Bla Bla Bla
di Davide Scovazzo/Tony Sbarbaro

Scovazzo e Sbarbaro, due tra gli autori più interessanti del panorama underground, coproducono insieme a Doris Smith la fiction "Blablabla".
Le trame artistiche dei singoli trovano un minimo comune denominatore nella decostruzione della dialogica di coppia. Scovazzo descrive litigi e riconciliazioni di due violacei darkettoni chiusi nel loro appartamento. Sbarbaro sfoggia una serie di coppie di pupazzetti immersi in discussioni al limite del delirio. Il tutto sembra ricondursi allo stesso condominio fatiscente, che appare come insert tra una scena e l'altra.
Non è facile intuire se i teatrini scovazziani godano di una qualche funzionalità simbolica nel rapportarsi all'humus di bambocci semprediversi e sempruguali animati da Sbarbaro. In effetti, gli spazi reciprocamente concessi dai due autori a sé stessi, non sembrano legati da una struttura particolarmente incisiva. Non si ravvisa, insomma, una grande idea di fondo nella concezione di Blablabla.
Nel finale, umani e pupazzi concordano sul fatto che bisogna prenderla a ridere e, coloro che hanno arti tali da permetterlo, s'abbracciano. Forse una soluzione un po' troppo pop, per autori di questo calibro.

Sulla parte scovazziana, c'è da appuntare un'ulteriore precisione nelle gestione delle inquadrature e nel raffinamento dei paradossi della recitazione. Tutto sommato, però, queste scenette potrebbero essere episodi di Pinkfilm (il corto più famoso di Scovazzo). E non aggiungono molto, se non alcune uscite filosofiche genuinamente contorte (attenzione: prepararsi alle critiche dei molti spettatorimedi!).
Per quanto riguarda la parte sbarbariana, non sembra aggiungere molto alla parabola dell'artista. I Pupazzi sono meno inquietanti del solito; i dialoghi sono più brevi, e non fanno in tempo a creare quelle atmosfere sinistre e acidissime che conosciamo.
In definitiva Blablabla non ci sorprende come altri lavori passati degli autori.
Effettivamente sta succedendo quello che, proprio su Doe, avevamo già notato nella sua progressività. Il parlato dei pupazzi ha vita propria: se cerchi di seguirne il senso opinionistico, finisci con l'alienarti (o forse, ci siamo abituati al mono-tono dell'autore, e siamo entrati nella fase della noia?). Nel caso di Scovazzo, assistiamo alla solita proliferazione di altarini, con ogni genere d'ammenicoli e con il solito ammiccamento a toni rosa-violacei.
Davide ha un suo stile fotografico, e scrive dei testi intelligenti. Sbarbaro ha consolidato fino al manierismo la sua nerissima ironia. Ma il cinema in quanto tale, dovè? è presente solo in parte: i personaggi non compiono azioni che possano modificare la struttura della storia.
A pensarci, manca in entrambi i casi (e praticamente, da sempre) un reale confronto con la storia, come progresso che da A attraverso B porterà a C, o al limite ad A'. Invece si assiste ad un: A, A', A" ecc. ...
Questo non è necessariamente un difetto. Anzi, conferma una chiave di lettura più critico-artistica che critico-cinematografica. Ma forse non potrà essere sempre così. E pure con la stessa fotografia, gli stessi personaggi, la stessa acidità e gli stessi pezzi di manichini.
Prima o poi toccherà ad entrambi superare questa soglia.

In conclusione. Per essere autori di film in cui i personaggi non fanno sostanzialmente nulla a parte parlare, i due se la cavano sin troppo bene. Tengono il ritmo, a tratti sorprendono. Tutto sommato il video ci ha divertito. Chi ci conosce, sa che il divertimento non ci basta (mannaggia a noi...).
Sbarbaro e Scovazzo hanno dato molto, e crediamo che ci sorprenderanno ancora!



