Koburn
di Luigi Bonizzato (2003, 21')

Bonizzato, ancora una volta, affronta la tematica del futuro postnucleare. Ma lo fa con maggiore decisione, lanciandosi in un progetto non semplice dal punto di vista produttivo, concentrandosi come mai prima sul soggetto, e migliorando ulteriormente gli effetti speciali.
Un uomo superstite di guerre, carestie, epidemie ed ogni genere di sciagura, vaga per un mondo desertico in preda alla sete: dopo l'ultima catastrofe, il pianeta è quasi completamente sprovvisto d'acqua. Sul suo percorso, è colto da allucinazioni d'ogni genere, ispirate a ricordi di duelli, o incontri con figure quasi mistiche. Il film prende un ritmo episodico, ed in ogni episodio Bonizzato fa sfoggio delle sue ultime acquisizioni tecniche, in quanto a effetti speciali classici e digitali.
Vagando stordito tra capannoni infuocati e ironiche apparizioni, finisce per imbattersi in un carro blindato di proporzioni mastodontiche. Il mezzo è abitato da una donna e da un androide che, dopo aver fatto un po' di sesso, parlottano in una lingua sconosciuta. I sottotitoli danno finalmente senso all'intera narrazione. Una spiegazione abbastanza originale, tra l'altro.

Come nel caso di vari autori di cui abbiamo parlato in Drop out, anche Bonizzato sembra sforzarsi, a suon di tentativi, nella realizzazione di un lavoro che rappresenti definitivamente il suo immaginario fantastico. Che ne sia il paradigma: il metro di riferimento per un analisi delle future e del passate produzioni.
Il risultato è che, pellicole come il mitico "1998" (girato da Bonizzato in super8 più di dieci anni fa), potrebbero rappresentare episodi paralleli a questo Koburn, la cui struttura, come detto, è già di per sé episodica. E stessa cosa si può dire, senza troppo azzardo, per le ripetizioni ossessive di "Trashman" o di "The Desolator".
Nei suoi tentativi di sublimazione di chissà quali fantasie, l'autore ha così tracciato le direttrici di un mondo. Un limbo che, figlio d'influenze inevitabilmente mondane (vedi i manga giapponesi, o film come Madmax), ha preso poi una strada tutta sua, per "congelarsi" di li a poco, e idealizzarsi in una struttura personale. Un mondo personale, appunto. quello di cui altri hanno vociferato, senza riuscire a presentarne uno coerentemente narrativo.
Per questi motivi anzitutto, Luigi Bonizzato è un autore, e in tal senso deve essere trattato il suo operato.
Quello che mi dà maggiormente da pensare, dell'essere autori, è la cosa che prima ho chiamato "congelamento": non so se definirlo un passaggio necessario per il cambiamento, o un segno del naturale esaurimento di un processo di assimilazione, o forse tutte e due le cose assieme… Senz'altro, il mondo fantastico dell'autore, sviluppa una coerenza che si trasforma spesso in automatismo.
Per esempio, l'automatismo dei personaggi, o di certi passaggi effettistici, o dell'epifania di particolari scenografici: molte cose sono prevedibili, anche in questo Koburn. E dunque, le cose che rendono un mondo peculiare, sono le stesse dalle quali l'autore, alla lunga, dovrà difendersi per mantenere il su mondo vivo.
Per quel che ho visto qua e la' negli anni, mi sembra che la recitazione sia l'aspetto dove più va a colpire l'idealizzazione del fantastico. Ed ecco: personaggi dai tratti ironici, quasi fumettistici, lontani dalla realtà, o istericamente trasfigurati. Fantasmi che ripetono gesti automatici, tipici. Come quelli che si alzano al suono della sveglia e si trascinano in un bagno-interzone, o personaggi che vagano storditi assumendo espressioni improbabili, nel rischio di un continuo incontro con l'"altro da sé" (non importa se siamo chiusi in un appartamento, o nel "deserto dell'oceano pacifico").
