L'Orizzonte degli eventi
di Giovanni Covini (18', 2003)

Raramente in questo magazine abbiamo analizzato opere che vertano su tematiche sociali. Questo non è avvenuto semplicemente perché ci è più caro l'aspetto psicologico ed esistenziale della creazione video. Ma anche, e anzitutto, perché i cortometraggi e i documentari cosiddetti "sociali", abbondanti negli ultimi due/tre anni, si sono spesso mostrati privi delle qualità che rendono interessante, almeno dal nostro punto di vista, la creazione artistica.
Stiamo parlando della capacità di approfondire la dimensione umana indipendentemente dall'ideologia, e ridiscutere, decostruire, persino illudere, il soggetto della rappresentazione artistica. Piuttosto che fermarsi ad una mera documentazione del reale, abbinandola a moralismi di parte con mezzi banali quali slogan, musiche, simboli estremamente diretti.
Ponendo una sovrastruttura metaforica semplice ma efficace, Giovanni Covini ci regala invece un'opera "totale", che nello stesso momento esalta la finitezza storica e l'"infinitezza invisibile" di una vicenda sociale drammaticamente attuale. Ovvero, la serie di licenziamenti che ha investito i dipendenti FIAT nell'arco del 2002/2003.
Non è possibile non prendere quest'opera come termine di paragone per analizzare la creazione di tanti altri cortometraggi di stampo sociale, e per analizzare il modo in cui il nostro ambiente ha reagito a questa nuova tendenza (1).
L'Orizzone degli eventi, è uno dei rari casi in cui, pur affrontando tematiche scottanti, non si è rinunciato a promulgare un'altrettanto forte identità artistica. Covini ha realizzato un opera di "surrealismo sociale", definibile, nel modo più filosoficamente fondato, "esistenziale", anche perché il suo protagonista è, e si accorge sempre più di essere, proprio uno straniero.
Covini dà una bella lezione a chi si sbilancia troppo da un lato, o dall'altro, nel parlare di fatti sociali e complessi. Vediamo come.
Il Protagonista, dicevamo, vaga per la città con aria drammaticamente distaccata. Possiamo sentire i suoi pensieri, che si formano sullo stile di un diario di bordo, un po' come succedeva in Star Treck. Proprio come se, invece che girovagare per strade e piazze, stesse viaggiando nello spazio siderale. Alternativamente a questi messaggi lanciati in momenti e luoghi diversi, si sviluppa la vicenda del fratello, che cerca il protagonista scomparso da ore.
I pensieri si evolvono lentamente e per il loro "montare", per la loro "processualità", possono essere considerati alla stregua di paranoie. Questo avvicina parte del racconto a cinema di fantascienza, dove lo spazio, quasi sempre, è considerabile come una metafora del "viaggio interiore".
Ma al contempo, l'altra parte del film, cioè la storia di un fratello che cerca suo fratello, è girato con grande fermezza ed oggettività, talché sembra di assistere quasi ad una fiction poliziesca televisiva.
Il ritmo del racconto si fa incalzante. In particolare, la scena in cui viene denunciata la scomparsa del protagonista, sembra particolarmente tagliente e riuscita. Gli attori (il fratello del protagonista e il commissario) potrebbero davvero apparire in prima serata tv.
L'intero racconto è sospeso su un filo molto teso, ma non corre mai eccessivamente, e non rischia di snaturare la natura degli eventi narrati, che, ahimé, sono drammaticamente marginali. Solo nel finale, verrà posta un analogia letterale che riunifica la dimensione reale a quella metaforica dove si era rifugiato il protagonista.
Una soluzione del genere, che altrove potrebbe ridurre l'opera ad un gioco di doppi sensi, non turba qui l'equilibrio della rappresentazione. Anzitutto, perché essa è, in questo caso ed in rapporto agli eventi attuali, particolarmente riuscita e fondata. E inoltre, perché quando cominciano a scorrere i titoli di coda, si ha l'impressione concreta d'aver assistito ad un vero e proprio film, realizzato intelligentemente ed in un modo tecnicamente impeccabile. Complimenti!


Note

1) Lo "swarm" di opere sociali, il proliferare di documentari e filmini estremi realizzati durante i vari G8 e Social Forum, ha invaso i media fino a modificare nei suoi tratti pure l'ambiente del video indipendente, storicamente isolato, narcisista e, il più delle volte, surrealista nel modo di rappresentare e rappresentarsi.
Una parte del "mondo dei cortometraggi" (ambiente che, benché tutt'oggi privo di solidi fondamenti storico-artistici, gode di una non indifferente potenza mediatica), ha immediatamente appoggiato questa tendenza "sociale". Così, festival che da anche dieci anni si occupavano per due terzi di opere a tematiche sostanzialmente surrealiste, si sono improvvisamente dichiarati "festival del corto sociale" o cose simili, cavalcando, magari opportunisticamente, l'onda del momento.
Certo, tutti abbiamo il diritto di cambiare, e ci sono molti motivi storici per farlo anche in questo senso. Il problema è un altro.
In effetti, la tendenza che abbiamo sottolineato, dà conferma all'impressione che, per lo meno negli ultimi dieci anni, l'ambiente dei cortometraggi non abbia avuto nessuna identità, salvo quella di promuovere dei film di durata breve e di budget limitato. Un vero peccato per chi ha dedicato i suoi anni migliori al video, credendo di far parte di un movimento artisticamente fondato.

home

>scrivici