
Cinephila Communis
Di Satie's Fashion Group (2000, 2')
La preda e il cacciatore, l'antagonismo più antico e affascinante della storia, ci viene presentato in una nuova veste in questo singolare cortometraggio. Un uomo fugge tra le strette e vuote strade di una città in notturna, inseguito da "l'uomo nero" che impugna minacciosamente un retino per farfalle.
Viviamo in soggettiva la cattura della povera preda, con la rete che imbriglia la telecamerea in uno slow-motion efficace e (quasi) perverso. L'attenzione ora si sposta in un casolare di campagna, che individuiamo subito come l'abitazione del cacciatore. I corridoi sono tappezzati di insetti morti inquadrati con un grandangolo deformante ed illuminati da una luce gialla inquietante. La colonna sonora incalza pressante ed angosciante, scortandoci in un'altra stanza del casolare, finemente arredata da cadaveri inchiodati al muro e protetti da un pannello di plexiglass. Sopra ogni cadavere una targa diversa: dark, gay, paninaro, e ancora fino e delineare un lungo elenco di "specie" umane, reso ancora più evidente e maniacale da un primo piano dedicato ad un quaderno che altro non è che l'album del collezionista, redatto e conservato con una precisione ed un ordine tipico delle menti deviate. L'inquadratura finale è dedicata ad un contenitore per umani vuoto, con la targa che recita: spettatore, ed al primissimo piano del cacciatore che, guardando in camera, è come se ci dicesse: ti vengo a prendere. "Cinephila Communis" mi è piaciuto, tecnicamente non gli manca niente, scenografie, fotografie e sonoro si mischiano bene in un prodotto di brevissima durata (un minuto) ma che raggiunge buoni risultati.
Quante volte, da spettatori, abbiamo desiderato di avere i nostri eroi cinematografici sempre a nostra disposizione, magari davvero appesi ad un muro o sotto formalina. Penso alle tante fan di DiCaprio o di Tom Cruise che pagherebbero per avere il loro pupazzetto di carne da coccolare quando ne hanno voglia. Questo corto mi ha colpito per aver capovolto i ruoli, il soggetto regista (o autore che sia) si va a cercare il proprio pubblico come se fosse un trofeo, patologia che potrebbe colpire l'uomo di successo come l'anonimo senza fama, il primo per un auto-feticismo ego-celebrativo elevato alle massime potenze (vedrei bene un Lars Von Trier a caccia di spettatori), il secondo per vendicarsi di un pubblico che (ovviamente) non lo capisce e lo costringe alla follia, un personaggio storto e rovesciato che potrebbe essere rappresentato dai tanti non-registi che vagano senza vita tra le sale italiane.
Roberto Perruccio