Il Mio mondo personale: 1977

di Daniele Carrer (miniDV, 2002)



Gli ultimi lavori di Daniele Carrer sono "Il mio mondo personale" parte II ("1977") e parte III ("90210"), ennesimi capitoli della rappresentazione del suo "mondo", che ha trovato in "Improvvisazioni di un artista fallito" l'episodio più avvincente, ma anche il più introverso e pessimista.
Data la contrazione esistenziale testimoniata in quest'opera, si poteva immaginare una svolta nelle produzioni dell'artista veneto. Gli ultimi prodotti ripercorrono invece i tracciati di lavori passati, come In un Mondo che o La Vita è un treno. Certo, lo fanno con maggiore consapevolezza, e cercando di osare qualcosa di più. Il cammino di questo autore è dunque lento, ma - spero - inarrestabile.
La ricetta ufficiosa dei video di Carrer è: testo parlato incalzante, contenuti sovversivi ma disillusi, immagini diariche tratte più o meno dalla realtà quotidiana. Perlomeno in 1977, Carrer cerca di rinnovare questo schema, e produrre immagini allegoriche, cosa che non aveva mai fatto. In questo caso, si tratta delle immagini di una Barbie che subisce tutte le violenze possibili immaginabili.
Avevamo notato già in passato immagini particolarmente "stilizzate", come quelle dei palazzi veneziani riflessi nel canale (in Improvvisazioni) o quella storica dell'angolo del soffitto (in In un mondo che), ma questi frammenti erano comunque tratti dal reale, e non c'era l'intenzione, precedente alla fase di riprese, di produrre delle autentiche icone. Figlio della tendenza tipicamente videoartistica ad accumulare immagini e riconsiderarle in un secondo momento nel loro essere significanti, Daniele lavorava anzitutto con il montaggio e con il testo letterario. Non era ravvisabile, per questa ragione, nessuna traccia di una attitudine "fiction".
In 1977 Daniele elegge questa sventurata Barbie al ruolo di attrice, quel ruolo che non ha mai avuto il coraggio di affibbiare a nessuno (che si sappia) se non - ma è una forzatura vederla in questi termini - a se stesso.
È indubbio che le immagini di Carrer colpiscano lo spettatore violentemente, e in diversi sensi: il montaggio, schizzato ed efficace; la discrepanza tra le immagini e i testi, e il modo altrettanto nevrotico di enunciarli, sono le tre caratteristiche principali di questo stile. Indipendentemente dai contenuti espressi, Carrer ha un modo di fare cinema davvero tagliente. Sa quello che vuole, e sa come ottenerlo. E tanto che si occupa di questa suo stile, e lo rende oramai con una fedeltà notevole, di facile fruizione allo spettatore medio.
Il problema dei video di Carrer sta piuttosto nel fatto che il disagio esistenziale di cui ci parla, viene affermato ormai quasi automaticamente. Ad un occhio perspicace, tradisce una mancanza di reale autoanalisi, e qualcuno potrebbe rivedervi un'elusione del problema. In questo non c'è niente di terribile, ma non ci si meravigli se, chi ha affrontato problematiche simili con strumenti filosofici più appropriati, provi l'impressione di assistere alle rappresentazioni di un opinionista immaturo, e non intenda andare oltre nella conoscenza di questo autore.
Inutile dire che il sottoscritto non è tra questi. Con la coda dell'occhio, avete già notato che questo testo continuerà ancora per diverse righe. Il sottoscritto è interessato al fenomeno Carrer, ed è interessato a quello che l'esperienza di Carrer ci insegna sulla figura del videomaker. Non prenderà in considerazione le opinioni che Daniele è istigato a promulgare dal suo stesso disagio, ma prenderà in considerazione il manifestarsi del disagio nell'aspetto cinematografico delle sue opere, e nel suo essere un autore video. Chiedo dunque scusa a Daniele, se sfrutto la sua vicenda a fini teorici, con la speranza di offrire a lui e a noi un punto di vista ulteriore con il quale confrontarsi.

