Festival del Cinema Trash
Torino, Billard,14-15-16 dicembre 2001


Il festival di Torino rappresenta in Italia una delle occasioni più spiccatamente underground. La cultura qui testimoniata si radica in fenomeni ormai storici, come il cinema-off americano degli anni'70, e le parabole di registi come John Waters e Lloyd Kaufman. Accentrato attorno alla figura del direttore artistico Giovanni Spada, il festival ha raccolto ed ordinato sotto il paradigma del trash non pochi autori italiani, su tutti Gionata Zarantonello, famoso per il suo Medlay, ma anche altri registi degni di nota come Marcello Gori, Willy Murgolo, Gaia Bracco, Michele Senesi ecc.. Vanta inoltre rapporti speciali con noti personaggi quali Brass, Ghezzi, ed in America con la Troma, la così detta "internazionale del trash". Gli ideali di indipendenza, autoproduzione e controcultura sembrano esser sempre stati rispettati, e di ciò si può avere conferma già dalle apparenze del festival, uno dei pochi a svolgersi in un locale sotterraneo, con limitati mezzi tecnici, con totale- o quasi - rifiuto della comunicazione web, nel tentativo di portare l'attenzione ad un livello reale dei rapporti tra autori, pubblico, opere.

Nell'arco del 2001 noi di Drop_out abbiamo promosso in modo particolare questo festival, che sentiamo prossimo al nostro ambito produttivo. Ed in effetti una gran parte delle opere presentate hanno a che fare con nostre passate e presenti collaborazioni: vedi la lunga session dedicata alla Scuola Nazionale di Cinema Indipendente di Firenze, vedi le opere del Satie's Fashion group, quelle di Enrico Stocco, del Gruppo Video & Archeos ecc. Non mancano inoltre vecchie conoscenze del nostro webmagazine, come il mitico Lauro Crociani con La Scatola del Pane e Comunicazione Urgentissima, o Andy Sbongalo con il suo Benvenuti in Casa Rossano, opere recentemente recensite su Drop out. Tutto questo consolida la presenza di una scena video underground italiana, entro la quale cerchiamo di essere un punto di riferimento vivo.
In sezioni a parte sono stati proietatti i nuovi cortometraggi di Gionata Zarantonello -ma noi non eravamo ancora arrivati a Torino- ed i cartoni animati di Gaia Bracco, già visionati nella nota videocassetta allegata ala rivista Filmmaker. Gaia Bracco ha curato anche la sigla del Festival, che abbiamo trovato piacevole nella sua semplicità. Gaia ha il dono della sintesi e la capacità di fare divertire con pochi tratti azzeccati.
Tra le opere si è distinta, a nostro avviso, il secondo premio La Frittatina di Marcello Gori. Conoscendo la filmografia di questo autore, mi sento di dire che il suo ultimo cortometraggio, oltre ad essere un lavoro di ottimo impatto, permette di rivalutare sotto una luce diversa tutta l'opera passata di Gori, riportando a ragioni coscienti la sua antica ossessione per cartoons e supereroi (si pensi ai passati Direttive dall'alto, L'Emulo). Di questo simpatico ed intelligente video abbiamo deciso di parlare più approfonditamente in una recensione. Il primo premio è andato invece a Il Matto, di T. Cicognani, che sembra sia stato premiato anzitutto per il linguaggio, ed in particolare per l'uso di falsi still-frame: gli attori restano fermi in pose fotografiche, mentre il narratore racconta la storia di un ragazzo che salito su un albero non ha più intenzione di scendere. Soluzioni per la verità non del tutto inedite, benché l'effetto sia sempre piacevole, ed a suo modo rimandi ancora a certi
escamotage narrativi tipici dei primi cartoons giapponesi. Ma questo è in effetti un immaginario a cui sono debitori tanti dei film contenuti nel festival: in certi casi si può parlare, e lo si è fatto, di tentativi di regressione; vedi La Frittatina, o gli innumerevoli cloni di Tetsuo e Supereroi vari.
