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OvMM - Ovidiometamorphoseon
Theatralia, Livorno, 3 ottobre 2003
di Mauro Lupone, Massimo Magrini, Marco Sodini, Giacomo Verde
Rivisitazione delle Metamorfosi di Ovidio, con riproposizione di parte del testo e performance; la continuità della narrazione, suddivisa in novelle, è supportata da commenti sonori e videografici.
Ovidiometamorphoseon rimanda, come immaginario e immediata codificazione, al mondo del teatro e dell'arte. Ma la presenza di una struttura scenica che espone un'idea di video paradigmatica e originale, nonché la creatività di un videartista noto come Giacomo Verde, rendono questa esperienza interessante per chiunque si confronti con il mezzo elettronico.
Quella che state leggendo non è dunque la recensione di uno spettacolo teatrale fatta per gente del teatro o dell'arte, ma anzitutto è il racconto di un evento quadridimensionale, a pro della gente del video. Ci scusiamo dunque se la nostra recensione si rivelerà sbilanciata in tal senso. Oltretutto, non crediamo di avere le qualità per recensire certi aspetti di questo spettacolo, come quello della performance di Marco Sodini, o delle sonorizzazioni di Marco Lupone e Massimo Magrini.
Un'altro sentimento che ci frena nello scrivere e che al contempo ci lancia una sfida, è l'impressione di non dover dire niente di più su questo spettacolo, di ciò che esso dice da sé. Un impressione che raramente abbiamo provato nel nostro ambiente, e che possiamo collegare ad opere particolarmente essenziali e autonomamente vive.
Veri e propri piccoli mondi, che ci aiutano a comprendere il mondo stesso dell'anima, nella sue genesi e nei feedback più profondi, ma al contempo semplici e stupiti.
A volte, una recensione, è utile per rendere esperibile opere la cui vitalità si era contratta su se stessa, "arrotolata", nascondendosi in sensi inevasi e parti rimosse. A volte, ci è sembrato addirittura che fosse la recensione l'unica cosa viva, e che l'opera fosse una sorta di asteroide disperso, dove questa forma di vita si adagiava per manifestarsi, ed essere. Altre volte, la recensione è qualcosa di piccolo e può fare poco più che descrivere, lasciarsi modificare dall'evento stesso, indipendente ed ermafroditico.
Proviamo queste sensazioni nonostante, almeno per quanto riguarda la parte video dello spettacolo, non si sia trovato niente di troppo geniale o eccelso nell'idea o nella tecnica, anzi diverse cose criticabili. Dunque, ciò che ci ha colpito, al di la' dell'essenzialità, è veder trattare il mezzo in modi in cui non siamo abituati ad intenderlo, e vedere stabilito un rapporto speciale tra persone e cose. Chi ha letto i nostri ultimi testi di ricerca capirà dove vogliamo andare a parare.
Giacomo Verde e gli altri propongono un'articolazione di riproduzioni video, che si può facilmente ridescrivere nella sua circolarità: una webcam rivolta verso il palco, e collegata al computer portatile disteso sul pavimento; una telecamera che riprende il monitor del portatile, collegata ad un videoproiettore diretto anch'esso verso ed oltre il palco, a mo' di scenografia. Siccome la webcam è puntata proprio sul palco, nello schermo grande si produce un feedback. L'immagine dell'attore, Marco Sodini, è dunque triplicata e distorta.
Giacomo verde, chino sul suo portatile, interpone tra lo schermo del computer e la telecamera alcuni oggeti naturali e, in modi diversi (a volte letterali, altre metaforici), ridescrive ciò che l'attore enuncia, traendo dal testo di Ovidio. Foglie e arbusti come alberi, Sassolini come rocce, il tutto gestito in modo manuale e tattile, persino giocoso. Anche le sonorizzazioni, tessono un commento emotivo alla storia, esaltandone in modo abbastanza diretto e manuale alcuni momenti, e rendendo più contemplativi altri.
Già: la giocosità, credo sia questo che mi ha colpito. Potrei parlare di riproduzione di un tempo circolare mitico tramite feedbacks, o di particolari sovversioni videoartistiche del mezzo televisivo/informatico. Ma non mi divertirei più di tanto, e forse nemmeno chi legge.
A parte per quanto riguarda Marco Sodini, e le sue capacità di performer di grande esperienza, è buffo notare come nessuno, tra videoartista e musicisiti, abbisognasse di eccellenti doti tecniche per adempiere al suo ruolo. In particolare nel caso di Giacomo Verde, le operazioni compiute sono al limite del dada.
Penso al modo manuale di giochicchiare con i ramoscelli, o il modo di stare sul palco, chino come un bambino che gioca. I sassolini e gli altri oggetti, attraveso le articolazioni visive, si accrescono - ma non nel senso delle dimensioni, bensì recuperando quel senso di fascinazione fiabesco e intimo, rivelando una loro completezza, una loro autonomia. Così, come in una fiaba, tutto è autonomo, e affascinante.
