Il Mio mondo personale

di Daniele Carrer (2000, 3')
parte prima: elogio alla violenza

L'occhio-camera posizionato sul cruscotto dell'auto, rivolto a guardare l'intersecarsi delle strade, a seguire il formicolante traffico dentro e fuori città. Una voce fuori campo, apparentemente senza nessun nesso con lo scorrere frenetico delle immagini, inveisce contro l'ipocrisia dei benpensanti e la mediocrità di una società falsamente perbenista.
Daniele Carrè ha la mia stessa età più o meno, la sua infanzia e la sua formazione in quegli anni è simile alla mia e a quella di tantissimi nostri coetanei, un' infanzia
trascorsa davanti alla televisione, fatta di cartoni animati nipponici, i vari robot, Megaloman, Ken il Guerriero, trascorsa dentro le sale giochi e i bar sprecando gettoni e tempo davanti a videogames, tutte produzioni, quelle appena citate, atte ad esaltare la naturale predisposizione del bambino alla violenza. Ed è proprio l'esaltazione della violenza, come recita il sottotitolo, il fulcro di quest'opera; violenza vista come unico modo di reagire alla mediocrità e all'apatia di una società che solo per istinto di autoconservazione e per paura si cela dietro le maschere del perbenismo e del ben pensare, violenza vista come modo per innalzarsi al di sopra di tutto questo, perché come dice lo stesso autore, essa non fa parte della mediocrità, ma appartiene ad un' altra sfera di coscienza. Daniele Carrè dichiara con inquietante orgoglio il suo diritto di sbattersene di tutto e di tutti, con cinismo, distacco e drammatica sincerità, partendo da una lucida analisi personale non priva di autocritica; e pur non dichiarandosi violento, quindi condannato ad avere anch'esso un' esistenza che nuota nel magma della mediocrità, confessa tutta la sua attrazione verso la violenza e tutto ciò che concerne ad essa.
Sono rimasto molto colpito da questo corto che non è lungo più di tre minuti e mezzo e concentra tutta la sua dirompenza lessica e visiva in un lasso di tempo in cui lo spettatore viene investito senza l'opportunità di reagire o riflettere, se non in un secondo momento e solo dopo aver finito la visione. Un opera violenta, appunto.
Produci, consuma, crepa, diceva lo slogan dei CCCP nella metà degli anni ottanta. Nulla è cambiato se non in peggio, ancor oggi, come ci mostrano le immagini finali del corto che si sofferma all'interno di un grande centro commerciale. Nulla cambierà, potete starne certi, anche se ogni tanto qualcuno, armato di una mazza da baseball, farà una strage all'interno di uno di questi posti, fracassando teste senza guardare in faccia nessuno, proprio come in Double Dragon.

Mike Marchionni

contatti: dcarre77@yahoo.it

 

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