Narciso

di Lorenzo Montanara (Holzweg Video 1999, 6')


Narciso (narké: torpore, sonnolenza), nel film di Lorenzo Montanara, è diventato un uomo che dorme, di qualsiasi sonno si tratti, riverso sul pavimento di una casa spoglia. Forse è notte o forse no, è comunque buio. Un pesce-sogliola, che così, fuori dal suo ambiente naturale, diventa l'inquietante immagine di un turbamento, si posa sulla sua schiena per violentarne la pelle. Poi, prosegue oltre. Verso dove? Il mito (sogno collettivo) diventa chiaramente un incubo dove difficile è tracciare la linea di demarcazione tra la realtà o l'irrealtà della veglia e quella del sonno. E' tuttavia in quello spazio, transitorio, che la condanna relativa al conoscere se stessi si ripete. Qui è ancora un'immagine che Narciso insegue, ma non la sua. E' l'immagine tout-court, di una strada, di una gita al mare, non importa quale. E' un'immagine visibile oltreché raggiungibile, così com'è, replicata da un proiettore. Ma non basta. Pesa una condanna ancestrale sul nostro Narciso: non si può accontentare di quell'immagine, lui. Si dimena come un cane rabbioso legato al guinzaglio del cavo di una tv. E' quella scatola che è stata capace di catturare e di ingabbiare proprio la sua persona. Raggiungerla, vederla, è cosa vietata, sinonimo di catastrofe. Narciso lo sa, ma a lui è dato di liberarsi dal cappio da una necessità che lo precede: deve guardarsi. Ciò che vede è troppo, non più la sua immagine esteriore c'è lì dentro, ma molto di più, c'è la sua ombra, qualcosa che ha a che fare con l'essenza. Quello schermo è stato capace di riflettere ciò che non è possibile vedere senza che una tale prodezza si trasformi in colpa. Ormai è fatta: all'alba, il compiersi di un destino.

Consunzione necessaria è la morte di Narciso che ha osato sfidare l'imposizione divina e le predizioni del saggio. Ogni scoperta prelude a un cambiamento, perché diventa momento evolutivo, perché traccia una cesura tra il prima e il dopo. Lorenzo Montanara spinge alle estreme conseguenze il concetto di soglia, di morte, che ogni tappa dell'umano percorso comporta, e si mette in gioco in prima persona (veste lui stesso i panni del protagonista) come autore e come uomo. Si racconta e ci racconta di una scoperta (l'immagine può inghiottire l'essenza, l'interiorità, l'anima e la può riprodurre), di una possibilità, di una previsione: non è chiaro, ché i sogni o gli incubi della veglia o del sonno non hanno precise connotazioni spazio-temporali. Lo fa metalinguisticamente: la scoperta si palesa, si rende manifesta nel suo stesso compiersi e riprodursi. Il semidio Narciso muore per diventare adulto, ma si trasforma in fiore, simbolo dell'immaturità-purezza della giovinezza. Il nostro, invece, ha orrore di ciò che scopre e vede e non gli resta che tapparsi gli occhi e la bocca e smettere di respirare. Per diventare cosa?

E' strano ciò che succede nel corso della narrazione: sembra di assistere a una lenta e decadente discesa autocontemplativa dall'inevitabile finale già implicito nella prima scena. Caduta, accompagnata dal flauto (del Montanara stesso) perfettamente intonato alla situazione claustrofobica alla quale ci è dato di assistere. Tuttavia, è la reiterazione di un percorso mitico ciò di cui il racconto si serve, e, alla fine, non è il messaggio di una sconfitta che appare, ma solo quello del travaglio di una metamorfosi. E' sul sangue che la visione si arresta e ci piace leggerlo come salasso di vita, non come metafora di autoindotto silenzio. Là fuori c'è pur sempre qualcuno che chiama.

 

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