21. 04. 06_ Davide Scovazzo


Vediamo...(posso replicare? noterai senza la minima giustificazione e ripicca, au contraire: la tua critica ha il merito di far intendere che tu il film l'hai almeno visto, e non è da darsi per scontato...) certo che è antinarrativo! Sbarbaro è antinarrativo, totale/campo/controcampo, e io ho voluto esserlo a mio modo, distruggendo il percorso di ricerca abortito di Pink Film o i giri a zonzo a vuoto di Domenica, ambientando Sarah Kane (che vedo nera con violenti lampi di luce bianchi e poi di nuovo nera) in un contesto verdognolo e rosaceo coloratissimo come un negozio di caramelle impazzito, per cercare (io) una coesione drammaturgica almeno negli spazi con un collega che non vuole e non può "girare in esterni" e ne fa una poetica che ho sposato assolutamente e che continuo a trovare personalissima, lasciando al mio collega Sbarbaro la stessa totale libertà di impostare i suoi episodi che ho avuto io. é che, in quanto corto e non lungo ad episodi, ho deciso di fare intersecare gli episodi giocando sull'esplosione della narrazione, come a dire: cosa dovremmo, divertirci? spaventarci? piangere? innamorarci? riflettere sulla pace nel mondo? basta, tutto è già stato detto, e non è servito a niente, non è stato altro che un inutile, estenuante bla,bla,bla,bla, e quindi ho pupazzizzato, sbarbarizzato i miei attori rendendo anche loro burattini, che brillano (grazie da morire per aver scritto che i miei dialoghi sono intelligenti o qc di simile, questo è davvero importante) di consapevolezza solo un attimo prima della fine (non-fine, in effetti, se vogliamo...potrebbe essere una seghetta da studente di semiotica, ma ... ) e vedono nella gioiosa pernacchia (la lingua di menelik) l'unica risposta al pesante e soprattutto nonsense fatto di esistere.
Sbarbaro ha invece volutamente evitato di seguire una linea ben precisa di dialoghi, rendendo lo spettatore come un moscerino che si infila nelle case dei burattini e ne intuisce stralci di dialogo senza averne veramente capito se non un'atmosfera vaga, confusa, come se poi ci fosse qualcosa in più da capire.
L'assunto di base è: cos'è il mondo se non un agglomerato di alveari (appartamenti) in cui si trascinano quotidianità fatte di dialoghi, dialoghi, dialoghi, bla,bla,bla,bla,bla,bla,bla, (tony mi disse genialmente "alla fine, boh, uno sta a casa, e la gente parla, e poi esce di casa, e sente altra gente che parla, e sente cosa dice, poi torna a casa, e poi parla di nuovo, e vabè, alla fine la vita è questa, mica un'altra cosa"...) ,. senza uno scopo? e io ho voluto, col mio contributo, ambientare tutto ciò in questo palazzo/nido misteriosamente scampato ad una vaga e mai detta ad alta voce apocalisse, in cui la quotidianità perdura in eterno, sempre più inutile, ormai putrefatta, parole per non sentire il silenzio, fino allo scioglimento finale, anch'esso per inciso inutile, ma almeno tenero, una volta tanto consolatorio.
Di BlaBlaBlaBla solo dire so cosa non è: NON è fiction, NON è animazione, NON è grazie a dio videoarte astratta, NON è teatro, NON è sperimentale, NON è poesia visiva, NON è un "corto"...e paga a caro prezzo per la sua ostentata inclassificabilità.
L'unico appunto che ti faccio è che è impossibile che Luly in Bla Bla Bla Bla sia lo stesso personaggio di Pink Film: in Bla Bla Bla Bla ci ho lavorato molto sull'urlo, sull'esplosione, sui passaggi alucinatori tra i vari stati d'animo, sul trucco, sullo schiaffo, mentre Pink Film era giocatosulla sottrazione, su parole che uscivano con fatica da un'atrofizzazione di un silenzio di anni, sul viso immobile in relazione al mondo circostante e per questo espressivissimo, ho cercato di utilizare due cifre totalmente differenti.


08. 05. 06_Doe

Hai ragione, forse non potrebbero essere proprio degli episodi di Pinkfilm.
La mia, evidentemente, era un'osservazione ispirata dalle ambientazioni e da quel senso d'alienazione che è presente comunque nella vita delle coppie dei due film.
Ma esistono comunque situazioni analogamente paradossali. Penso alla scena in cui la protagonista vocifera sul complesso materno mentre lava i piatti, e poi alla scena iniziale del vecchio Pinkfilm, quella dell'autopunizione. Se distilliamo da una parte l'isterismo/istrionismo-teatralistico, e dell'altro la depressione-realistica, troviamo qualcosa di essenzialmente molto simile. Qualcosa che ha a che fare con il teatro d'avanguardia, o comunque con una decostruzione della messa in scena classica.
Per il resto, confermo la mia perplessità.
Ma sottolineo che le mie critiche a Blablabla non sono da leggersi come stroncatura. Piuttosto, come un'osservazione tecnica legata al mio punto di vista personale, e terribilmente coerente.
Due anime come le vostre potevano essere intrecciate in modo più articolato ed efficace: il racconto cinematografico permette infinite soluzioni strutturali. In Blablabla, invece, ravviso una semplice alternanza. Se c'è stata una coagulazione stilistica, è avvenuta dal punto di vista dialogico (vedi il non-senso dei colloqui trai personaggi), e non ha sfiorato gli altri aspetti dell'estetica cinematografica, quelli che ne fanno un'arte peculiare.
Un po' poco per ottenere l'entusiasmo del sottoscritto e di Doe in generale, che si è distinto proprio per l'amore incondizionato per la fiction artistica e per l'analisi delle strutture narrative.
Certo, Blablabla ha come oggetto artistico proprio i dialoghi, ed è giusto che ci si sia concentrati su quelli. Ed in effetti, lo ripeto: la mia è un osservazione personale, legata alle mie aspettative nei vostri confronti e nei confronti del vostro incontro artistico. Con altri autori non avrei fatto certe osservazioni. Io sono un vostro ammiratore, benché dotato di grande animosità critica.
Blablabla gode di tutte le dignità e, come direbbe Sbarbaro, "ognuno soddisfa le sue smanie artistiche come gli pare". In tutto questo ci sarebbe da chiedersi: quanto ancora ci soddisfiamo (e parlo anche da autore) nel produrre film uguali a sé stessi, o quanto invece questa sia la nostra gabbia?
Oppure: quanto usiamo ancora le gabbie che riusciamo ad evocarci intorno, per provocare l'ordine prestabilito, e/o amplificare il nostro Sé?
A me Blablabla è piaciuto, ma mi aspettavo qualcosa di più (tutto qui...)!



 


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