I Cortometraggi di Giulio Questi
Presentazione alla Scuola di Cinema Indipendente
Firenze, 6 novembre 2003

La scuola di Cinema Indipendente organizza saltuariamente proiezioni ed incontri con autori del nuovo e del vecchio cinema indipendente. Da presenze autorevoli come quella di Dario Argento alle strampalate proiezioni del "cineclub alternativo" dell'anno scorso, la linea della Scuola sembra essere quella della "autorialità".
Un autore, ci dice Antonio ruschini (insegnante di sceneggiatura alla scuola, critico/biografo di vari registi, sorta d'enciclopedia del cinema in carne ed ossa), è colui che "riflette il suo inconscio" nel film che sta producendo. Di conseguenza, definisce altri registi dei semplici artigiani. Per noi di Drop_out, un autore è colui che, per ragioni varie, attraverso la produzione di un film cerca anche di rappresentare se stesso.
Denudarsi, esporsi in vari modi, rivendicare la propria individualità, assumersi la responsabilità di sé attraverso la creazione video, sono qualità abbondanti in Giulio Questi. Autore di film particolarmente bizzarri negli anni '70 (vedi "La Morte ha fatto l'uovo"), amico di Fellini e conoscitore della macchina del Grande Cinema, alla non tenera età di '80 anni si è dato al cortometraggio.
La sua nuova occupazione ha mille sfaccettature e chiavi di lettura diverse, ma è caratterizzata anzi tutto dal riscatto esistenziale. La si potrebbbe leggere come anteposizione all'idea di cinema commerciale, però, questa impressione pur fondata, mi sembra contingente.
In realtà Giulio Questi, con questi primi tre cortometraggi, ha cercato di mantenersi lucido innanzi a questioni universali (al mistero della morte in particolare), e ha cercato di fare delle proprie paure un'avventura: della propria finitezza, un pretesto di ironica vitalità.
Questi fa tutto da se: riprende con una piccola Canon, recita, fa il montaggio con Mac e si stampa pure i dvd. Quando il direttore dela scuola Vitiello, presentando i corti, afferma che "Questi ha fondato una casa di produzione, la Solipso film", l'autore ci tiene a specificare che "non ho fondato una casa di produzione, ma ho scritto Solipso Film su un cartello". E poi finisce di presentarsi da solo, insomma: è un fenomeno completamente indipendente. Radicalmente, direi.
"Ero abituato a fare film con cinque camion di strumenti e attrezzi vari, poi un giorno ho comprato questa". Il suo caso di ottantenne autore ultra-indipendente, arriva dopo sessant'anni d'attività nel mondo del cinema commerciale, e non può non affascinare per la contraddittorietà: non può non essere considerato un caso significativo. Noi, nel frattempo, ci siamo abituati a commentare le esperienze di autori altrettanto radicalmente indipendenti, che però non hanno mai visto un set cinematografico. Questo dato è il fulcro della questione: se Questi forse si "salva dalla depressione" facendo i corti, l'autore giovane, che fa tutto da se, rischia proprio di "cascarci dentro".
La scelta di essere completamente indipendenti, fino a casi d'attività quasi "psicodrammatica", è una scelta che, ancor prima d'essere funzionale, ha il gusto della radicalità. Un "tirarsi fuori" dai sensi utilitaristici, con l'opzione quasi istantanea di riconoscersi in questa azione, e dunque essere, mentre prima si era dispersi nell'indistinto senso comune.
Non sempre il secondo passaggio riesce: il fare della propria attività qualcosa di organico, coerente ed evolutivo. Non sempre si riesce a generare un essere che si spiega da se, un mondo che abbia un simbolismo autonomo. Se non ci si riesce, allora ci si trova soli a metà strada tra due mondi. E, fosse solo per la paura di compromettersi, si finisce per immobilizzarsi.
Ciò non può avvenire a Questi, non solo perchè il regista ha uno stile ed un background di esperienze che fanno la differenza, ma per un'altra ragione.
Fare tutto da se, creare un organismo autonomo, generato da una semplice riflessione tra noi e noi stessi, può alla lunga spaventare. Assistere alle sue evoluzioni, che giocano sull'orlo della paranoia, e alla sua effettiva indipendenza, può dare l'impressione di un distacco troppo forte. Il concetto stesso di indipendenza, è assai più profondo di quello che si possa pensare. Perseguire l'ispirazione, alla lunga, ci mette innanzi alla più temibile delle verità: tutto è già in noi, e vive attraverso di noi. Il nostro mondo, il nostro "paesaggio", è in noi. E lì, nascosto in qualche meandro, vi è anche l'antagonista, che siamo comunque ancora noi.
Certo, il mondo esiste. Ma a chi ha sviluppato fortemente la coscienza del suo Sé, il mondo appare a volte come una sorta di tessuto fondamentale, di "modello base" dove si adagiano i caratteri stessi della nostra interiorità.