Il risultato, è una recitazione più "acida", che onirica.
Una ricerca che porti alle estreme conseguenze questa tendenza, potrebbe rivelarsi interessante (come in effetti è stato altrove). Ma in Koburn, la recitazione è proprio "congelata": è un aspetto della creazione sul quale non sembra esserci stata nessuna discussione. Anche questo, mi ripeto, lo ritengo tipico della dimensione creativa su cui stiamo indagando. Per certi versi, può essere inteso come un difetto. ma non c'interessa gran ché.
Vediamo piuttosto dove Bonizzato ha "scrollato" il suo mondo, e ha reso quest'opera conflittualmente viva.
Luigi ha sempre usato effetti speciali, costruendo e sfruttando manichini, plastilina, sofisticati meccanismi, e tanti liquami. I suoi effetti, mi sono sempre sembrati abbastanza classici: magari non eccezionali, dato anche il budget, ma onestamente realizzati, e facilmente riconducibili ad altre esperienze di visione cinematografica (penso a film come Nightmare, o Basket Case, parti dell'immaginario collettivo). In Koburn, l'uso degli effetti speciali è un po' cambiato, è spietatamente dichiarato.
In alcuni casi, gli effetti sono talmente finti che risulta difficile concentrarsi su altro che la loro fintezza. In particolare i passaggi dall'immagine realistica a quella effettistica (penso alla trasformazione di certi personaggi in mostri robot), sono sconcertanti e improbabili.
Ma ciò che colpisce di più è che gran parte delle scenografie, degli oggetti, dei mezzi di trasporto, dei palazzi, sono evidentemente dei modellini. Bonizzato, che ha costruito un vero e proprio mondo in miniatura, non sembra esser stato interessato a far passare per vero e misurato il suo piccolo simulacra. Anzi lo ha ripreso in modo coscientemente distratto, salvo in rare circostanze.
Un uso di letterbox a mo' di cinemascope, o una correzione dell'intero video con un lieve effetto granulare, o un deinterlacciamento, o tutte queste cose assieme, avrebbero reso più omogenea la visione. Invece lo spettatore è sbattuto dall'improbabilmente piccolo all'improbabilmente grande. E quest'ultimi, a loro volta, sono coagulati assieme da una dimensione media che di medio non ha proprio nulla, data la natura "acida" delle circostanze.
Con maggiore attenzione a questi aspetti fotografici, Koburn sarebbe stato un film più "trasparente". In pratica, si sarebbe potuto assistere alla sua visione concentrandosi maggiormente sulla storia, finendo per ritenerlo una buona prova di capacità rappresentativa. Per passare poi alla visione del corto successivo. Invece gli effetti si dichiarano proprio come effetti, e sono un caso di "finto nel finto". Qualcuno già potrebbe sventolare la bandiera del trash. La cosa, però, finirebbe con l'annoiarci in breve tempo.
Il modo di riprendere anche le circostanze più realistiche (penso alla scena dell'uomo in vespa, nell'incipit) è spesso altrettanto dichiarato. Riprese storte e ondeggianti, che rammentano "La Festa" di Polesello, dove l'operatore volteggiava sfottendo il Dogma'95. Ma poi, in altri casi, si osserva un attento lavoro di compositing, come quando il personaggio appare minuscolo vicino all'immenso mezzo blindato (che in realtà è un modellino pilotato sulla spiaggia di Riccione). L'attenzione per l'equilibrio della rappresentazione, va e viene. Non esistono regole ferree da rispettare, ne' intenzioni specifiche investono il modo di narrare.
Il tessuto narrativo, è un habitat nel quale l'autore vaga come un predatore, in cerca di nuove occasioni per realizzare un "effetto speciale", che non è più da intendersi come operazione strumentale, ma atto rituale che si spiega in sé, che è sovrano su se stesso.