In cosa consisterebbe fondamentalmente il disagio di Carrer? Nel delicato rapporto che, più o meno coscientemente, ha stabilito con la sua stessa immagine di autore.
È indubbio che ciascun videomaker produce opere non solo per rispettabili fini di ricerca, o viceversa per opportunistici fini professionali, ma anzitutto per esprimere un'immagine di sé. Esiste una terra di mezzo, tra l'estremo idealismo e l'estremo materialismo, e questa credo sia la terra dell'autore video indipendente, che sfrutta il mezzo video per realizzare la sua immagine di artista, e per conoscerla e modificarla attraverso l'interazione con le opere.
Carrer non ha fatto altro per anni, e lo ha fatto con rara puntualità. Ha disegnato la sua immagine nel modo più schietto possibile, senza fini prettamente artistici o narrativi, ma usando il video nel modo più diretto e comunicativo, cioè abbinando immagini e suoni che riguardano la sua esistenza, la sua problematica esistenziale, a volte quasi psicoanalizzandosi, ma in genere raccontandosi, semplicemente. E come lui lo hanno fatto decine di videomaker.
Identificata la sua immagine d'autore con queste opere, ha poi cercato di promuoverla nel miglior modo possibile, tramite festival, distribuzioni, partecipazioni e quant'altro. Ha gioito incredulo quando le giurie più strampalate l'hanno premiato; ha sofferto come un cane, nel silenzio notturno, quando altri l'hanno beffeggiato. Perchè Daniele era una cosa sola con le sue opere.
Ma dov'è precisamente il disagio? sta proprio nel dover venire a patti, coscientemente, con questa necessità di dare un'immagine forte di sé a sé e agli altri. E sta dunque nei motivi reconditi di questa necessità. Motivi che nessuno, se non l'autore, ha il diritto di riconoscere ed ammettere. Motivi che alla fine, però, esistono sempre, specialmente nel caso di qualsiasi individuo che in un qualsiasi senso possa definirsi autore.
Queste problematiche possono essere amplificate dall'attività videoartistica per una serie di ragioni. Ad esempio, occuparsi di video indipendente favorisce la riflessione sulla propria identità, per motivi personali (riprendersi, rivedersi, montarsi, occupare ruoli diversi nella produzione, persino personaggi diversi nel caso della fiction) e per motivi interpersonali di natura più generale (essere preso in considerazione da eventuali festival o critici, dagli altri autori, confrontarsi con l'inevitabile ambiguità della propria immagine d'autore).
Chi necessità in modo particolare di "venire a capo di sé", può sviluppare una dipendenza dalla creazione videoartistica, che è un modo come un altro per affermarsi innanzi a se stessi e agli altri ("la telecamera è lo strumento di chi non ha avuto voglia d'imparare la chitarra", dice lo stesso Carrer, è non ha tutti i torti...).
Ma il video stesso può aiutare a "curarsi", perché aiuta a modificare la propria identità oggettivizzata nelle opere. In questi percorsi, esiste un momento, e dunque un'opera o una serie di opere, in cui l'autore si capacita di essere schiavizzato dalle proprie necessità di identificazione, e cerca di far partecipe di ciò lo spettatore (forse, una sublimazione della sua coscienza). Quest'opera potrebbe essere, nel caso di Carrer, Improvvisazioni di un artista fallito.
