
La Festa
di Giovanni Polesello (videokumite'00)
Se questo film voleva far discutere mi sembra ci sia riuscito, e non solo per quanto riguarda noi di Drop_Out. La Festa disvela, tra le altre cose, molti dei pericoli possibili, pericoli di fraintendimento, incontro ai quali può incorrere un regista-video. Polesello vuole danzare contemporaneamente sul cadavere del Trash, del Dogma, dell'Underground e quant'altro (vedi intervista), ma così facendo solleva automaticamente una serie di osservazioni riguardanti una sua presunta compiaciutezza sia formale che concettuale. Per alcuni di noi Polesello cavalcherebbe un onda modaiola, in virtù di un certo movimento in corso negli ultimi anni in italia e specie nel nord ovest, incrociando le sue inclinazioni con qualche dose di pulpismo che fa sempre dire. Per altri, questo suo fare è però talmente puntuale e sfrontato da disvelare il paradigma della "deviazione" artistica e umana, di cui si fa davvero presto a farneticare ma non a rappresentare, mostrando forse con una certa utilità, anche pericoli possibili e cose che qualcuno non vorrebbe vedersi proprio realizzate.
Le opere sono molto spesso complessi indomabili che sfuggono al controllo dell'autore, e a giudicare dalla chiaccherata interattiva, direi che questo è un caso. Ma la loro indomabilità è sintomo anche di una loro eccellenza, o almeno in questo caso, eccedenza.Trattasi della storia di Max Donati, videoartista che vuol farsi strada nel mondo della televisone,
e dunque organizza un party per la proiezione del suo lavoro, invitando critici ed ogni genere di artisti che nella nicchia della Festa diverranno protagonisti di situazioni "border line", tra psicosi e paradosso.
Osservo la forma: Recitazione sfiziosamente subumana, musichette svirgolate e fin troppo referenti, fino a caratterizzazioni assai più forzate come le riprese traballanti appositamente. Non so se Polesello volesse davvero prendersi gioco del Dogma oppure vezzeggiarlo. Ma siamo innanzi ad una forte presa di posizione che fionda la vicenda in una dimensione cartacea, gravosamente irreale e nevrotica, febbrile, claustrofobica. A questo aspetto formale corrispondono in effetti intrighi psicologici altrettanto destabilizzati, avvolti da un alone di pressante negatività, che per alcuni sembra sia l'unico fattore di evidente differenziazione dal modello base di questo tipo di cinema: John Waters ed il primo Trash.È raro osservare un opera così lacinante nel suo istintivo adempire ad una tipologia estetica di cui si è straparlato. La componente antiestetica della finzione, un possibile fattore dell'emisfero stilistico, in La festa diviene quasi come paradigma interpretativo stesso della sceneggiatura; semba sì irrompere in tutti gli aspetti della narrazione, nei dialoghi, nella fotografia, nell'intonazione della maggioranza delle frasi, nelle musichette idiote, nelle scene più forti che non hanno più molto di geniale (penso ai deliri di Sottile come Sangue) ma colpiscono per la loro non - mediatezza, per la loro affermazione meno curiosa e più diretta, squallida, nauseante. Tuttavia, ciò avviene con evidente coerenza stilistica, non c'è insomma quella che io ritengo una delle caratteristiche fondamentali delle opere trash: la squilibrata distribuzione delle energie, dei ritmi di montaggio e di quelli interni alle immagini, - cioè della libido dello spettatore - che determinerebbe una visione alienante. La Festa è un film che nella sua semplice guardabilità lascia un marchio, un pitttogramma anche troppo preciso, aleggiante una volta terminata la visione.
Piuttosto si può notare come questa apparente referenza a certi stereotipi sia corrosiva, e forse volontariamente autocritica nei confronti degli stessi cliché che ci hanno inghiottito, e sostanzialmente perché non ha più niente ne' di ingenuo, ne' tantomeno di filosofico.In La Festa, il generale abbattimento della lucidità interpretativa a favore di un personaggismo che mi ripeto, emigra dalla pseudofinzione e contagia la liturgia, rende sì il set come autentica alternativa alla seduta psicanalitica ma non nel senso positivo di autocoscienza, bensì negativo (e credo volutamente) di possessione catartica. Questo tipo di persistenza può portare ad uno "sprofondare nelle voragini" (così scrive Antonio Tedesco in una biografia sull'underground) che in quanto autori ci siamo da soli aperti, ciò fa parte di un cliché storico delle sottoculture.
L'opera si pone effettivamente in un percorso artistico degenerante (sembra, perlomeno a guardarsi indietro). Non vedo cosa ci sia da esultare innanzi ad essa come hanno fatto alcuni, peccando forse di immedesimazione spicciola, o come hanno fatto altri rifiutarla quasi a priori, magari perchè troppo negativa e precludendosi l'approccio di ricerca sulla patologia dell'anima, che in quanto peculiaretà dell'essere umano, è anche mezzo di comprensione di esso stesso.
Al solito, noi preferiamo comprendere le motivazioni di fondo, cioè annotare ed interpretare le evoluzioni stilistiche incontrollabili di un gruppo di attori, di un regista che non è l'ultimo arrivato, e del fenomeno in se.
La Festa, per certi versi somiglia ad uno di quei video che molti giovani videomakers partorivano all'inizio dei loro esperimenti, con tante cose ancora improvvisate, quando invece le opere precedenti della Kumite sono di equilibrata fattura. In essa, si sono evidentemente annidati dei complessi ben più significativi di una semplice opera amatoriale. Allora, Polesello e la sua Kumité, da questo punto di vista probabilmente non condiviso con il recensore, avrebbero conchiuso un possibile ciclo evolutivo, una loro spirale artistica, magari per ricominciarne un'altra con rara esperienza dell'assurdo.Resta la vicenda di un autore esemplarmente underground, molto particolare per lo meno nel senso produttivo, con tutti i quesiti sentitamente irrisolti che pone il fatto di essere registi immediatamente devoti alla propria vocazione, in un mondo che preferisce alla profondità delle motivazioni, la profondità di campo della pellicola. In effetti, se La Festa rischia di destare l'antipatia degli interessati ad un certo underground, solleverà probabilmente l'odio dei cinefili puri, gli amanti del Cinema in grande schermo. Perché se scrivi su un manifesto che tu vuoi cogliere la realtà, e fai una ripresa traballante in 35mm, sei un genio, ma se la fai in VHS e possibilmente senza vaneggiare di realismo, sei un amatore ed un fallito.
Cos'è che cerchiamo noi nell'uso della telecamera, nella manipolazione dell'immagine, che non cercano altri? Forse a noi interessa meno il sonno ipnotico coccolato dalla hi fidelity e di più l'uso strumentale del video nell'ambito di un percoso individualizzante. In taluni casi, questa ricerca può prendere pose eccessive, e questo è il caso di La Festa.contatti: grendizerz@libero.it
[vedi collage]