Bonizzato ha scoperto, forse e inconsciamente, che il suo mondo personale può vivere di luce propria, e che il senso del suo lavoro non sta semplicemente nella finzione. Così, l'effetto speciale diviene un rito di reintegrazione, un modo per riconoscere se stessi come universo vivo e indipendente.
Certo, questa resta una chiave di lettura altrettanto personale. Ma si trovano
forti conferme. Come nella scena in cui si vede combattere un bamboccio giocattolo, inquadrato come fosse un essere umano. O alla scena in cui un ragazzo, in strada, improvvisamente si trasforma in robot i cui componenti sono evidentemente piccoli. Pochi registi, di questi tempi, e visto cos'è diventato il video indipendente, oserebbero in tal senso, e prendendosi comunque sul serio.
Penso, ad esempio, a Tony Sbarbaro, che ha colpito un po' tutti al Video.zero di Torino. Un suo video, Viti, Storti e Miracoli, pieno di Bambocci filosofeggianti, è una delle cose più interessanti viste nel 2003. In quest'opera che cito non a caso, troviamo continui ribaltamenti da quell'improbabilmente piccolo a quell'improbabilmente grande di cui ho parlato sopra, a proposito di Koburn.
Queste, potrebbero essere ulteriori conferme ad un'idea di cinema al contempo personalissima e codificabile, dove la finzione si esprime in modi trasversi e al contempo psicologicamente fondati.
Per ora, ci interessa notare quello che i giochi di Bonizzato vivono di luce propria, e rappresentano un'interrogazione sull'idea stessa di fiction, sulla percezione che abbiamo degli eventi rappresentati, sulla possibilità di discuterli in un senso diverso.

Ciò che mi dispiace, è che invece questa tendenza presente in Koburn subirà interpretazioni molto diverse e univoche.
In effetti, questi bambocci pregni d'enigma ontologico, verranno considerati o in modo istericamente favorevole (da tanti appassionati dell'immaginario trash), o in un modo istericamente sfavorevole (da tutti coloro che pensano si debba fare cortometraggi come se si facesse cinema).
E dico "istericamente", perché, in entrambi i casi, il giudizio dell'opera rischierà d'essere fortemente viziato dalla necessità d'affermare il proprio io di autore, di spettatore o di critico (…ma che dico: queste tre cose ormai non sono più scindibili!). Raramente, in altre parole, si cercherà d'intendere quest'opera per quello che è, al di la' dei contesti utilitaristici.
Ricordiamoci, tra l'altro, che Luigi Bonizzato è un autore un po' particolare proprio per la sua indipendenza: non partecipa molto a meetings e festivals, ed è uscito solo recentemente da un periodo di inattività durato anni. Per noi è inevitabile intendere questo lavoro a prescindere da ciò.
Eppure, il suo "mondo" allucinato, è scorso dai grumi della pellicola super8 ai campi d'elettroni della s-vhs, per arrivare oggi ai gigabyte di un Macintosh Final Cut. Chissà quante cose avrà ancora da raccontarci, a proposito del suo mondo, e del rapporto tra il suo mondo e il video.
L'invito a Bonizzato, così come a tutti gli altri autori, è di non cercare eccessive conferme in Drop out che, il più delel volte, studia le opere video come "fossili", dove trovare spunti per una ricerca sulla psicologia della creazione. Possiamo dedicare pagine e pagine all'ultimo dei cortometraggi, perché in esso emergono tendenze interessanti per la nostra ricerca, ma non è detto che quel corto ci piaccia, a priori, come film.
Il consiglio, per Bonizzato, è dunque quello di confrontarsi a pugni chiusi con il mondo dei festival e del cinema indipendente. Oppure, elaborare un linguaggio videoartistico suo, più attento alla creazione di atmosfere e di sentieri introspettivi, magari addirittura esente da fiction. Per questo, lo vedremmo davvero portato.


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