Festival del Cinema Trash

Torino 14-18 dicembre '00

 

Giovanni Spada a mo' di slogan ha presentato quest'anno il trash come "finzione antiestetica della finzione". Noi di Drop_out riteniamo che l'accezione "antiestetica" corrisponda a solo una delle varianti possibili della "finzione della finzione". Solo che prima di distinguere una finzione della finzione bisogna abbracciare ancor prima un modello di realtà, o perlomeno un idea di essa. Questo è proibitivo se si è nichilisti come sono innegabilmente gran parte degli autori, ma in minor misura, a quanto pare, nel caso di questo festival. Allora la filosofia trash di Giovanni Spada è moderatamente positiva, cioè, come afferma egli stesso, empirico critica.

Il Festival del Cinema Trash corrisponderebe ad un festival particolarmente genuino, poiché, generando gli autori appositamente qualcosa di più che mai finto (fiction), manterrebbero di conseguenza un forte senso della realtà, cosa sempre più rara di questi tempi, in cui media e cinema ricalcano e riproducono sistematicamente il reale (l'esempio portato è quello del signore che, tornando a casa in autobus dal lavoro, si collega con il cellulare ad internet per vedere cosa succede nella casa del Grande Fratello). La nostra opinione, è che persino chi non cerca le sue risposte nella realtà ma tende a disvelare essa stessa, debba prima saperla riconoscere, e questo non è facile di questi tempi.

Da icononauta esploratore della dimensione video, in quanto tale ho vissuto e qui racconto le mie impressioni sul festival. In particolare, riferisco ai giorni di venerdì 15 e sabato 16.
Il pomeriggio passato al Billar si ricorda come un blocco di esperienze videografiche spesso confuse, nelle quali è l'istintività più animosa a fare e disfare le circostanze della finzione. È facile distrarsi, seguendo opere nonsense come Jacolon Millennium Show, o Flash the dream di Marco Millauro, o Condominium di Mion-Izzo-Corvi, e ancora Tutto da rifare di Camillo Russo Montalbano. Da questi momenti di distrazione si ricava un'impressione simile al risveglio improvviso da sorta di allucinazioni febbrili. C'è qualcosa di molto simile al così detto "flusso ipnagogico", cioè quel primo stadio di sonno caratterizzato da continue associazioni di immagini paradossali, abbinamenti astrusi ed antiestetici (perché esiste anche un antiestetismo subconscio…). Penso in particolare a Flash the Dream e a opere di minor impatto come Tremate Terrestri! di Stefano Bovi. Alcuni di questi video si rivelano invece particolarmente incalzanti, fino a risultare addirittura inquietanti, come Il Cane di cellophane di Antonio Ferremi, vorticosamente coinvolgente e ricco di situazioni "border line", dal pasto in famiglia al talk-show.

Chiaramente questa ipnosi che cerco di descrivervi è una proprietà del festival e non semplicemente delle singole opere, conseguenza dell'assoluta mancanza di selezioni che determina una consequenzialità allucinatoria ed un po' folle di opere dai riferimenti e dalle strutture narrative spesso simili. Dipende inoltre da una mala distribuzione dei ritmi di montaggio e dell'energetica interna alle immagini, che spesso, nelle opere trash, sono prive d'equilibrio formale. Ma anche le idee, nonostante qui non ce ne sia molto bisogno, sono poche e marce; si sprecano le maschere di gomma e plastica, il sangue finto, le scazzottate, gli interni casalinghi e i pupazzetti. L'impressione è che il trash, come avviene per altre forme di comunicazione sottoculturali (penso alla musica punk), diverga dalla coscienza razionale rappresentando invece un attimo catartico di alleggerimento dell'ego, a favore di una "danza degli archetipi" ben più collettiva ed istintuale, implicante sia la fase creativa che l'aspetto fruitivo. Questi dati sono abbastanza evidenti per chi si è occupato di storia di cinema underground americano, da Jonas Mekas in poi.

Anche là dove gli autori tradiscono un'assuefazione da televisione, un attitudine outaku, ed i continui riferimenti alla dimensione manga, siamo comunque ricondotti ad una psicosi al contempo mitica ed infantile, ove le opere rendono una possibilità di contatto con la propria base istintuale e collettiva. Le figure delle narrazioni, manifestamente consapevoli di essere riprese, si rivolgono al veggente spettatore in vari modi, atteggiandosi o schernendolo come in paradossali programmi televisivi. Può succedere che la protagonista di The Blair Witch project, in The Brain Swiched Project di Willy Murgolo, corrisponda sin dall'inizio ad un uomo con una parrucca bionda (questa scambievolezza è tipica ad esempio del trash di J. Waters), e tutti, attori e spettatori, consapevoli della finzione staremo egualmente al gioco. Si tratta di un meccansimo assai più destabilizzante della semplice "sospensione dell'incredulità" tipica della visione cinematografica, cioè quella cosa che ci permette di seguire una storia appassionandoci nonostante essa sia un fatto bidimensionale; qui ci appassioniamo non a cose che fingono la realtà ma a cose che fingono di fingere... e vi scorgiamo qualcosa di persino "magico". Qual è la base psicologica di questi meccanismi? Evidentemente il cinema trash, rivalutando il fittizio in quanto tale, ed isolandolo dalla realtà (questo è il punto), lo rende ad una sua base essenziale assai più rispettosa ed aderente a quel regime che è finto per eccellenza: l'attività onirica umana. Ciò, a voltarsi indietro verso le spirali della storia, è stato caratteristico sia delle Avanguardie sia della Videoarte degli anni'60 e '70, ma con una differenza da allora: adesso il cinema si dice sia morto.