Tornando a noi: un adolescente, o un giovane artista, non ha l'esperienza per gestire certi incombenti presagi. Preferirà rimuovere eventuali processi del suo carattere, e impegnarsi a costruire un saldo rapporto col mondo. Un uomo come Questi, arriva a tutto questo con la consapevolezza di queste possibilità proprie dell'animo umano, e le pratica con coraggio, come se effettivamente, questi tre corti fossero degli incontri fatali con se stesso, sorta di allucinazioni post-morte.
Non si tratta dunque di semplice "atteggiamento", e la conferma viene dal modo di vivere questa serata stessa: la familiarità con gli argomenti, gli strumenti e la platea, che, più che essere dettata dall'esperienza, è resa possibile dall'anima stessa dell'autore: anche la platea ne fa parte. Anche la platea, è un "modello base", sul quale si adagiano fantasmi diversi e personali. Che timore si può avere allora, a mostrarsi in tutte le proprie nudità, e nella propria puerilità di uomo indipendente?
Così Questi ci regala il suo mondo, e, nonostante difettacci tecnologici e tempi strampalati, ci cattura. Ma cos'è che cattura: ciò che è coerente nella sfida.
Nel primo corto, Dottor Schizo e Mister Phrenic, dà conferma a quanto detto la presenza sistematica degli oggetti. Libri, utensili e soprammobili della casa dell'autore, che nell'arco dei tre video conosceremo a memoria. Sono inseriti ovumnque, anche nei momenti di narrazione più diretta e meno descrittiva. Perché? perché la casa è già uno strato dell'anima di Questi, e dunque i suoi caratteri sono vivi. Il regista sta davvero trattando le "cose del filmico" come pezzi della sua anima, e li sta inserendo in uno spettacolo catartico che vuole evocare il doppio.
Da principio, mi erano stati descritti i corti e avevo capito che Questi recitava diverse parti contemporaneamente. ma non mi sembra proprio così. Questi, piuttosto, recita sempre e comunque se stesso. Solo che ce ne sono diversi, almeno due. Come il labirinto di un sogno, o la villa diroccata sulla collina, la casa dell'autore è il luogo dove perdersi per ritrovare il proprio doppio. Effettivamente: perdersi per dividersi. Riscoprire la propria ambiguità, o meglio bipolarità, che è l'unica cosa che ci salva dalla dipendenza dal mondo. per quanto a noi, gente del mondo, questa cosa possa sembrare a volte pericolosa o triste, non mi meraviglio che un uomo più che adulto non abbia paura di affrontare questo dato.
Tutto ciò diviene concreto e originale in Lettera da Salamanca, dove la cura estetica è maggiore e in taluni casi sorprendente. Mai si era vista una così buona fotografia realizzata con una Canon palmare, con due lampadine a basso consumo, e riprednendo da soli. Il montaggio è un po' impreciso, ma questa imprecisione è funzionale alle pose artistiche dell'autore. L'i-movie, tra l'altro, non aiuta un gran ché chi vuol curare i dettagli.
Il dottor Nada de Nada y Nada, recapita un improbabile lettera all'autore. Il suo personaggio è perfetto, una sintesi ideale tra vecchio e nuovo. E' sempre in ombra, con impermeabile e cappello. Al posto della sua voce si sentono dei suonini naif, melodicamente scarni, mentre le battute sono affidate a didascalie che attraversano lo schermo in senso verticale. Il testo è spassoso e intelligente, e lentamente entriamo nella dimensione criptica della casa. Le atmosfere si distendono, si fanno rarefatte. La figura del dottore, che inizialmente ci faceva sorridere, comincia a spaventarci. è proprio così: abbiamo l'impressione di assistere ad un evento bidimensionale, con tutta la carica inquietante del caso.
Prima di rendersi conto di ciò che gli è accaduto (e che ometto, diversamente dal solito, perchè il corto è da vedere: si spiega da sé), il protagonista
vagherà a lungo per la casa, mostrando la sua nudità fisica e concretizzando il suo disvelamento. In queste circostanze, non si è timorati di eventuali commenti posteriori o reazioni bizzarre di qualche spettatore. Perchè si è trovata in noi la giustificazione, e si può affrontare il mondo in totale libertà.
L'ultimo corto, che sfrutta l'immaginario del tango, e che per inclinazione potrebbe essere considerato trash, gioca ulteriormente con gli sdoppiamenti e finisce addirittura per risultare stucchevole. Tuttavia, quando ci si riflette in sé, e in una riflessione ulteriore di questo sé, è da notare che non esiste limite alle situazioni che possano crearsi. Come se ogni volta, fosse un sogno diverso.

Ma allora, tornando al nostro dubbio iniziale: si può fare le stesse cose che ha fatto Questi, si può fare cinema indipendente totale, senza rischiare la nevrosi o senza provare laceranti sentimenti di solitudine, distanza, icnompletezza? Direi di si. perchè la coscienza di sé non ha età. Esattamente come non ha età la morte.
A qualsiasi età, e a seguito di qualsiasi esperienza, trattare certi argomenti mettendosi in gioco in primissima persona, abbisogna comunque di un coraggio che nessuno vi darà, se non avete voglia di rischiare qualcosa.


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