Il terzo premio va invece a Cinnephila Communis di Saties'Fashion Group, vecchia conoscenza del nostro magazine. Qui, con il minimo sforzo, troviamo realizzati alcuni propositi cari a Spada-Zanello, riguardanti il "sovvertimento di icone" proprie di un "teatro iconografico" che "cerchiamo di ignorare ma di cui siamo parte integrante". In effetti in Cinephila (vedi recensione), un maniaco colleziona corpi imbalsamati corrispondenti a vari tipi estetici del nostro tempo (la hippye, la dark, il testimone di Geova, il venditore, il rappresentante, il punkabbestia, ecc. ecc.).
Si può dire che, nel caotico agglomerato di filmati distinti in qualche modo come trash, esistano due tendenze: una è appunto la già sbandierata idea della "finzione della finzione", che produce opere di stampo parodistico e dalle architetture surreali, animando gli autori nella rievocazione di azioni catartiche legate generalmente ad immaginari infantili. L'altra, sta invece in questo atto consapevole di "sovvertimento delle icone", ed è propria di film come Cinnephila Communis, Alice dalle 4 alle 8, Bestia T, e altri. In questo caso, esiste una coscienza critica, cosa che non è costitutiva dell'altra tendenza. La prima tendenza è spersonalizzante, l'altra è persino individualizzante. Allora è quando queste due componenti s'incontrano nella stessa opera duettando tra loro, che essa risulta paradigmaticamente trash, o comunque risulta cosa bella proprio perché vitalmente ambigua.
Se in Cinephila Communis la seconda tendenza annulla la la prima, invece ne La Frittatina le due coesistono trasmettendo un sentimento di catarsi, appassionando e al contempo portando ad un autointerrogazione lo spettatore. In opere come Terrore al Cinema di Salvatore Vitiello, ma anche ne Il Realismo nell'arte di Cecilia Muzzi, il messaggio si ferma ad un livello più superficiale ed estetico. Intendiamoci, si tratta comunque di opere molto spesso di pregiata fattura, testimonianti una discreta capacità narrativa, come Realtà e Finzione di Giuseppe Latte. Altre volte invece siamo davanti a veri e propri casi di "possessione" catartica dove in definitiva, la consapevolezza narrativa-cinematografica è il fattore che meno salta all'occhio, vedi i vari Banzai, Marmellate, Streghe, robots, scuregge e quant'altro.
In altri casi si ha l'impressione di assistere ad opere che col trash non hanno molto a che fare. Quand'è che un opera non ha niente a che fare col trash? Quando appare come lucida affermazione di parole e/o immagini, senza che l'oggetto d'indagine venga paradossalmente o parossisticamente dissimulato, alterato, "sovvertito", nel tentativo di svelare una sua malcelata verità. Ad esempio, non ha niente di trash Il Mio mondo personale di D. Carrer, dove l'autore inveisce contro il mondo. Non hanno molto di trash, analogamente, alcune opere più videoartistiche di Video & Archeos, dove le immagini sono poste in alchemica identità con l'anima degli autori.
Non hanno a che fare col trash nemmeno tanti cortometraggi che, una volta finitoli di vedere, non riesci a giustificarne l'esistenza perché ne' coinvolgono, ne' portano ad interrogazioni di nessun genere. Tra questi, L'Abitudinario, Vi presento Papà, Un'insolita notte d'estate, ed altre produzioni della Scuola Nazionale di Cinema Indipendente, evidenti saggi di fine corso, giocati su sorprese finali che non sorprendono più di tanto.
Notiamo insomma la presenza di molte opere che, pur non avendo niente o quasi a che fare col trash, appaiono comunque nel programma del festival, e questo avviene perché la direzione artistica non attua preselezioni, per scelta chiaramente legata allo stereotipo del trash: passare tutto, anche la spazzatura (appunto trash), e chissà che proprio nella spazzatura non si possa trovare spunti inediti da rivalutare con attenzione. Ma in questo bailamme è proprio il minimo comune denominatore del festival, e cioè il trash, a confondersi e rendersi ambiguo, moltiplicando i fraintendimenti. Questo non è certo un dato positivo, eppure è comprensibile: nel trash è insita una tendenza autoironica alla derisione di se stesso, ed al rifiuto di una definizione consapevole.