Quel "complesso della mummia" di cui parlava già Bazin, cioè quell'istinto umano a ricreare le situazioni della realtà per poterle conservare in eterno, probabilmente oggi sta continuando, passando per la ricerca sui nuovi media, in cose come la Playstation e le speranze riposte nella realtà Virtuale; cioè per esser chiari, in quelle situazioni in cui lo spettatore tende ad essere in identità totale col doppione, l'eroe protagonsita, e a perdere la consapevolezza di una veggenza distaccata. L'età dell'immedesimazione, della simulazione totale che a dir di autori come Baudrillard "inghiottirà il mondo". Ne deriva che fare cinema oggi, al passo coi tempi, con basi teoriche e senso dell'orientamento, significa optare per una forma di consapevolezza su ciò che è simulazione, e continuare qualcosa che sappia vivere della sua stessa morte (questo è l'arte) riproducendosi in una eterna finzione della finzione.

Destabilizzante, tornando al festival, è il fatto di presentare una intervista a Tinto Brass senza averla nemmeno montata, e inoltre, nonostante la disposizione di una ripresa in digitale (la cui relativa telecamera si osserva spesso spuntare nel filmato) ad essere proiettato è un video in 8mm dall'audio veramente pessimo. Allora, l'antiestetismo deborda dalla finzione e invade la documentazione; domina i flyers, gli atteggiamenti. Si tratta insomma di un estetica. Non è solo il festival del cinema trash ma è un festival trash. Qualcosa non integrabile in gran parte delle manifestazioni indipendenti, che, in cerca di una legittimazione prediligono generalmente un estetica obiettiva. Vi assicuro che gran parte delle persone che si avvicinano al cinema non posso "ancora" comprendere questa situazione, nonostante sia vecchia di quasi trent'anni.

Si ha l'impressione insomma di una storia a se, ed i collegamenti certi, almeno per quanto riguarda i festivals italiani, possono riguardare solo manifestazioni come L'Invasione degli Ultracorti e poc'altre. In effetti questi due festival hanno una connotazione anomala: ce ne possiamo accorgere semplicemente dalla sensazione subito seguente all'ingresso nel locale. Si svolgono in piccoli club adibiti a cinema, e non in sale apposite. I video si possono vedere dal tavolo, ed anche dai televisori. Il contatto con gli organizzatori è inevitabile. Tuttavia non si tratta di proiezioni sporadiche come tante se ne sono viste ad esempio nei centri sociali, ma di manifestazioni che continuano da un lustro la loro attività. È facile rivedere in questa forma positiva di underground, quella ricerca di "senso della realtà" di cui parla Giovanni Spada.

E sarebbe anche facile rivederci una scena, se non interagissero altri fattori disillusivi, l'incognita presenza di certi autori, di chi passa per vedere il suo video e scappa, un certo menefreghismo da parte di chi conta in città…problematiche che non conosco perché visitatore esterno. Ma da queste impressioni generali posso ricavare comunque una perplessità proclamabile: è possibile che dopo 5 anni di festival, e di polarizzazione di una scena brulicante di autori, in Torino nessuno sia stato capace di mettere assieme un catalogo, un mail order, insomma un istituzione volta alla distribuzione e promozione di tanti lavori? Magari è successo e non ne so niente. Di certo comunque credo si possa fare di più.

Anche quest'anno ci sono dei vincitori ed è bene annotarli: il primo premio è andato a Bestia T di Michele Senesi. Coinvolgendo l'intera città di Recanati ha ricreato un falso reportage su un fatto di sangue, che sul finale risulterà causato da qualcosa di tanto effimero quanto un tamagochi. Impressionante il contrasto tra la verosomiglianza del reportage (con tanto di ambulanze, cronisti, ispettore) ed il finale - barzelletta, assai demenziale e così letterale nel suo doppio senso... Credo sia stata premiato proprio il senso di finzione totale debordato dall'effimera causa scatenante. Secondo premio per £. 3000 di Michele Schirinzi, e terzo per Karatekid "per vincere oggi domani dopo domani ferie incluse" di Gaia Bracco, ennesimo sovvertimento di un icona trash.

contatti: cinetrash@libero.it

 

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