Allegro Alloro
di Lauro Crociani (2002, 5')

Allegro Alloro è un'opera in tipico stile rustico-crocianesco. L'autore osa l'ennesima sintesi di quel paradigma del "video", tante volte commentato nelle opere e nelle numerose "lettere agli autori" di Pianeta Video. Crociani cerca stavolta di descriverci un mondo "piccolo", quello del paese di Alloro, dove, manco a dirlo, si sviluppano le stesse contraddizioni del mondo "grande", e in particolare di quello del video indipendente. L'opera è tagliente nelle critiche, ma nel solito modo ironico, e giocosamente ingenuo, tramite il quale Lauro digerisce l'ottusità di tanti personaggi che occupano ruoli di potere. La scena finale, con la giuria del festival video del paese (composta da anziani, gente addormentata e spazientita), è il riflesso ideale delle motivazioni dell'autore, e fa pure ridere.
Non mi sembra però che quest'opera sia particolarmente equilibrata in fatto di sceneggiatura. Scene come quella della zanzara tigre sono isolate, e alcune belle idee, come quella dell'uomo che va a giro con la telecamera gigante, mi sembrano un po' sprecate, potevano essere approfondite e sviluppate meglio. Si annota invece una maggiore cura per la scenografia e la fotografia.
Cinematograficamente parlando, Allegro Alloro è superiore al precedente Signore dei Conigli, ma, nonostante la maggiore precisione registica, convince meno de La Scatola del pane. Forse, proprio perché quest'ultimo corto affrontava tematiche esistenziali in modo più sottilmente polemico, e geniale nell'idea di fondo.
Sembra che in un modo o nell'altro, Crociani debba comunque compromettersi. Nelle sue opere, in genere sul finale, la componente soggettiva prende il sopravvento minando la parvenza di obiettività della storia. Ne La Scatola del pane, l'immagine-santino finale, e la preghiera allegata, avranno disturbato qualcuno che dal cinema si aspetta altro. Nel caso dell'Allegro Alloro, la scena finale con la giuria del festival testimonia un disagio estremamente soggettivo, e una critica che, a distanza di anni, poteva essere evitata. Crociani nelle sue opere ha ancora un desiderio spasimante, difficile da gestire, di affermare se stesso. In particolare, ha bisogno di prendere forza dalle sue sventure, o meglio dalla sua alterità.
Perché succede tutto questo? A seguire, offro una chiave di lettura.
Il problema di Crociani è quello di tante persone definibili "artisti", e, volenti o nolenti, "illuminati". Una serie di eventi terreni hanno lasciato nel loro animo una traccia indelebile, o, più spesso, sono stati proprio loro ad andare in cerca di questa compromissione, per smania di approfondimento esistenziale. Hanno cercato la "luce", e si sono scottati.
Questa luce, è un'impressione di totalità che coglie persone diverse in circostanze diverse e attraverso metafore diverse, come può essere il video. È la certezza improvvisa che, attraverso la propria attività, un individuo possa rapportarsi a valori assoluti. Rivedendo in questa attività dei valori simbolici, potrà sfruttarla come mezzo di compressione assoluta.
In un secondo momento, nel tentativo sincero di condividere con il mondo quest'illuminazione, gli illuminati hanno subito l'incomprensione dei più, insistendo con l'affermare ciò che per loro è evidente. Fino a che un giorno, agli occhi del mondo, erano riconoscibili ormai solo per questo ruolo di "insistenti".
Ma siccome una persona che voglia sentirsi parte del mondo, è costretto a riconoscersi in quello che gli altri vedono e pensano di lei, Crociani è diventato ai suoi stessi occhi un uomo altro. Quello che parla di una luce e che vede nel fare video, e nei festival, un qualcosa che difficilmente viene riconosciuto al volo da altri autori.
Così Crociani, che vuole fermamente stare nel mondo, per riconoscersi e per farsi riconoscere ha bisogno di affermare continuamente la sua alterità, quello per cui è conosciuto. Cioè le sue difficoltà come autore di corti (vedi Allegro Alloro), e come persona illuminata in un mondo dove la maggior parte della gente "al buio, non vede niente" (vedi la Scatola del pane). I corti di Crociani sono strumenti tramite i quali l'autore riesce a ricordarsi, spesso con grande fatica e coinvolgimento, chi è, e dove va. E per farlo, riproduce le sue sventure idealizzandole. Per questo alla fine i corti sono tutti uguali, per lo meno nelle motivazioni di fondo.
Il caso di Crociani potrebbe essere emblematico. La chiave di lettura nasce anche dal presupposto che il fallimento abbia comunque un lato positivo, e che, forse, non esista nessun successo reale senza un fallimento alla radice. Moltissime persone, sono quello che sono solo perché hanno reagito a un fallimento, o perché hanno avuto piacere a mantenervisi al centro, per avere qualcosa di sicuro in cui riconoscersi.
A conferma: il festival organizzato da Lauro Crociani ha vinto il "festival dei festival" di Bellaria, e Lauro è da considerarsi un pioniere in fatto di festival di video indipendente. Figuriamoci: è possibile che una persona di questa esperienza non si accorga di cosa funziona e che cosa non funziona in un opera? Si che lo sa. Solo che contano di più altre cose. Conta riconoscersi.
E poi c'è quella luce, che è così grande. Ci sono persone che porteranno questa cosa nei loro occhi fino all'ultimo giorno. E ci sono altre persone che, non avendo avuto l'occasione di scendere in certi abissi, o di spiccare il volo come palloncini fino a sopra le nuvole, non possono sentire le stesse cose, ma non si può fargliene una colpa! Mai. Anzi la colpa è nostra, se ostentiamo la certezza di qualcosa di assolutamente inoggettivo con la pretesa di costruirci sopra un'identità.
L'unico sbaglio che posso imputare a certe opere di Lauro è proprio questo: l'insistenza nel tentativo descrittivo di qualcosa che invece può essere solo evocato.

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