogazione sullo spaziotempo. La scelta di un soggetto classico e sostanzialmente mitologico, consacra questo atteggiamento che, tra l'altro, è uno dei pochi possibili (non possiamo continuare in eterno ad inumare o riesumare televisori catodici).
In occasione del mio secondo incontro con The Greetings, voglio annotare anche la presenza di quei misteriosi "intrallazzi" (per dirla come l'avrebbero detta, forse, a Carmignano) tra le due figure in lontananza, quasi nascoste nel vicolo.
Che cosa stanno facendo precisamente, quei due? perché uno accende un piccolo fuoco? è qualcosa che ha a che vedere con il mito narrato? o cercare una spiegazione del genere, è
limitativo? Non importa. Oppure, lo tengo per me...ma in qualche modo, fermandomi su quei misteriosi atti rallentati, ho trovato quello che cercavo.
Raggiungere uno spacciatore al primo vicolo buio non sarà la prima cosa che farò tornato in sede...ma la mostra, comunque, m’ha dato qualche ispirazione. E mi accenno a scendere le scale per visitare velocemente il piano terra, e prendere la via di casa.
Ma sbaglio scalinata. e finisco dritto in un vicolo cieco, nella stanza-cassaforte delle Papesse. Qui trovo una videoinstallazione. Penso per un attimo che si tratti di un’opera di Bianco-Valente (lo stile potrebbe somigliare – se intuite tuoni e lampi all’interno di questa parentesi, allora chiedo scusa a voi ed agli autori).
Invece, decifrata la mappa, scopro d’essere innanzi a “Landing, grounding, finding, founding” di Jessica Bronson. Quell’opera che prima, deducendo le indicazioni della mappa, credevo custodita in un antro inaccessibile (e chissà che non potesse essere una soluzione artisticamente geniale).
Quattro monitor sincronizzati riproducono lo stesso programma (oggetto: sottobosco con ruscello), effettati con una pixellatura a mosaico. Apparentemente, sembra che vi sia compensazione nel dosaggio dell’effetto, diverso di monitor in monitor. Talchè ve n’è sempre: uno in cui le immagini risultano comprensibili; uno in cui non sono assolutamente riconoscibili; due in cui l’effetto è applicato in misura media. Non vedo altre forme di coerenza, anche se so che a leggere un - senz’altro esistente - testo di presentazione, emergerebbe ben altro. Sostare dentro la cassaforte è molto significativo. Spero che questo sia stato calcolato dall’artista: è davvero un emozione molto forte. Vedere un’opera come questa, la cui sonorizzazione colpisce al ventre, in un ambiente così claustrofobico…l’avrà calcolato?
Mi rendo conto che la mia attenzione critica sconfina eccessivamente dalle opere (ora si dà alle casseforti, prima ai cavi disordinati a terra), quando una delle tante studentesse – il palazzo ne è invaso - entra nella cassaforte. E mi faccio un film tutto mio (d’altronde che vuoi fare, ad una mostra di videoarte?).
Evidentemente, qualcosa mi sta chiamando da fuori (qualcosa che probabilmente ha a che fare con il vicolo di The Greetings…ma cosa??).
Mi resta solo un ultimo pellegrinaggio da compiere: devo trovare l’installazione di Bianco-Valente.
La ricerca dura più del previsto, ma finalmente, infondo ad una scalinata oltre la corte, ecco la parete tufacea corrispondente all’opera “Untitled”. Sulla pietra è piazzato un monitor Lcd molto piccolo. Il programma nel piccolo monitor presenta una figura umana, avvolta in un deciso tintaggio rosso. La scelta è curiosa, e tutto sommato piacevole. Terra e uomo, naturale ed artificale: sono i temi attorno ai quali si muovono le ricerche di Bianco e Valente.
Quest’opera, in qualche modo mi depura e mi rilassa. Anche se non provo la minima invidia per gli autori (sentimento che, dal ventre dell’artista, aiuta a ponderare il giudizio finale sull’opera di altri).

Conclusioni.
Prendi quattro o cinque nomi famosi, reperiscine opere che siano di buon impatto per lo spettatore medio e che non creino grossi problemi gestionali. Degli spazi restanti, occupane almeno la metà con opere dal colpo d’occhio immediato, possibilmente di artisti nordici o slavi (che fanno ormai parte, se ben in modo assai impersonale, dell’immaginario della videoarte). L’altra metà, donala ad artisti e galleristi con i quali avviare rapporti favorevoli ad entrambi; fà che almeno due di questi lavori siano fruibili a sedere, e fà che infondo ad un corridoio, nella parte finale della mostra, ci sia qualcosa di analogo alla decapitazione di una mosca.
La formula, sono sicuro, funziona. E dietro la mia apparente ironia di ”artista che non scende a patti”, c’è invece un messaggio concreto: si può fare mostre con opere di un certo calibro anche nella vecchia, gretta Toscana. Basta sapersi “muovere”.
Come sanno evidentemente fare quelli del Palazzo delle Papesse.


Berny Tavanti

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