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Lavorare stanca
di Fabrizio Bartolucci ed Mauro Santini (1997, 15')
Ho visto quest'opera qualche anno fa ad una scorsa edizione di Round (Rimini), ed ha lasciato in me una forte impressione, impressione che sempre più raramente mi dà un video di quelli prodotti più recentemente.
In Lavorare Stanca è rappresentato uno scontro fortemente interiorizzato tra cultura contadina mitica e tecnologia, dove il mitico è sublimato anche in una dimensione digitale. In questo primo numero di Drop Out abbiamo già trattato di un opera che si poneva queste problematiche (Tempi di Lolla) ma vedremo come Lavorare stanca, così come altri video di quel periodo (la Cucina di Nereo Zonca, Occhi Sulla Pianura di Marcello Casarini, Il Pezzo di El Gino...), possa essere termine di paragone utile per localizzare altre tendenze della fiction amatoriale. Il protagonista, silenzioso operaio, traffica floppy-disk con un amico e pollame con l'anziana nonna (una sorta di icona seduta ad un muro); il suo tragitto, descritto dagli autori in gran parte della sua durata, è analogo al percorso dell'eroe che custodisce appunto questi oggetti magici contemporanei, attraverso chilometri di ciminiere e paesaggi provinciali, ma nella ricerca simbolica di una misurata individuazione dal "mostro collettivo". La vicenda è avvolta ed alternata a lunghissime immagini temporali, immagini nelle quali non succede niente, come nel ritratto della nonna, nei piani sequenza delle fabbriche, o nelle quali si osserva azioni ripetitive. Sembra, il protagonista, stare come progettando una fuga attraverso questi messaggi e questi incontri in incognito, ma niente è detto chiaramente. Mi sembra che nell'opera si sia già superato il limite del disagio e che al di la' non si trovi arrendevolezza, bensì che l'autore stia davvero in un qualche modo ricercando. In effetti, nell'ultima lunghissima scena, questo personaggio tira fuori dalla sua paccottiglia un pollo da cucinare e lo osserva per diversi secondi con aria interrogativa, nei suoi meandri violati.
Mi sembra che le nuove possibilità tecnologiche abbiano tanto influito sia sulla creazione, sia sulla fruizione e funzione delle opere-video, da ritenere ormai molto difficile poter assistere alla proiezione di un certo tipo di narrazioni. Sto parlando di cortometraggi come questo, che non sono mossi da idee particolarmente geniali, ne' riguardo alla storia, ne' al contenuto, ne' riguardo alla tecnica, e il cui oggetto di speculazione sembra essere più o meno implicitamente la temporalità della narrazione. Cioè l'incunearsi del tempo, il suo duplicarsi, sintetizzarsi, scolpirsi, entro i 5-10-15 minuti di narrazione. Oggi, molte rassegne (alfiere di queste è il Videominuto di Prato) implorano manifestamente la sintesi. Se negli anni'80 cominciammo ad ascoltare la musica come semplice sottofondo della quotidianità, negli anni'90 cominciammo a guardare i video come un sottofondo, senza più nutrircene analogamente a come, magari, negli anni'70 si ascoltava certa musica. Ma qui non sto assolutamente ripudiando questa tendenza che è probabilmente storica; sto semplicemente osservando che rischiamo di perdere qualche cosa di tipico.
In Lavorare Stanca, l'autore non cerca di soddisfare prioritariamente le necessità dell'"ipnosi" dello spettatore medio, con le sue paure di annoiarsi/ dilungarsi, la sua ricerca/promulgazione di messaggi sociali o esistenziali. Solo superando queste barriere paniche, possiamo compiere l'atto individuale di plasmare un nostro modello, col quale apropinquiarci all'essenza dell'immagine cine-videografica, ad un suo paradigma; questo tipo di esperienza, che è stata in passato assolutamente formativa per tanti autori, sarà sempre più difficile da rispecchiarsi nelle opere. In quest'opera forse mediocre ma certo significativa, è l'Io a cedere il passo a qualcosa di più collettivo. Come se l'apatia avesse già avuto la meglio, ed ora si scrutasse la sua fenomenologia con occhio indagatorio...non c'è insomma ricerca di un vero e proprio riscatto, ma più: un tentativo di venire a patti con certe istanze irremovibili dalla vita umana. Quest'ultima, tra le altre cose, non ha certo il dono della sinteticità, piuttosto è seminata di indizi e simboli inutili, negativi, contingenti.
Un atteggiamento rappresentativo che non cerchi sistematicamente di semplificare questi aspetti, rispettando l'esigenza di attraversare veri e propri tempi morti e persino diramazioni inutili alla trama, non po' essere considerato esclusivamente come ancora ingenuo, amatoriale, e questo indipendentemente dal formato e dalla produzione. Si tratta, altresì, di un genere come gli altri e come gli altri degno di rispetto, e che solo una produzione prettamente indipendente nella forma ed underground nello spirito può continuare a promulgare, indipendentemente dalla morte del formato video magnetico.
Lorenzo F. Pecchioni