Desert Session
Interno 3, 2004, Dvd interattivo


L'interattività non è più ausiliaria ad un oggetto artistico distinto, bensì è l'essenza mobile dell'opera stessa. I singoli video contenuti in questa raccolta, non hanno senso se non attraverso il percorso che lo spettatore, arbitrariamente, ricostruisce di sua iniziativa.
Il menù sembra una sorta di progetto per circuito chiuso; i pulsanti introducenti ai materiali audiovisivi sono ricollegati da linee, e circondati da pochi altri simboli. Non credo vi sia da interpretare i legami tra le singole parti, quanto invece constatare l'esistenza di una impronta di funzionalità, che lo spettatore percepisce come sorta di enigma da risolvere attraverso l'esplorazione. L'arabesco artistico, nella sua semplicità, non è altro che un luogo ove innescare antiche curiosità e perversioni, per osservarle nella loro essenza quando si scopre l'inconsistenza letteraria del tutto.
Non credo ad un'idea di de-ritualizzazione del quotidiano, che qualcuno ha notato nei video degli Interno 3, salvo che non si voglia rivedere questo concetto da un punto di vista a noi poco chiaro, e comunque poco caro.
La funzionalità che lo spettatore cerca di disvelare attraverso la visione dell'opera, farà di essa: o un percorso critico (e dunque finito in una riflessione mondana, ove mondo sta per mondo dell'arte contemporanea) o un percorso nevrotico. In questo secondo caso, una mente lucida attraverserà un piacevole gioco di sdoppiamenti, attraverso la riproiezione dei propri medium percettivi su due immagini principali. Immagini affascinanti ma terribilmente aperte, nonché corrotte da un gioco di manipolazione reciproca cui solo la musica, forse, sembra tenere capo in un senso a-logico.

Quelle che vediamo ripresentate ogni volta sono immagini di un cielo con alcune nuvole, ed immagini di un porto al tramonto. "Pip - az track" presenta le due clip in dualscreen, e rimpicciolite. Come "Play 1", ci è consigliato "Desert", dove abbiamo a disposizione l'immagine del porto, a tutto schermo. Come "Play 2", c'è "Sky- tape#1", che contiene invece l'immagine del cielo. Al livello inferiore, queste due immagini sono legate e manipolate in vari modi. Nel caso di "Subtrack" vi è addirittura una spiegazione del lavoro che ha portato alla creazione di una retroimmagine "priva di appagamento retinico". In "Comp 1a" abbiamo due diverse sottoimmagini che contengono una l'immagine del porto sovrapposta a quella del cielo, e l'altra una waveform corrispondente alla musica (quest'ultima, viene interpretata ogni volta in modo diverso. Si tratta di suoni discontinui, presentati attraverso diverse chiavi effettistiche). In "Sp 500%" l'immagine è contenuta in una cornice, mentre a lato ne scorre il timecode. In "Compose", le immagini sono finalmente sovrapposte, ed il cielo diviene il cielo del porto.

In Desert, il video e le immagini si mostrano nel loro essere specificamente video e specificamente immagini, e lo fanno nel modo più essenziale possibile. Di conseguenza, ci parlano in una "lingua" a tratti accidentale, sfruttando gli elementi del loro modo specifico di essere. Fino alla compromissione di timecode e waveform, utilizzate proprio come eventi estetici. L'intero "circuito" è un evento squisitamente estetico. Non è applicativo a nessun problema, ma è il problema stesso nella sua essenza; non dà soluzioni, ma pone l'enigma. Non unifica, ma duplica, anzi sdoppia: è, nel senso più psicologicamente valido, un labirinto essenziale.
Per noi spettatori, che dissimuliamo quotidianamente la nostra duplicità, l'esposizione artistica è comunque un'esperienza di sdoppiamento, cui segue la rinascita di una vitalità "introspettiva", pregna di rapporti interni al nostro Io. Tale sdoppiamento, è sempre avvenuto "all'interno" di immagini. Interno 3 esprime queste sensazioni attraverso il video in sé, e ciò lo rende un progetto "alfiere" della videoarte italiana.
Ma a cosa, dunque, tutto questo diviene interno/intimo? quale nuova ipotetica immagine contiene queste elettroniche, ed i loro giochi essenziali?
La nuova immagine a cui dobbiamo abituarci, se vogliamo comprendere gli sviluppi ontologici del contemporaneo, è forse simile a quella impronta di funzionalità suddetta: è l'interattività.
Sia chiaro: non è mera strumentalizzazione, non ha un fine esterno: si tratta di un'interattività non utilitaristica, un'interattività che vuole arrivare solo all'interattività, vivendo di concetti propri, vivendo di un "commercio del sensibile" assolutamente autoctono.
Ed eccoci al punto: non abbiamo concetti per esprimere questa nuova frontiera ontologica! dobbiamo fare un passo indietro, ritornare all'estetica, liberare il codice dal suo essere codice. E aspettare nuove evoluzioni.

Forse qualcuno potrebbe pensare che la ricerca di Interno 3 sia terribilmente oggettiva e analitica; che il loro fare sia quasi da "scienziati/filosofi", e che le loro scelte siano legate a precisi calcoli. Forse, recensioni come questa non aiutano a chiarire la posizione del progetto... Ma la nostra impressione, dopo la visione di Desert e una veloce rivisitazione del passato di Interno3, è che non vi sia niente di più inoggettivo, nel panorama del video italiano, che l'impressione lasciata da un video come Desert Session.
Sembra che il duo abbia scelto per una sorta di non-ricerca, nel senso che ha lasciato che il video ci raccontasse il quotidiano a modo suo. O meglio, ci raccontasse il suo quotidiano. Ciò, probabilmente, ha significato anzitutto offrirsi come medium, e nascondersi un po' dietro questa scelta. E forse proprio per questo, emerge un grande allenamento all'essere, che provoca anche una lieve invidia. C'è una sorta di spontaneità, un avanzare silenzioso e costruttivo - che sono convinto ci aiuterà nella creazione di nuovi concetti. Se è questo che vorrremo.


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