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Nulla- as much as the real things
Interno 3, 2001Credo che per recensire nel senso classico questo lavoro dovremmo prescindere da una serie di confronti analitici con altre opere di videoartisti internazionali attuali, curando l'aspetto figurativo e concettuale delle opere.
Non ho difficoltà ad ammettere che, per quelle che ritengo essere le mie conoscenze, potrei solo azzardare un'azione del genere. Questo, nonostante io collabori ormai da quasi tre anni alla realizzazione di Drop_out, un sito che, tra le altre cose, dovrebbe occuparsi anche di videoarte, benché tra i "videoartisti" non abbia mai avuto molto seguito.
Ma gli obiettivi delle nostre ricerche sono differenti da quelli di un saggio critico artistico, e non riferiscono direttamente al mondo dell'arte, ne' a quello del cinema. Drop_out si propone di studiare la creazione video come fenomeno psicologico, con una particolare attenzione alle modalità tramite le quali questo mezzo espressivo permette di crearsi una propria identità, e rapportarsi ad essa attraverso gli strumenti.
Partendo da un approccio del genere, le opere di Interno3 appaiono come una sfida non indifferente, perché danno dei loro autori un'immagine particolarmente enigmatica. Un enigma, a mio avviso, da affrontarsi come tale, se si vuol evitare facili raffronti psicoanalitici, così come ricondurre l'opera all'immaginario dell'arte contemporanea.
Un dato che salta all'occhio, è che gran parte delle persone che s'imbattono in opere come "Nulla", non riescono a rintracciarvi nessuna ricerca concreta, finendo per considerarle delle "cose inutili". Questo può avvenire per ignoranza, ma anche in seno ad un'attitudine filosofica che pone il rapporto con la massa, e se necessario con la sua ignoranza, come dato fondamentale di un attività artistica comunicativa. Quando faccio notare che Interno3 è un noto esponente della videoarte italiana, e che nella sua città gode anche di incarichi notevoli (collaborazione all'organizzazione di mostre, festival e corsi, fino agli arredi urbani), lo stupore aumenta, e viene concluso che queste opere, benché inutili al mondo, sono utili invece ad un mondo parallelo, quello dei videoartisti, che hanno "rinnegato" la massa (e non solo), lanciandosi in un percorso solitario e incomprensibile ai più, in una parola: esoterico.
Non si può non studiare tali opere senza tener presente questo loro tortuoso "essere nel mondo"; un mondo che, qualora le accetti, le accetta come design e scenografie, in una dimensione molto più "easy" di ciò che si potrebbe pensare quando si sente dire "videoarte", e mai abbastanza "cool" da potergli permettere di infrangere lo sfondo, e divenire protagoniste di una situazione socialmente condivisa.
Eppure queste opere hanno il pregio assoluto di "essere per se stesse", cioè di rivelare, evocandoli in modo spesso parossisticamente minimale (sembra essere quasi una sfida, ingaggiata già anni addietro da Gary Hill e altri) i meccanismi di un "mondo altro", che si svolge tramite lievi applicazioni di filtri e sedimentazioni rivelatrici, secondo un linguaggio comprensibile nelle analogie e incomprensibile nei significati.
Queste opere sembrano risultare dall'applicazione di sorta di formule alchemiche ad una serie d'immagini più o meno contingenti, in questo caso un telefono, un caffettiera, un bicchiere e altro. Ma l'impressione, è che se al posto di queste immagini avessimo donato idealmente le nostre emozioni, i nostri ricordi, il nostro "essere per noi stessi", allora avremmo avuto un ottimo termine di paragone per valutare la nostra dimensione più intima. E bada bene, sto parlando di un termine di paragone, non di una soluzione, o una rivelazione d'identità.
È indubbio, dunque, che queste opere risultino incomprensibili ai più, perché i più non hanno imparato a compiere questo sforzo, donare il proprio intimo essere all'opera-specchio. Non hanno avuto la possibilità di imparare a stare ai giochi di un piccolo rito, perché non ne riconoscono l'utilità; al contempo, non hanno le basi critiche per riconoscere i passaggi di un atteggiamento di ricerca oggettiva, nella determinazione di certi meccanismi tecnosofici.
Torniamo dunque all'autore, e alla sua situazione di artista. Sembra che, videoartisti come gli Interno3, portino avanti la loro ricerca secondo dati oggettivi, e che non siano necessariamente in gioco le loro immagini personali (traumi, ricordi, speranze), cosa che abbiamo visto essere per la gran parte degli autori video.