Sembra che si sia tenuti, dunque, a confrontarsi con un sentimento tragico: qualunque cosa si affermi in proposito, è destinata ad essere smentita o o meglio "sovvertita". In ciò si potrebbe riscontrare
un'alta coscienza filosofica, di cui però nessuno vuole prendersi la responsabilità, visto che Zanello e Spada per primi dalle pagine del catalogo danno definizioni precise e positive, tipo "è corretto parlare di ricerca linguistica e semiotica" (questo lo potrebbe dire il più lucido dei videoartisti riguardo al suo lavoro: una definizione del genere copre solo in parte il concetto di trash).
Sta dunque all'autore, decidere se sentirsi parte o no di questo spettacolo, e spedire o no al festival. C'è chi, ad esempio, pur di aggiungere una proiezione in più al suo curriculum non si fa problemi a spedire film che palesemente
non hanno niente di trash. Ma poi al festival la direzione prenderà in considerazione esclusivamente i video che ritiene trash, mentre il resto diviene riempitivo. Se questi autori potessero vedere poi con quale inevitabile distrattezza e insofferenza vengono trattate le loro opere, forse si irriterebbero.
In effetti l'idea delle non-preselezioni ha i suoi pro e i suoi contro. L'autore "non troppo trash", è presente nella proiezione e nel catalogo, ma non nell'animo degli organizzatori. Cosa positiva è invece la possibilità di vedere anche le opere più infime e farsi un idea generale del fenomeno. Anche se di queste primizie trash caslinghe quest'anno se ne sono viste un po' meno. Quest'anno, ho avuto l'impressione più che altro di vedere meno trash che in passato. Però, siccome ho saltato la prima serata, la mia resta un'impressione.
C'è da dire che Torino, città cosmopolita e pregna di ambigui estetismi, sembrerebbe poter ben raccogliere iniziative come questa. Ma se la sala è così poco gremita, anche in confronto a passate edizioni, vuol dire che qualcosa per lo meno quest'anno non è andato così spensieratamente bene. Un festival che si fonda sul rapporto reale tra gli autori, perde gran parte del suo carisma se l'affluenza del pubblico resta scarsa, se gli autori marinano la manifestazione, e se i membri della giuria, onorari e non, non sono mai o quasi presenti. E' un problema che abbiamo trovato già altrove, e sappiamo bene che la colpa non è tanto dello staff quanto di certe barriere culturali e pregiudizi, o del mal supporto dei media, o in qualche caso esiste un boicottaggio. Eppure, esattamente come facemmo nel caso di Round (Rimini), non si può non appuntare responsabilità agli organizzatori, quando rivista a distanza di tempo la manifestazione rimane esattamente la stessa, senza che nessun possibile elemento di difetto sia stato perlomeno rimeditato, senza che l'immaginario rinnovato. Questo provoca ovunque gli stessi sentimenti: stasi, disillusione; e dunque, scarsità di pubblico e autori in sala.
Intendiamoci: Spada avrà fatto un gran lavoro, nel crearsi contatti come i tanti che onorano la sua attività. Ma ciò, non si può non appuntarlo, è avvenuto al di fuori del festival, che appare oggi un po' obsoleto e a tratti nostalgico. Questo si potrebbe giustificare con un sentimento di modernismo legato alla vacillante definzione "trash" che però, forse, dovrebbe permanere solo nell'estetica del festival e non tanto nel lavoro di comunicazione che ci sta intorno, perché se si vuole parlare alla gente non si può dimenticare dove e quando siamo, e non ci si può permettere di rifiutare un confronto con i nostri tempi, per quanto malsani e schizofrenici. Ad esempio, aprire il dialogo anche su web.

contatti: cinetrash@libero.it

 

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