Hurt Dogs
cani feriti

di G. Lo Cascio (1998, 20')

Lo Cascio affronta qui una tematica tipicamente underground - cyberpunk, quella di un futuro clasustrofobico dominato da un regime occulto, e sovvertito, in questo caso, da un non meglio precisato Virus. Soggetto tipicamente metaforico, come confermerà la didscalia finale del film ("al mio male, alla mia inquietudine"). Per niente underground, almeno formalmente, è la narrazione, che a tratti ricalca il ritmo di un videoclip molto on the road, custodendo la storia di tre ragazzi e del loro ostaggio, in fuga verso un impossibile libertà.
L'intero film è narrato dalla voce off del protagonista, l'ostaggio, un uomo di mezza età. Nessuna parola umana infradiegetica interverrà sulla colonna sonora, che analogamente alle immagini si impegnerà in una descrizione per lo più poetica delle atmosfere.
Il protagonista, un dottore, lavora nel "Campo", dove vige uno stato di Quarantena, cioè una situazione atta a contenere il virus, con tanto di mura e soldati in difesa secondo la migliore tradizione iconografica, ma il tutto descritto solo a parole. Julian, il capo, Sara ed Omar, tutti e tre infetti, fuggono con l'ostaggio dopo una irruzione volta alla ricerca di un loro amico sottoposto a Quarantena. Dopo un attimo di panico i tre decidono di tenere vivo l'ostaggio, finendo poi per accoglierlo nel loro gruppo. La triade, corrisponde a quella stereotipa del viaggio on the road, con una coppia (Julian ed Omar) fatalmente innamorata ed un amico mentalmente instabile. E' certo che atmosfere come quelle di Natural Born Killer di Stone o Dal Tramonto all'Alba di Tarantino hanno influito, ma senza il minimo accenno al pulp salvo l'esasperazione dei personaggi, dei volti davvero intensi, come raramente o quasi mai troveremo nel cortometraggio di un giovane autore. "La consapevolezza del dover morire è come l'amore, ti fa credere e sperare in ogni cosa", afferma Julian, e questo sentimento ritroveremo lungo tutto il percorso, nell'espressività dei personaggi.
Dato che i tre hanno contratto il virus, la loro fuga si rivelerà una proiezione assurda volta alla ricerca del mare, che evidentemente non hanno mai visto. Ma lungo il viaggio sosteranno in un rifugio sotterraneo e attraverseranno una città dirocccata testimoniante lo sfracello della civiltà esterna al Campo. Qui la telecamera avvia una danza armonica tra muri decrepiti ed interni fatiscenti, avvalendosi di una steadycam e di un ottimo operatore. Anche in questo suo film, precedente a "Ultima Fermata" ed "Il Buio Dentro", Lo cascio si rivela narratore coinvolto e affascinato; in effetti l'autore ha cominciato la sua attività come fotografo. Chiaramente nel caso cinematografico del viaggio on the road la trama tende a divenire automaticamente una scusa per documentare una realtà, e ciò è anche alla abse del meccanismo stesso del neorealismo italiano dove un trauma iniziale genera una deriva, e la m. d. p. pedinando il protagonista divaga rivolgendosi ai particolari ed ai giochi di luce del giorno.
In quell'attimo di respiro musichale che ogni diegesi di questo tipo pretende qualora si voglia attuare una narrazione equilibrata, Sarà tirerà fuori ache gli occhiali di Telma e Louise, ennesimo riferimento ad un immaginario piuttosto facilone che rischia di far scadere l'idea complessiva. La scengeggiatura di Lo Cascio appare effettivamente un po' poco tagliente, volta ad un pubblico altrettanto datato. Qualcosa del genere ho annotato anche per "Ultima Fermata".
E' la scena finale però a ristabilire lo status di originalità e ricerca, quando i tre componenti, sotto gli occhi increduli dell'ostaggio, concludono vicendevolmente la loro fuga mano alla pistola. Al protagonista resteranno in mano le polaroid scattate da Omar durante il viaggio; se le porterà dietro e le riosserverà durante la scena finale, nel Campo. Anche questo, un particolare un po' patetico.
Lo Cascio ha una familiarità davero eccezionale con le immagini, e credo meriti tutti i premi che ha vinto per alto senso cinematografico. Ma per quanto riguarda noi di Drop_out, il consiglio è di osare di più, specie nel momento di scrittura del film, ed anche in quello di ideazione strutturale (scaletta), cercando di essere un po' meno accademico. A volte i suoi montaggi sembrano veri e propri saggi dove si osserva dal piano americano al dettaglio, dalla campo lungo inclinato alla ripresa in steady, con l'impressione dell'assenza di un marchio stilistico ineccepibile.

 

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