Qualcuno avrebbe probabilmente cercato un super8 della sua infanzia, e lo avrebbe introdotto nel meccanismo dell'opera. Altri avrebbero inserito immagini pornografiche. Altri ancora avrebbero inserito dei testi poetici, altri la vista della propria finestra sulla città o feticci che potessero ricordare esperienze traumatiche di rilievo.
Ma un autentico videoartistica, sembra che si occupi solo di ideare dei meccanismi coerenti, che, per essere offerti al mondo come montaggi video, hanno comunque bisogno d'immagini. Queste immagini verranno captate dunque dalla quotidianità più condivisibile, come per compensazione di un atteggiamento di ricerca davvero poco mondano. Il risultato è una sorta di "misticismo del quotidiano", a volte.
Quelle forme che nel video "Promo" recensito due anni fa, erano "oggettivizzate" in icone digitali che scorrevano su uno sfondo geometrico, sono qui proposte come immagini di oggetti ripresi, e quindi colte dal reale anziché ricreate a computer. Ma sono, al di la' dell'aspetto figurativo, egualmente "oggettive", e proprio per questo motivo: perché trattasi d'immagini che non hanno nessun valore personale per l'autore, e, anche se ne avessero uno, questo valore non inciderebbe comunque sullo svolgimento e meccanismo dell'opera, dunque sulla motivazione artistica, sull'idea che ne sta alla base.
C'è la traccia di un lieve fatalismo, nelle costruzioni di alcuni videoartisti maturi. Qualsiasi immagine si offra in pasto al tempo, il procedimento non cambia, e tutto viene trattato alla stregua di una icona che irreversibilmente si deteriora e scompare. Poi un'altra immagine, così via, come una catena di montaggio. In "Nulla, " gli oggetti ci vengono presentati sulla destra dello schermo, quando la sinistra è occupata da un'altra forma sfocata. Nell'arco di qualche secondo, avviene il passaggio, tramite trasparenza, ad un particolare dell'immagine presentata. Poi tutto riaffonda in un bianco ovattato, che a volte si scambia con una ripresa delle nubi nel cielo, per poi passare ad un nuovo oggetto che verrà trattato con lo stesso procedimento.
Ma attenzione. Non è vero che il videoartista non impronta l'opera a seconda delle sue immagini personali, e che dunque non ha stile personale. Basta cercare di estendere, nemmeno tanto, il concetto d'immagine.
Il videoartista ha in sé l'immagine ideale di uno schema meccanico coerente, che, nascosta dietro ai tagli e dietro le dissolvenze, viene "obbligata al tempo", cioè viene riproposta in una dimensione lienare-orizzontale, quando invece la dimensione naturale delle immagini sarebbe, per così dire, "verticale".
Se il videoartista, nel suo applicare procedimenti di montaggio, pensa di essere un ricercatore oggettivo, molto probabilmente sta eludendo la natura di questa serie d'immagini ideali, che intimamente suggeriscono l'applicazione di formule particolari. Prodotti della sua sensibilità, e quindi corrispondenti molto probabilmente all'impronta che l'esperienza reale ha scolpito nel suo essere. Semplicemente, il suo stile. Perversamente, in certi casi, il proprio universo traumatico.
Credo che videoartisti come Interno 3 rintraccino il loro stile, e - da un certo punto di vista - la loro stessa identità, proprio in quell'insieme di formule che impongono alle immagini reali. Immagini, che, in questo caso, vengono rispettate per la loro natura atemporale, e raramente come immagini in movimento. Ma questo è un escamotage per concentrare l'attenzione su quella temporalità ideale, nuova, che il videoartista ha deciso di imporre ad un mondo da lui creato.
Ed è proprio di questo sbalzo di temporalità che soffre lo spettatore medio, nell'esser posto innanzi a mondi semplici ma diversi, compenetranti nella nostra dimensione reale, riducendola ad un deposito d'immagini da sfruttare distrattamente, senza porre caso al ruolo che avevano magari nel nostro mondo, e quindi: senza porre caso al nostro mondo, anch'esso fondato su un meccanismo, un'immagine particolarmente complessa.
Così la caffettiera non sarà più la metafora cosmogonica che amiamo osservare il primo pomeriggio, lasciando che con la polvere trascendano le nostre stesse frustrazioni, ma sarà anche qualcosa attraversata da un ruolo meccanicamente alieno, e privo di significato. Mentre prepareremo il nostro caffè, sentiremo l'interferenza lieve di un'altra cosmologia, la presenza di un altro Dio.