Alla base di un atteggiamento del genere, che esclude magari sforzi tecnologici e di abilità elevati, si pone invece una grande stratificazione di esperienze. Queste, però, non rendono un'altrettanto complessa struttura estetica, bensì proprio in virtù della loro profondità, permettono di distillare una avvincente essenzialità. Invitano, poi, a praticarla come uno spazio tridimensionale, dove semplicemente essere.
Questo sembra fare Verde, giocando con le sue foglie e i suoi patetici piccoli oggetti, che diventano simboli quasi magici. La grande vittoria, per un artista, è soltanto intravedere questa possibilità, semplicissima e inarrivabile. Attraversare uno spazio che è stato preformato in base al proprio animo. dunque, attraversare se stessi, o proprio il Sé, evocato dallo spazio rituale del palco. In questo caso, uno spazio più che mai circolare (in un senso quadridimensionale, considerando la manipolazione del tempo e gli strani feedback, cui il ritardo di trasmissione della webcam confersice una ridondanza particolare).
Così, il gruppo, composto da attore, videoartista e musicisti (impegnati e chini anch'essi su portatile e mix dall'altro lato del palco), regredisce, ad una dimensione dal riverbero ipnotico. E lo spettatore, per lunghi tratti è come rapito, torna bambino, nel senso più fecondo.
E' possibile considerare in questo senso anche la performance dell'attore. Mentre gli artisti ai lati del palco hanno a disposizone i loro conosciutissimi (nell'essenza) mezzi tecnologici, Marco Sodini sembra avere il mezzo dentro di sé. Insomma, il suo corpo e la sua anima, con i quali gioca, rivelando anche lui, a proposito del suo mezzo, una essenzialità intrinseca.
Alcune pose che prende in momenti precisi, sono altrettanto cicliche e autonome, e si sovrappongono alle riproduzioni presentando anch'esse sorta di feddback. Tuttavia, questo aspetto più teatrale non ci compete.
Ci compete, invece, e anzi è un nostro dovere, invitare gli autori video a pensare che questo tipo di performance possano essere una naturale evoluzione della creazione video, in seno ad una sempre più marcata coscienza esistenziale. Vi invito, dunque, a rileggere quanto descritto secondo le osservazioni fatte in passato a proposito della creazione video come opera in sé.
Un autore video, generalmente, nonostante riesca a imprimere nell'opera una vitalità peculiare e in parte irrefrenabile, produce comunque qualcosa di finito, di fisso, dal punto di vista concreto. Benché si possa riconoscere nella sua ricerca dei valori esistenziali e specifici, questa ricerca resta comunque un mezzo per realizzare gli stessi valori, che si manifesteranno appunto nell'opera. E raramente, nella ricerca in sé.
Nel caso di autori particolarmente evoluti, [come potrebbe essere il caso di Giacomo verde], si può rintracciare una drammatizzazione dell'atto rappresentativo. La creazione viene liberata dall'ossessione dell'opera finita, che è un po' la sua finitezza stessa. Gli vengono attribuiti significati ulteriori, o nessuno, ed è lasciata per così dire "aperta".
Ecco la creazione video come luogo di "apertura". Non si tratta più di una fase intermedia e necessaria alla realizzazione di un opera in qualche modo funzionale, ma è l'opera essa stessa. Somiglia ad un "laboratorio", nel senso teatrale, dove vengono sperimentate le diverse soluzioni possibili, e nessuna è mai definitiva, così che la sperimentazione della sperimentazione diviene l'unico modo di essere. Si ricrea un tempo ciclico, per così dire "mitico", dove affiorano nuovi rischi, come quello di creare nuove liturgie e forme di immobilità, o come quello, sempre vivo e eccitante, della paranoia.
I rapporti che uniscono le persone e le cose della creazione, diventano i rapporti di un piccolo rito, e sono in ulteriore analogia con il modo di essere dell'autore, nella sua completezza, ma anche in ciò che lo unisce a tutti gli altri individui: ciò che vi è di più profondo, e che il proprio animo, a suo modo, testimonia.
A caratterizzare questi eventi, è il senso di catarsi che può provare lo spettatore, e quello di immedesimazione estatica che prova il partecipante. In minima parte, e per li stessi motivi di uno spettacolo di teatro, si può vivere questa esperienza con il vijng. Qui, il momento creativo è il montaggio, vissuto in tempo reale, e appunto ciclico.
Ma le occasioni di maggior evidenza e conferma, ci vengono forse dai casi rarissimi in cui è la fase di ripresa ad essere vissuta come un evento rituale. Questa cosa, che nel grande cinema è tanto inconscia da divenire ingestibile e dominante, nel video ha la possibilità di manifestarsi coscientemente e specificamente, fino ad una autonomia quasi totale.
Allora, elementi del rito divengono: la telecamera stessa, il monitor, i proiettori e il resto del profilmico; un particolare modo di lavorare, particolari rapporti o passaggi che si sviluppano tra i partecipanti, o semplicemente tra l'autore e la sua vocazione, magari sublimata in elementi di vario genere.
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