FEBBRE
Di Logo - Milano 2003 - DV - 9'

FEBBRE è un ulteriore passo compiuto dal gruppo di Milano in direzione di un'integrazione tra musica e immagine. FEBBRE, per certi versi, contiene parti perfette per vj set e sembra quasi concepito all'uopo. Sembra seguire molte suggestioni, ma in particolare cerca, secondo me, di riportare in video l'atmosfera del cinema muto, pescando tra modelli alti come il surrealismo. Il materiale è eterogeneo, macina immagini di documentari, riprese originali ed elaborazioni grafiche, attraverso un percorso a tratti lacerante, a tratti molto destabilizzante. La febbre del titolo è la pulsazione appunto febbricitante di un mondo malato, che qui viene rappresentato come in declino, attraverso immagini decadenti, addirittura glamour, e rappresentazioni simboliche (bellissime quelle di un palazzo che esplode lentamente in milioni di pezzi e quella di una fotografia di una casetta ideale che prende fuoco). Inserita nella serie Logo/Alter FEBBRE sembra un episodio di sperimentazione piuttosto libera attorno ad un tema, o ad una serie di temi, e con il supporto di alcune musiche, da cui magari erano nate già delle ispirazioni, oppure che sono state individuate durante il percorso.
E' un ulteriore tappa in cui il gruppo interviene con attori spinti verso la performance, in immagini che coinvolgono ancora il corpo, orientate sessualmente, e di una tristezza schiacciante. La FEBBRE potrebbe essere anche quella dell'eros, ma nel video è rappresentata la febbre di un moribondo che cerca ancora di aggrapparsi ad un emozione prima di scivolare nel buio, non certo una febbre vitale, pulsionale, e quindi erotica. C'è una certa slegatura, una certa discontinuità, nei materiali, ma se vogliamo buttare FEBBRE nel genere della videoarte, dobbiamo perlomeno riconoscere che qui c'è la volontà di dire rappresentando, mentre io ho l'impressione che molta videoarte sia solo la rappresentazione di altre rappresentazioni e per me tutto questo riflettere sul metalinguaggio può portare anche a operazioni concettuali intriganti, ma non può esaurire completamente il discorso del video utilizzato come strumento d'arte.
FEBBRE si richiama forse anche espicitamente a certi film sovietici che utilizzavano un linguaggio arditissimo per esprimere contenuti politici. La potenza di alcuni di questi film resta insuperata (si pensi alla rappresentazione del mondo occidentale in LA SESTA PARTE DEL MONDO di Vertov, 1926) e il lavoro dei registi sovietici nell'analisi della forma cinematografica ancora oggi non conosce uguali. Eppure era cinema che non si perdeva nel vuoto della forma fine a se stessa e aveva una forte base popolare, perché, pur volendo sfruttare tutta la raffinatezza possibile del linguaggio, il cinema doveva appartenere a tutto il popolo.
Quel momento è passato, ma il sogno di un cinema libero anche da sovrastutture metalinguistiche schiaccianti, non perde facilmente mordente. LOGO ha intrapreso un'altra tappa del suo singolare percorso. Attendiamo con estremo interesse ogni possibile sviluppo.

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