Così "Nulla, as ", è un contenitore di tempo, così come sono state definite tante altre opere ieri ed oggi. Anche se, probabilmente, lo è con quella consapevolezza in più, testimoniata anche dal titolo dell'opera, che ci permette di definire questa una "ricerca sulla temporalità", benché essa non sia mai esente dal narcisismo, e forse su di esso sia addirittura fondata.
Così la differenza trai vari artisti e narratori video, sta probabilmente nella differenza di localizzazione del proprio "oggetto": di ricerca, di proiezione, di riflessione; di identificazione. Da qui, tutta una serie di incomprensioni.Ciò che dovrebbe accomunare i diversi ambiti (dal cinema al video) è la necessità di una componente spettacolare, visto anche che, spesso, si parla della videoarte come "spettacolo della ricerca".
Ho l'impressione che in questo concetto di "spettacolo" si possa spiegare ulteriormente la natura esistenziale delle opere, anche se non sarà facile scovarlo in "Nulla, as " Che cosa intendiamo qui per spettacolo?
La mia impressione è che, anzitutto, la spettacolarità di un evento non dipenda dalla sua comprensibilità all'interno di un mondo. E questo lo dico a chi fugge davanti ad opere radicalmente videoartistiche. Esistono, ad esempio, opere assolutamente incomprensibili che riescono a catturare lo spettatore per una serie di altre ragioni.
Queste altre ragioni, sono da un lato dati sensibili, come: una discreta ritmica dei tagli, la sensibilità delle immagini, la qualità del suono, l'armonia degli effetti, il bel volto di un personaggio, ecc.
Ma tutti questi valori sono implicati comunque in uno spettacolo che è, essenzialmente, la riproposizione del proprio dramma esistenziale, qualunque esso sia. La proiezione della propria intima scissione nell'opera, e la catalizzazione della sfida erotica tra le parti, che evoca ancestrali presenze nello spettatore.
Forse sono riuscito a rivedere nell'opera questo secondo aspetto ideale, ma nella quasi totale assenza del primo, quando invece, nelle opere d'arte, li troviamo posti in dosi equilibrate.
Per quanto io mi sforzi, in "Nulla, as " non riesco a trovare che una minima componente spettacolare, nel senso di "sensibile"; lo sfondo bianco, la scarnezza, la lentezza delle trasparenze, rappresentano bene un'atmosfera trascendente, accessibile facilmente all'esperto e al mistico, ma incomprensibile a chi ritiene che l'arte debba essere qualcosa con il quale godere di un interscambio terrestre (per lo meno).
D'altro canto, non si può dire che il meccanismo offerto alle immagini sia geniale: si tratta di una trasparenza con passaggio da un inquadratura ad un suo particolare.
Ma lo spettacolo di questo autore, sta proprio nel minimalismo, una sfida sul gioco della sintesi: esprimere nel modo più semplice possibile, i fondamenti basilari della costruzione di un mondo. Il "seme" di un mondo, la formula base, esposta in quattro trasparenze. Qui gli Interno3 portano avanti la loro riflessione, ma anche la loro autoriflessione, producendo lo spettacolo della loro nevrosi minimalista.
Se adesso riprendessi il colloquio con una di quelle persone di cui parlavo inizialmente, e gli facessi notare che l'artista cerca di rappresentare un'idea essenziale nel modo più minimale possibile, e che questa è la sfida che ha ingaggiato, probabilmente si ricrederebbe o almeno avrebbe meno difficoltà a dare una speigazione della cosa. Peccato che tutto questo non possa essere sempre chiaro per tutti, e da subito.
Posta in una stanza buia, riprodotta in loop per i prossimi tremila anni, "Nulla, as..." quasi non abbisogna di spettatori, e questa è l'estremizzazione della videoarte. Perché quando un'opera è il fondamento di un mondo altro, essa ha già uno spettatore in tutte le sue evoluzioni possibili. Ha uno spettatore da un'altra parte e proprio in quella stanza buia, in quel "nulla" insondabile, che infondo è presente in tutte le cose. Uno spettatore che forse si può riflettere nell'immagine del ragazzo a passeggio in campagna, che appare "gettato nel mondo" di questo video, senza un motivo preciso, alla fine di questo montaggio.
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