Dopo di che l'autore cambia. Nel suo percorso di autoanalisi, comincia ad entrare in una fase più costruttiva. E questo, in effetti, avviene in parte in 1977, dove sono riconosciute alcune necessità rappresentative ulteriori a quelle delle opere passate. Nonostante il fatto evidente che Carrer, per la gran parte delle sue nuove opere, si mantenga ancora nella sua area nevrotica, che gli permette di autoidentificarsi con facilità, e integrarsi alla sua solita immagine di autore. La quale può esserse così determinata: "un autore che vive conflittualmente il suo stesso essere autore". o più schiettamente: "un autore che si identifica con il suo fallimento". In pratica, l'autore corre incontro a questo suo fallimento, ciò che più teme, per realizzarlo e quindi per prevenirlo. Decretare il proprio fallimento, per non essere decretati falliti da qualcun altro. "Fare il morto diventa il mezzo per conservare la vita". E infatti Carrer la sua vitalità l'ha conservata bene, a vedere quest'ultimo 1977.
Questa area di cui parlavo, è il luogo preciso, sacrale (mai ho usato questo termine in miglior circostanza), in cui l'autore, periodicamente, si nasconde per decretare il suo fallimento, e dunque riconoscersi. La possiamo ritrovare nella vicenda di altri videomaker (penso alla stanza del coniglio di Crociani, o la dark room di Polesello, o la casa Gli Orci di video&archeos, o i grovigli intestini di Bonizzato…l'elenco potrebbe continuare).
Una cosa che caratterizza quest'area, è che si struttura su valori collettivi. Qui, il rapporto che l'autore ha instaurato con la sua identità, è sempre lo stesso, anche se cambiano persone e metafore, cioè le apparenze di questo rapporto. Proprio per questa ragione, l'autore trova in questa dimensione il contatto con ciò che generalmente chiamiamo idee, eventi che, qualora si realizzano, sono da tutti intuitivamente compresi. Ma attenzione. Se l'autore si trattiene eccessivamente in questa situazione, rischia che il suo stato di "morte apparente" si trasformi in una "morte oggettiva", cioè una ripetizione costante delle stesse idee, che vengono affermate in modo automatico e nelle stesse spoglie (anche qui, avrei diversi esempi di autori...).
La soluzione all'inghippo credo stia, anzitutto, nel riuscire ad entrare ed uscire in quest'"area", bagnando la propria "morte" sempre di nuove metafore, perchè questo è ciò che le idee sembrano richiedere per restare vive.
In secondo luogo, smettere di essere schiavi della propria identità, e sfruttarla invece per creare situazioni intriganti. Senza pretendere di superare il disagio, ma sfruttandolo come terreno utile ad una rappresentazione spettacolare (essendo fondato su valori collettivi, questo problema è, potenzialmente, uno scenario teatrale autentico). Ecco cosa ha cercato di fare Carrer: ha cercato di fare del suo stesso dramma umano uno spettacolo. Io credo che questa sia la chiave di lettura più interessante della sua attività, eci permette di riconoscere anche una cerchia tutt'altro che ristretta di autori, che hanno sfruttato il video per venire a capo di sé stessi.

