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Al Peggio non c'è mai fine
di Roberto Perruccio (20', Dv, 2001)
Un'artista disperato cerca di attirare l'attenzione su di sé con un gesto estremo: sequestra un gruppo di persone minacciandole con la pistola. Ha pronta una lettera da leggere davanti alle telecamere, in cui espone lo stato di crisi del cinema italiano e le contraddizioni di un sistema che non permette ai giovani di emergere. Il luogo del sequestro è (ovviamente) una videoteca e le persone sotto sequestro sono i clienti e la proprietaria.
Si tratta di un video in cui la sceneggiatura è l'aspetto più rilevante. Attacca in media res e mette in bocca ai personaggi, tutti ben caratterizzati, solo le battute giuste. Dipinge un piccolo mondo in cui si contrappone lo spirito forse velleitario, ma anche simpaticamente ingenuo, del protagonista, al cinema ufficiale, definito di plastica, falso, commerciale, di Gabriele Muccino et similia. I clienti della videoteca vogliono Muccino, ma alla fine prendono interesse alla storia del loro sequestratore (sindrome di Stoccolma?) che del resto appare fin dalla prima inquadratura completamente innocuo. Quindi ottengono la liberazione e decidono di non denunciarlo solo se l'artista fallito dimostra di avere almeno una storia da raccontare. Anche perché la polizia non si scomoda per niente.
E' una bella elaborazione in chiave sdrammatizzante dei conflitti spesso assurdi che si vive chi fa cinema indipendente e che si trova attorniato dall'indifferenza più generale. E' anche una bella prova, perché Peruccio ha saputo dare alla narrazione un buon ritmo, e ha creato delle belle caratterizzazioni: ogni personaggio, una volta tanto, ha il giusto fisique du role. E' una bella boccata d'ossigeno, non solo perché si respira molta fiducia e speranza nel video, ma anche perché la storia del fallimento e della solitudine vengono raccontate con capacità narrativa e buona conocenza dei meccanismi del racconto. Se volete trovare il pelo nell'uovo potete rimproverare a Perruccio di non aver optato per degli attori professionisti, ma io penso, al contrario, che Perruccio abbia ben saputo dirigere e i suoi attori abbiano ben capito dove voleva andare a parare. Non sono mica così numerosi, nel panorama vasto delle produzioni sotterranee, i video di fiction articolati così bene. Penso che gli autori spesso sottovalutino le difficoltà che comporta l'esecuzione di una semplice storia, finché non ci sbattano contro. Le scelte più radicali e "avanguardistiche" mettono al sicuro prima di tutto l'autore dal rischio di sputtanarsi, dimostrando di non saper affrontare un impianto tradizionale. Perruccio sembra volerci dire che alla fine si potrebbe vincere anche raccontando semplicemente una bella storia, lieto fine incluso. Mi fa piacere credergli.
contatti: roper004@thenetgate.com
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