MOM
Di Logo - Milano 2003 - Mini DV - 8'

Mom è un video in cui continua il dialogo tra musica e immagini che percorre tutte le produzioni del collettivo milanese. In questo caso però si tratta di una fiction sanguinante. Se ho compreso bene la filosofia di Logo, questo approdo era quasi inevitabile. Perché sono fondamentalmente due le situazioni in cui l'attore entra immediatamente a contatto con se stesso: il dolore e il piacere fisici. Queste due dimensioni in realtà onnipresenti nella vita umana e quindi nella comunicazione umana, conoscono rappresentazioni di ogni tipo, che però evitano la rappresentazione diretta di ogni aspetto fisiologico. Per comprenderci, noi nella pubblicità vediamo una coppietta d'innamorati che si sorridono di fronte ad un arrosto precotto, non li vediamo mentre lei fa un pompino a lui (e/o viceversa). Il pompino, come altre cose, appartiene a una sfera intima e inviolabile, pur essendo molto più significativo di un arrosto precotto, e viene bandito dal mondo precotto della comunicazione (e offerto in esclusiva alle sue frangie più estreme e squalificate, più anticomunicative, che sono essenzialmente quelle dei porno seriali).
Ora, se vogliamo piazzare una videocamera nella realtà, e questo mi sembra l'intento di Logo, volenti o nolenti, abbiamo bisogno di quel pompino, ossia di riprendere qualcosa che ci sembri davvero reale.
Non illudetevi, perché in Mom non c'è alcuna scena con pompini. C'è però una fiction che dev'essere fisiologica, e quindi il protagonista, chiuso in bagno, parte con il radersi, ma alla fine si taglia. C'è una bella rasoiata, in questo video, che secondo me è l'immagine da antologia, ma nello stesso tempo ci sono anche dei problemi. Il primo è quello di un precedente illustre, ossia THE BIG SHAVE, uno dei primi cortometraggi di Martin Scorsese (1967). Mom sembra un remake di questo film, in cui uomo si radeva sulle note di una canzone jazz di Bunny Berigan, fino a scorticarsi la faccia e tagliarsi la gola tra fiotti di sangue. The Big Shave contrapponeva la facilità languida del sogno americano, il gesto sensuale e virile di radersi, con la delirante autodistruttività della società, allora imbarcata in sanguinose avventure militari nel sud est asiatico.
Il recupero di questo film non è di per sé un problema. Calza a pennello di questi tempi (ma calzerebbe in qualsiasi tempo), perché è la trasposizione di un dramma che noi dovremmo vivere, o che almeno riescono a vivere parzialmente le coscienze un po' più sveglie. Poi, nel video di Logo, a differenza di quello di Scorsese, il sangue è vero.
Ma c'è un secondo film dentro MOM, ossia THE WALL, di Alan Parker (1979). La scena finale di MOM mi ha davvero disorientato. Sulla soglia del bagno compare una madre che richiama il ragazzo come se lo avesse semplicemente visto giocare con il fango, poi corre a coprirlo con un asciugamano. L'ultima inquadratura vede un'ambulanza che si allontana nella notte e sullo fondo si sente un annuncio radiofonico che promette aiuto ai disperati. Basta chiamare un numero verde.
Le scene di automutilazione richiamano gli atteggiamenti autodistruttivi di Bob Geldoff in The Wall (la vera punta forte del film, insieme agli straordinari cartoni animati) e nel finale del video suonano le note di Mother, canzone celeberrima in cui s'invoca aiuto per tutta una serie di angoscie ad una madre che ne è in larga misura la causa.
In Mom ho avvertito quindi sovrapposizioni e citazioni, che tentavano di amalgamarsi in un'immagine di violenza disperata. Ma io nutro il dubbio che il materiale schiacci il video, che si richiama a troppe affabulazioni e che per ritornare sulla terra e non restare nel vago del citazionismo, ha bisogno di sangue. Dal mio punto di vista, per scavalcare la barriera che separa noi e i Pink Floyd, che cederebbero trenta secondi di diritti di quella canzone solo ad un prezzo da capogiro, non basta sanguinare. Perché MOM si affaccia pericolosamente a quella virtualità spettacolarizzante che a poco a poco ci sta portando via tutta la realtà.
Il rapporto con la madre, che per lo meno dal titolo è il vero soggetto del video, è utilizzato ricorrendo a stereotipi fortemente connotativi (per lo meno per chi conosce un po' i Pink Floyd), quindi questo semplifica il dramma di una fiction già di per sé drammatica, ma non va a fondo nel discorso della madre, che è un discorso pericoloso.
Piazzare la telecamera contro la realtà è un atto di coraggio, ma Logo potrebbe fare dei passi da gigante nel momento in cui assorbisse nel gruppo anche dei musicisti. Non conosco la natura del gruppo e mi rendo conto che scovare dei collaboratori dinamici, ma anche sintonizzati, sia tutt'altro che semplice. Ma eliminare una canzone troppo famosa per sostituirla con una valida colonna sonora originale eviterebbe, per esempio, che si parli davvero del video, o che il video non finisca schiacciato dalla musica.


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