Torniamo dunque ai video di Carrer, e cerchiamo le tracce di questa ricerca, e dell'evoluzione di essa nelle opere non solo recenti. Le parole e il montaggio, nella loro danza conflittuale, già comunicano instabilità e autocompatimento. Chi conosce l'attività dell'autore avrà già trovato conferme, nei suoi ricordi, alle mie interpretazioni. Ma non dimentichiamoci che Carrer, in quanto videoartista, lavora sulle immagini. vediamo come queste, in particolare alcune, si coagulano e prendono senso nel montaggio.

Andiamo alla prima opera di rilievo della sua attività, "In un mondo che". Quest'opera, ricca di annotazioni esistenziali sulle giornate vuote dell'adolescente, si conclude con l'immagine dell'angolo del soffitto, che l'autore, colto in un'inquadratura precedente, sta guardando.
In tutto il suo decorso, il video accumula una serie di frustrazioni parlate, paralellamente ad una serie di microtraumi di montaggio (con tratti ritmicii, sovrapposizioni). Tutta questa accumulazione viene esaurita sulle affermazioni e sui tagli finali, lasciandoci poi soli innanzi all'immagine dell'angolo del soffitto.
Questa immagine può essere letta come la soluzione alla quale il video avrebbe voluto condurci. Nell'angolo del soffitto, un giorno, guardandolo, si potrà trovare la risposta che ora non c'è.
In Improvvisazioni di un artista fallito, Carrer scarica le sue frustrazioni tramite il suo solito montaggio schizoide. A momenti di questo tipo, caratterizzati da immagini fotografiche, seguono immagini maggiormente narcisistiche, come i riflessi dei palazzi nel canale, o i tetti del paese, o le vetrate. Immagini che si pongono sempre o infondo ad un momento particolarmente intenso, o nel paragrafo successivo ad uno particolarmente teso.
L'opera parla schiettamente dei problemi d'identità di Carrer, del loro lento emergere alla consapevolezza. Queste immagini particolari, richiamano fortemente alla riflessione, e il vuoto che rappresentano è quel vuoto dove dovrà manifestarsi il problema nella sua oggettività. Un problema già individuato con le parole, ma non ancora con le immagini. E dunque, le immagini restano enigmatiche. Come sorta di cerchi magici al centro dei quali non appare nessun fantasma.
Carrer fa l'amore con queste "immagini differenziate", come quando si fissa gli occhi del partner, subito dopo l'amplesso. Ma la ninfa che l'autore va inseguendo, è l'immagine stessa della sua diversità: ciò che lo determina dall'interno, ciò che gli permette di riconoscersi, e al contempo lo istiga a farlo.
Forse l'opera va letta all'incontrario: non è Carrer che ha determinato queste immagini finali, quasi generando, con uno sforzo artistico spesso sofferto, il loro essere così fortemente simboliche. Al contrario, è la forza celata dietro queste immagini, che ha generato l'opera dell'autore, applicandosi alla sua coscienza come un fattore esponenziale che lo ha ingigantito e modificato. in altre parole: Carrer forse è stato schiavo della sua identità.
Veniamo a 1977. Cosa è successo? L'autore sa bene che cosa succede in lui quando si applica alla creazione. La scena del prologo di Improvvisazioni di un artista fallito, con l'autore che si rivolge alla sua immagine nello specchio, lo testimonia a pieno. Per questo, per rivoltarsi al suo stesso destino, sa che non può far altro che passare all'azione. Il tono del discorso è addirittura baldanzoso, il montaggio è tagliente come al solito; Carrer non è mai affondato così tanto nella sua area nevrotica, e al contempo non ne è mai stato così indenne, sembra che abbia imparato a giocare. Tutto è pronto per la manifestazione del problema nella sua oggettività: così salta fuori la Barbie.
Carrer cerca di riempire il vuoto che caratterizzava le immagini come quella del soffitto e le altre, creando una fiction, piuttosto che trarre direttamente dal reale. Questo significa che Carrer ha riconosciuto la necessità di esteriorizzare il problema nelle immagini, in una immagine, e intervenire direttamente su di esso. Anche se forse, il modo migliore per intervenire non è la sevizia.
Ma i video di Carrer sono sempre stati analoghi a degli stupri, o delle violenze in generale. Questo perchè, quando si entra nella propria area nevrotica, i nostri movimenti sono quelli di un killer, e la nostra attività preferita è depistare lo spettatore con tracce assurde. Il problema è che molto spesso, il nostro ruolo è anche quello della vittima; da qui tutta una serie di feedbacks e arabeschi. Obiettivo del critico, potrebbe essere quello di riconoscere queste assurdità ed evidenziare l'essenza del delitto. Ma forse la cosa bella è proprio questa: che sia tutto così intrigante e labirintico, e che l'occasione buona per nascondersi, sia anche l'unica possibile per manifestarsi. Una grande messa in scena.
Andiamo a vedere dove confluiscono questa volta le accumulazioni del montaggio. Sembrano esaudirsi proprio sull'immagine della bambola, all'apice delle sevizie. Subito dopo, esattamente come in In un Mondo che o in Improvvisazioni di un artista fallito, seguono una serie d'immagini testimonianti una sorta di "calma dopo la tempesta". In questo caso, si tratta di inquadrature macro di parti del corpo della barbie. Una categoria precisa dei significanti di Carrer, dove l'autore si sofferma finalmente lucido, esaudita l'espulsione del suo male.
Queste immagini, come si è detto, stavolta sono immagini oggettive, inquadrature di qualcosa di preciso che è stato messo lì con uno scopo altrettanto preciso. Ma allora, che cosa rappresentano queste immagini di Barbie martorizzata, particolari come la scarpetta insanguinata ed altri? non ci è permesso dirlo. Se si trattasse di riferimenti sessuali, sarebbe da intendere l'altro sesso come come metafora della presenza antinomica che, costantemente, determina la personalità dell'autore. Il trauma, la causa scatenante.
Rapporti simili, li ho riscontrati nei lavori di altri videoartisti. Ma fare ulteriori raffronti ci porterebbe ancora più lontano di dove, già adesso, siamo. Perchè anch'io, a scrivere questo testo, ho voluto raggiungere in tutti i modi la mia area nevrotica.

 


 


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